Sintesi intervento Renato D’Onofrio

AGROCITIES
Il disagio abitativo dei lavoratori stagionali al confine Puglia/Basilicata
venosa 5 giugno 2010 – sala convegni istituto padri trinitari – piazza don bosco 3
La casa per immigrati: una questione sociale complessa
Renato D’Onofrio
Ho colto con sincero piacere l’invito in quanto tratterò un tema a me particolarmente caro: la casa per immigrati in un Paese occidentale qual è l’Italia. Il mio contributo fa parte delle lezioni che tengo presso la Facoltà di Ingegneria  Edile- Architettura dell’Università di Basilicata.
Al “Disagio abitativo dei lavoratori stagionali lungo il confine Puglia/Basilicata” si pone rimedio, evidentemente, dando agli immigrati case dignitose dove vivere nei periodi dell’anno in cui lavorano da agricoltori. L’obiettivo, se non ho inteso male le ipotesi elaborate dall’architetto Bruno e dall’associazione “M. Mancino”, è la possibilità di ospitare i ragazzi e le giovani coppie di immigrati nelle case isolate e nelle contrade della Riforma Fondiaria che, abbandonate e dirute, affollano la campagna di questa vasta area interregionale. In sostanza, si tratta di ipotizzare le AGROCITIES, sorta di insediamenti diffusi nella campagna.
Nel tentativo di offrire un contributo interessante, mi sono posto il problema: quale casa per famiglie economicamente, culturalmente e spiritualmente diverse da noi? Per fortuna, prima di me hanno sollevato la questione Pasquale Culotta, scomparso qualche anno fa, e Andrea Sciascia che insieme ai propri studenti della Facoltà di Architettura di Palermo, hanno affrontato il complesso tema. Lo scenario in cui hanno svolto la ricerca è completamente diverso da quello della campagna e delle contrade rurali del territorio tra Puglia e Basilicata potentina, ma ciò non toglie niente alla bontà delle riflessioni e agli stimoli  che essa offre. Il mio intento è far emergere la complessità del tema qual è la casa per immigrati affinché non venga banalizzato con le solite scorciatoie che spesso vediamo in Italia proprio nel campo del social housing. La questione richiede, evidentemente, un metodo di lavoro articolato in cui devono concorrere necessariamente vari apporti disciplinari, aspetto poco conosciuto in Italia in cui per un malvezzo culturale si è abituati al solipsismo, oggi più che mai inutile e dannoso perché tenderebbe a false soluzioni che nel tempo potrebbero aggravare  il problema della integrazione sociale.      
Cinque anni di laboratorio di Progettazione Architettonica hanno fruttato uno studio molto interessante sulla città interetnica, o meglio, sulla città che dovrebbe prepararsi a far convivere serenamente diversi gruppi etnici tra loro e con la cultura ospitante.
Le condizioni di partenza dello studio sono state le seguenti:

  • in Palermo vi sono oltre 100 etnie diverse e quindi un notevole numero di cosiddetti extracomunitari di cui la maggior parte vive arrangiandosi in abitazioni malsane già abbandonate e fatiscenti nei vari quartieri del centro storico (Vucciria, Ballarò, Monte di Pietà e Kalsa);
  • il centro storico è una vasta area tanto interessante sotto gli aspetti storico-architettonico  quanto invivibile perché sostanzialmente rovinato e malsano, come mostrano le fotografie di Giovanni Chiaramonte;
  • le case fatiscenti di questa parte della città, sono state occupate dagli immigrati che, come è noto, non possono permettersi il pagamento di canoni locativi medio – alti;
  • la necessità, tutta interna alla disciplina urbano-architettonica, di risolvere alcuni annosi problemi urbani esistenti, quelli che gli autori definiscono “non sense planimetrici”;
  • la necessità, questa tutta interna alla cosiddetta società civile, di affrontare e risolvere i problemi dell’abitazione di questi gruppi etnici ospitati e preparare il terreno per una pacifica convivenza fatta di dialogo, collaborazione e contaminazioni culturali.

