CAMPAGNE URBANE E NUOVE FORME DELL’ABITARE_ALFONSO PASCALE-INTERVENTO al Convegno AGROCITIES


Se volgiamo lo sguardo al territorio che ci circonda, notiamo che i vecchi concetti di “urbano” e “rurale” non hanno più senso. Con la globalizzazione non solo le città ma anche le campagne si sono deterritorializzate. Nelle zone più interne dell’Appennino intere comunità rischiano di perdere ogni possibilità di sopravvivenza economica e culturale, perché  non c’è più protezione sociale per loro: non ci sono più scuole, presidi sanitari, uffici postali, mezzi di trasporto pubblico. In pochi anni, 6 milioni di ettari – su di una superficie agricola complessiva in Italia di 30 milioni di ettari – da pascolo sono diventati boscaglia. Nelle pianure del Sud ad agricoltura intensiva interi territori sono privi di comunità e un caporalato totalmente in mano ad organizzazioni malavitose internazionali ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo ai danni degli immigrati. Nelle aree periurbane non si addensano più soltanto le “villettopoli” dei ricchi e i tuguri dei nomadi, ma anche le abitazioni delle persone che rifuggono l’impazzimento delle città e ricercano in attività agricole di prossimità una seconda chance per dare un senso alla propria esistenza. Ad esse si aggiungono le abitazioni a basso costo dei nuovi arrivati dalle zone più interne e dei nuovi poveri, che pur lavorando saltuariamente hanno perduto l’indipendenza economica e sociale.
Dovremmo usare espressioni ibride come “campagne urbane” o “montagne dotate/deprivate di comunità” o ancora “sistemi locali rurali post-industriali”, o addirittura “bidonville agricole” per descrivere quello che una volta era genericamente rurale o urbanizzato. Ma permangono ancora, aldilà di ogni evidenza,  impostazioni culturali urbanocentriche che relegano le campagne  a spazi di riserva da utilizzare alla bisogna da non programmare e pianificare così come si fa per le altre aree della città e, dunque, da non consumare neanche nelle forme dell’abitare che sono proprie delle campagne urbane. E’ stato un siffatto approccio, che trascura completamente gli aspetti sociali di territori né rurali né urbani, a produrre negli ultimi decenni, in modo subalterno agli interessi speculativi, la marmellata insediativa e lo sbrodolato cementizio che deturpano l’hinterland delle nostre metropoli.
I fatti di Rosarno hanno messo in luce l’esistenza di interi territori, localizzati soprattutto nel Mezzogiorno, dove antiche contraddizioni dello sviluppo agricolo, incrociandosi con fenomeni che si sono recentemente ingigantiti, come i  flussi migratori da paesi neocomunitari e da paesi terzi, l’impiego nel settore di quote notevoli di lavoratori stranieri al di fuori dell’ambito istituzionale e la presenza di organizzazioni malavitose nelle attività di intermediazione della manodopera, hanno reso tali aree delle vere e proprie polveriere sociali.
Venirne a capo per individuare ed attuare un mix di interventi preventivi non è semplice. La stessa indagine INEA “Gli immigrati nell’agricoltura italiana” – pregevole per la messe di informazioni sul fenomeno e per l’analisi delle ricadute delle politiche pubbliche sull’immigrazione – risente di un limite oggettivo: l’indisponibilità di dati sufficientemente attendibili, specie in determinate Regioni. Inoltre, la debolezza del tessuto imprenditoriale, la disgregazione del tessuto sociale e la gracilità dei legami associativi rendono più difficile l’implementazione di iniziative volte ad introdurre dinamiche innovative.
C’è, dunque, bisogno di avviare un processo di lunga lena per ricomporre legami sociali in territori ormai privi di comunità, di adeguare e rafforzare la rappresentanza sociale, di riprogettare intere aree partendo dal senso dei luoghi che si è andato smarrendo.
Si tratta di riflettere sulle politiche pubbliche (PAC, previdenza agricola, welfare locale, ecc.) per verificare il loro impatto nei territori a rischio di esplosione e i possibili percorsi di riforma, nell’ambito del dibattito nazionale ed europeo sulle prospettive finanziarie dell’UE 2013-2020 e sulla transizione dal welfare state al welfare community (Libro Verde Sacconi). Andrebbero, inoltre, avviati progetti territoriali per sperimentare buone pratiche di agricoltura multifunzionale e di integrazione sociale degli immigrati.
Tali progetti dovrebbero prendere le mosse dalle seguenti considerazioni: a) la gran parte dei migranti provenienti dai Paesi terzi e dai Paesi neocomunitari trova, nell’immediato, opportunità di lavoro soprattutto in agricoltura per il carattere stagionale delle sue attività e spesso per i livelli di bassa specializzazione richiesti; b) le aree rurali stanno subendo un impoverimento delle reti di protezione sociale dovuto alla crisi dei sistemi di Welfare e spesso non sono in grado di garantire spontaneamente l’accoglienza degli immigrati con adeguati servizi e strutture e con interventi efficaci volti a favorire l’integrazione; c) la provenienza rurale di molti immigrati potrebbe facilitare i processi di integrazione e di dialogo interculturale facendo leva sul capitale sociale delle nostre campagne e sui valori di ospitalità e accoglienza propri della cultura rurale; d) le attività di accoglienza e di integrazione nelle aree rurali potrebbero costituire un’opportunità importante di diversificazione delle aziende agricole e un filone promettente di evoluzione dell’agricoltura sociale, attraverso la sperimentazione e la diffusione di efficaci forme di Welfare locale in ambiti rurali, capaci di migliorare la qualità della vita, prevenire fenomeni di degrado sociale e attrarre risorse.
In sostanza, si tratta di valorizzare l’agricoltura che, oltre produrre beni alimentari, produce beni comuni e relazionali che attengono alla manutenzione del territorio, alla tutela della biodiversità, alla protezione della fertilità dei suoli, al risparmio idrico, alle pratiche di mutuo aiuto, alla reciprocità non strumentale, insomma a quelle utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, nonché alla salvaguardia e all’incremento del capitale fisico e civile su cui si reggono le comunità locali. E si vuole promuovere lo sviluppo delle aree rurali ammodernando le imprese multifunzionali, migliorando la qualità della vita, rendendo competitivi e attrattivi i territori rurali anche mediante nuove forme dell’abitare.
Per progettare un territorio dovremmo ricordare che la lingua tedesca chiama con la medesima voce l’arte di edificare e l’arte di coltivare. “Agricoltura” e “costruzione” hanno lo stesso termine: Ackerbau; “contadino” ed “edificatore” hanno un comune modo di dire, Bauer, e l’antica radice Buan significava “abitare”. Per governare un territorio, non più urbano né rurale, e abitarlo in modo consapevole, dovremmo ritornare ad unificare tutti questi significati e riconoscerci come costruttori e manutentori dei paesaggi che abitiamo.
Si tratta, in sostanza, di progettare un territorio come processo di autoapprendimento collettivo, promuovendo l’economia civile sulla base di un nuovo ethos del mercato, edificando un nuovo welfare, sviluppando più conoscenza scientifica da integrare coi saperi locali, riscoprendo il Genius Loci come costruzione mentale e culturale che definisce l’identità, una sorta di terzo paesaggio tra noi e il paesaggio che contempliamo e che ci contempla. Ma senza feticizzare le radici perché queste sono l’altro dentro di noi. In una società che sempre più diventa multietnica e pluriculturale, il Genius Loci è frutto del “meticciato”, che costituisce il futuro dell’umanità.

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