 
Gli autori, affrontando il tema dell’abitazione, erano consci di avere  l’occasione per studiare una questione  cara al Movimento Moderno partendo, però, da altri presupposti e lavorando in tempi assai diversi da quelli dei primi decenni del Novecento in Germania, Olanda, Belgio, ecc. Qui si trattava di costruire nel costruito (1), definire il rapporto con le preesistenze attraverso lo studio della forma urbana (tracciati regolatori, tipologie edilizie, sistemi aggregativi, isolati urbani, elementi primari); si trattava di intervenirenel centro storico consolidato di una città occidentale ma notevolmente contaminata in passato da diverse culture mediterranee (Greca, Araba, Spagnola, ecc.) con non pochi problemi “strutturali” e, cosa assolutamente inedita, bisognava pensare case da destinare a diversi gruppi etnici che con l’occidente europeo non hanno niente in comune.
Evidentemente la ricerca non poteva essere condotta solo sul terreno dell’architettura; Culotta e Sciascia hanno inteso che l’architettura, da sola, non avrebbe potuto dare risposte soddisfacenti. Da qui l’esigenza di creare un gruppo interdisciplinare formato, tra gli altri, da un maestro della fotografia (Giovanni Chiaramonte), un sociologo delle migrazioni (Letizia Montalbano) e da un mediatore interculturale (Sirus Nikkhoo). (2)
Per affrontare il problema, non si poteva fare meglio che ascoltare i potenziali inquilini attraverso appositi questionari. Dalle interviste e dall’ascolto paziente oltre che dall’osservazione attenta, ci si è resi conto che queste case non sarebbero servite solo per vivere nell’accezione occidentale (mangiare, dormire, ritrovare i familiari, rilassarsi, ospitare amici, ecc.); esse sarebbero servite anche per pregare. Anzi, si è scoperto che per alcune etnie, la stanza per pregare Dio è l’ambiente intorno al quale si compone il resto dell’alloggio. La casa è stata interpretata attraversola totale esperienza dello spazio domestico in cui le differenze tipologico – spaziali sono scaturite dalle differenze culturali dei destinatari.
Declinando dall’esperienza palermitana i metodi di studio e progetto da mettere in campo in una situazione come quella qui trattata, credo sia importante evidenziare, pur brevemente, i ruoli dei vari esperti chiamati a contribuire.
L’impiego della fotografiaha dimostrato la imprescindibilità di questostrumento gnoseologico efficace a svelare gli aspetti più reconditi della vita della gente e, oserei dire, a scrutare nella loro “anima”, nelle profondità dei loro pensieri; Chiaramonte coglie gli sguardi che chiedono aiuto con dignità, fa vedere le case all’esterno e all’interno per rivelarne il carattere, la cultura, le condizioni economiche delle famiglie, fa vedere le umili quanto rare suppellettili, le foto dei familiari lasciati nei Paesi di origine che certo non colmano il vuoto interiore degli immigrati. Chiaramonte fa vedere anche il frutto, decisamente scarno, di un duro lavoro. Non solo domande e ascolto dunque, ma anche osservazione attenta della gente nei luoghi in cui vive, per certi aspetti ancora più eloquenti delle parole.
Il mediatore interculturale è fondamentale in quanto fa conoscere le diverse culture chiamate a convivere; spiega agli ospiti la struttura politico –  amministrativa del Paese ospitante, le gerarchie istituzionali, i compiti delle forze dell’ordine, il funzionamento delle scuole di ogni ordine e grado, l’accesso ai servizi sanitari, il funzionamento della Giustizia e le leggi fondamentali che regolano la convivenza civile, i modi comportamentali, le usanze, i costumi, la cultura diffusa che caratterizza le varie aree del Paese, ecc. Analogamente, presenta al territorio ospitante la struttura fondamentale dei gruppi etnici ospitati, i modi di agire e di relazionarsi tra loro e con altri, compara le differenze e le affinità più marcate, fa parallelismi tra le loro strutture amministrative e quelle del Paese che li ospita.   
Il sociologo delle migrazioniha il compito fondamentale di analizzare e scoprire gli aspetti essenziali di un gruppo etnico necessari per introdurlo nella vita civile della società ospitante. In questa ricerca è di primaria importanza l’ascolto cui si giunge attraverso questionari appositamente studiati proprio per carpire senza forzature le speranze, le aspettative, i desideri e persino i sogni della gente venuta da terre lontane.
I progettistihanno il complesso compito di tradurre in termini di architettura, di urbanistica  o di ruralità come nel nostro caso specifico, quanto è emerso dalle analisi precedenti. Come è avvenuto a Palermo, i progetti devono esaudire le esigenze materiali e soprattutto spirituali dei futuri inquilini senza cadere nell’equivoco di una produzione vernacolare attinta nelle variegate culture dei gruppi etnici ospitati. A Palermo, gli autori non hanno ceduto nemmeno alle tentazioni della tradizione espressa con eloquenza dal centro storico della città. I risultati formali sono interessanti perché derivano dalla interpretazione della tradizione attraverso tipologie edilizie, sistemi aggregativi, rapporti compositivi esistenti senza mai proporre elementi finiti repertoriati;  i progetti esprimono decisamente la contemporaneità che è, a mio giudizio, un altro modo efficace di introdurre le culture esotiche nella cultura occidentale. In questa esperienza, l’uomo è stato messo al centro del progetto; è stato inteso come il principio dell’abitare e dell’abitazione. Pasquale Culotta dice: “Per il progettista il principio acquista corpo, assume la fisionomia di materiale attraverso l’ascolto, lo sguardo, le attenzioni, le traduzioni dei bisogni, dei desideri dell’uomo (dell’altro) che gli chiede soluzione e architettura. Il progettista nel suo essere di fronte all’altro, stabilisce rapporti con la cultura dell’altro, sa di dover dar forma allo spazio per la vita dell’altro”. In sostanza, all’architetto si chiede di conoscere bene le esigenze degli altri e di tradurle in architettura domestica oltre che in architettura urbana. Dalla ricerca citata si apprende che “La casa dell’arabo, dell’iraniano o del magrebino, ha su strada la porta d’ingresso che non consente a chi entra alcuna introspezione diretta dell’interno domestico. L’organismo abitativo (…) (ricavato sui lotti del centro storico palermitano, nda), è composto su più livelli attorno ad un nucleo a cielo libero o coperto da lucernario (un piccolo patio o il sistema delle rampe della scala) dal quale attingere luce e intessere relazioni spaziali interne alla casa. Un cuore d’architettura che è anche paesaggio domestico della casa, dove, nel linguaggio immaginifico dello spazio con i suoi sottili rimandi e allusioni al decoro di terre e culture lontane, chi vi abita trova la familiarità domestica delle proprie radici. In vari progetti la distribuzione discreta e strutturata della luce naturale, coerente con un modo di abitare la casa verso l’interno, più che verso l’esterno proprio dell’abitazione occidentale, ha generato principi di ricerca dell’architettura dello spazio. La casa della famiglia Tamil ha la stanza per pregare Dio: luogo domestico essenziale e permanente, denso di evocazioni simboliche e di astrazioni culturali e religiose. Il darne specifica forma è stato utilizzato come principio ordinatore dello spazio interno dell’abitazione e discosta l’organismo della casa dai modelli occidentali tipizzati da un centro funzionale (soggiorno – camino) o estetico (vista del paesaggio esterno). La casa dei Filippini ha la porta di ingresso e la testa del letto sul lato rivolto ad oriente (il sole d’oriente, sorgente di energia e di luce, è principio ordinatore dell’organismo domestico). (….) La casa della gente di Capo Verde è ordinata da un asse che in sequenza lineare lega le attività diurne con quelle notturne. Anche le case della gente del Ghana, della Costa d’Avorio e del Camerun contengono principi suggeriti da culture abitative dei Paesi d’origine” (3) Non solo dunque “(…) comfort e servizi ma anche, e soprattutto, luoghi domestici “adatti” al genius etnico degli abitanti(4)
Evidentemente se le abitazioni sono essenziali per far ritrovare la dimensione domestica agli altri, non di meno sono i luoghi pubblici appositamente creati per mettere in relazione gli altri con la cultura ospitante e anche tra loro quando i gruppi etnici sono diversi. Questo aspetto è fondamentale per inserire ancora meglio nel tessuto sociale esistente i nuovi ospiti. Da qui l’idea di realizzare centri sociali attrezzati per incontrare gli altri, per indurre tutti a relazionarsi, a comunicare, a conoscersi per preparare un futuro di serena convivenza. I centri di aggregazione interculturale sono stati pensati proprio per preparare il terreno di una socialità aperta e diffusa, senza recinti. Come dice Emanuela Davi, “I “recinti”sono identificabili nella sfera privata dell’abitazione e nei luoghi di culto. (…) Al contrario un centro di aggregazione interculturale è per definizione catalizzatore urbano, per il suo carattere pubblico e comunitario, poliedrico e polivalente, sostanzialmente non definibile entro precisi sistemi rituali ed esercizi reiterati, quali la vita domestica e religiosa: “aggregazione interculturale” è luogo relazionale, incontro dei flussi, delle idee e perciò fucina di trasformazione. Per tutte queste ragioni, l’architettura del centro di aggregazione richiede struttura e qualità di segno urbano” (5). Se dal punto di vista architettonico e urbano hanno il ruolo di stabilire rapporti con l’esistente attraverso “continuità”, “discontinuità”, “apertura”, “chiusura”, definizione di “aree di soglia urbana” e di “aree interstiziali”, ecc. tanto da poter affermare che potrebbero essere questi gli “episodi” per risolvere “i non sense planimetrici” di cui si è detto prima, dal punto di vista sociale i centri di aggregazione interculturale evitano  fenomeni di segregazione o di auto segregazione, frequenti e negativi perché potrebbero sfociare in tensioni sociali anche gravi. Va aggiunto che in una società che preferisce i nonluoghi antropologici ai luoghi intesi alla maniera di Marc Augè (luoghi identitari e relazionali, adatti per agevolare i rapporti dialogici tra la gente), i centri di aggregativi urbani potrebbero, vivaddio, ridare senso a quelle parti di città che rischiano di perdere per sempre il proprio carattere, spesso anche simbolico.(6)
La casa e il centro di aggregazione sociale, evidentemente sono “strumenti” essenziali per passare da una semplice società multietnica ad una complessa società interetnica, per tendere cioè ad una società tipomelting pot e non tipo  salade bowl  come sostiene Andrea Sciascia nel suo contributo all’esperienza palermitana (7). Ciò significa  annullare le differenze (operazione lunga e faticosa ma possibile, anzi auspicabile) tra noi e gli altri. Più la convivenza sarà vera e civile, più forte sarà la contaminazione culturale, più in fretta nel tempo si smetterà di distinguere “noi” dagli “altri”. I presupposti per una società interculturale e interreligiosa sono:

  • la curiosità a conoscere l’altro vivendo senza alcun pregiudizio;
  • la tolleranza verso l’altro;
  • la comprensione delle ragioni dell’altro e la pazienza a far riconoscere all’altro le proprie ragioni;
  • la condizione paritaria che ci fa vedere l’altro uguale a noi.

A proposito della curiosità di conoscere l’altro, dice Culotta “Ritengo sia maturo il tempo per fare propria la stessa curiosità di Marco Polo, per riprendere una navigazione per terre sconosciute, senza paure o pregiudizi; per noi europei si aprirà l’era di un nuovo Rinascimento fondato sulla originale sintesi di mescolanze e contaminazioni sociali e culturali, presupposto unico per la convivenza pacifica e civile nelle nostre città” (8)
Le reinterpretazioni delle case urbane, dei centri di aggregazione interculturale, delle case e delle contrade rurali, sono anche occasioni imprescindibili per ridisegnare territori che altrimenti rischiano definitivamente l’oblio. Si tratta di occasioni da non perdere per rivitalizzare territori che oggi, ancor più che in passato, risentono le conseguenze negative della propria marginalità. 
Infine, attraverso la convivenza con gli altri, in un Mondo che cambia rapidamente e che ha sempre più bisogno di collaborazione per affrontare le difficili sfide  già in atto, dalla fame nei Paesi sottosviluppati ai cambiamenti climatici, dall’antico dualismo Oriente – Occidente alle ecomafie che minacciano il Creato, si accende qualche speranza di vita.
Note:

  1. Costruire nel costruito, evidentemente, non significa imitare quanto è presente, ma ricercare e proporre “assonanze lessicali” con l’esistente per assicurare armonia architettonica caratterizzata tanto da“continuità” quanto da “discontinuità”; in questo palinsesto capita spesso di dover marcare le gerarchie esistenti, di riproporle se messe in crisi da interventi mal riusciti del passato (non sense planimetrici), ma significa anche proporre nuove gerarchie urbane e architettoniche, nuove prospettive.
  2. Un’esperienza italiana di interdisciplinarietà, famosa perché ben riuscita, si è avuta proprio  in Basilicata negli anni ’50 del secolo scorso, per trasferire i contadini dei Sassi nei quartieri modernisti che per l’occasione furono progettati a Matera.

Sebbene in contesti e tempi diversi e con obiettivi radicalmente diversi dai nostri, ritengo che il pensiero Olivettiano sia assolutamente attuale e adatto a risolvere le questioni  di cui ci occupiamo. La interdisciplinarietà che comprende architettura, urbanistica, sociologia, antropologia, psicologia, economia, geografia territoriale, teologia, ecc., con la regia affidata proprio all’architettura (Olivetti poneva nella cabina di regia l’urbanistica che, bene inteso, non ha niente a che fare con quella funzionalista di cui, ancora oggi, vi sono evidenti tracce nella pianificazione dell’ultima generazione), la centralità dell’uomo il cui benessere è l’obiettivo finale, la volontà di affidare ad un gruppo locale il destino del proprio territorio, il monitoraggio continuo dei processi evolutivi, ecc., credo siano punti di convergenza verso quella esperienza che purtroppo in Italia non è stata replicata con gli stessi risultati. 

  1. Pasquale Culotta, Andrea Sciascia – L’architettura per la città interetnica, Abitazioni per stranieri nel centro storico di Palermo, L’Epos, Palermo, 2005, p. 39
  2. Idem,  p. 41

A confermare ulteriormente la “spiritualità” alla base delle scelte progettuali, a pagina 57 della stessa opera, Culotta dice: “L’organismo della casa viene liberato dallo schema tipologico (funzionalista) a favore di un’architettura trovata nella domesticità (la cultura dell’abitare) del suo abitante. Un passaggio compiuto e da compiere attraverso il progetto.

  1. Idem, pp. 208 – 209
  2. Si vedano le pubblicazioni di Marc Augè che ha introdotto il concetto di nonluogo antropologico nel 1986; “Nonluoghi, Introduzione a una antropologia della surmodernità”, Eléuthera editrice, 1993

“ Rovine e macerie”, Bollati Boringhieri, Torino 2004
Sempre nel solco dei non luoghi antropologici si parla da tempo persino di superluoghi e iperluoghi

  1. Pasquale Culotta, Andrea Sciascia – L’architettura per la città interetnica, Abitazioni per stranieri nel centro storico di Palermo, L’Epos, Palermo, 2005, pp. 59 – 81
  2. Idem, p. 41

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