OSSERVATORIO MIGRANTI BASILICATA
 
Comunicato Stampa 18 luglio 2010
 
A chi fa Comodo che Palazzo San Gervasio Diventi una nuova Rosarno?
 
   Man mano che i giorni passano, si avvicina sempre più la raccolta del pomodoro. Con essa i lavoratori.
Ad oggi lo stallo tra la Regione Basilicata e il Comune di Palazzo San Gervasio perdura perdendo così tempo prezioso per prevenire un’emergenza che è già in essere.
Qualche centinaia di lavoratori sono presenti nel nostro territorio o appena a ridosso di questo. Dormono nei casolari. Sono africani, per lo più del Burkina Faso, maghrebini, Bulgari con famiglia.
Spinti, probabilmente dalla crisi. Dalle aree metropolitane a quelle rurali. Quest’anno sono arrivati prima, forse nella speranza di potersi prenotare ad un qualche datore di lavoro, ad un suo caporale, giocando di anticipo sugli altri che arriveranno appena finiranno di raccogliere nelle zone più basse della Puglia e delle stessa Basilicata.
Molti di loro stanno lavorando pulendo i campi dalle erbe infestanti, altri sono andati via, altri ancora dopo l’intimazione a lasciare quel rudere (La Grotta Paradiso), hanno trovato riparo presso altri casolari o sono ospiti da agricoltori che fanno incetta di mano d’opera per paura di rimanerne senza.
Già, braccia che servono all’agricoltura. Immigrati che servono al nostro PIL (si calcola che questi contribuiscono per il 9,5%). Lavoratori che permettono di rimpinguare il fondo delle pensioni e che senza il loro contributo questo sarebbe ancora più disastroso. Lasciano in Italia più dell’80% di quello che guadagnano e solo un misero 10% lo mandano nei Paesi di origine. In cambio prendono pochissimo: non esiste uno stato sociale per loro; inesistenti le politiche abitative, anzi visto le difficoltà che hanno per giungere ad essere cittadini di questa nazione non partecipano neanche hai bandi di edilizia popolare; sono a basso costo; vorrebbero diventare invisibili ma non ci riescono; sono dei veri lavoratori a “chiamata” e ultraflessibili; lavorano in media dalle 9 alle 14 ore; sotto l’acqua fino a completare il carico di “bins”. Ormai sembrano giovare solo alle miriadi di ONLUS che nascono e scompaiono. Nate anche loro per “somministrare” servizi con volontari-lavoratori ultra precarizzati. 
Qui a Palazzo San Gervasio, ormai ne abbiamo visti di “tutti i colori”, e non solo riferito ai colori della pelle.
L’inverno scorso, però, abbiamo assistito a qualcosa di nuovo. A Rosarno i lavoratori si sono opposti anche a questo stato di cose. Lo hanno fatto con la dignità di chi sa di essere sfruttato e “maltrattato”, di chi è consapevole che ha da perdere poco rispetto alla rivendicazione dei propri diritti fondamentali. I più di non vedersi rinnovato il Permesso di soggiorno o di quelli arrivati con gli ultimi sbarchi, dall’africa nera, sono in pochi ad averlo. Questi non hanno da perdere neanche questo.
Qui invece è da novembre che si discute, la Regione ha messo tutti intorno ad un tavolo alla ricerca di soluzioni impossibili, ricette improbabili e poco realizzabili. Forse non tutti sono stati ascoltati e chi aveva da dire qualcosa è riuscito a farlo senza che ci fossero interlocutori possibili, che avrebbero potuto riflettere su quello che è stato detto. Il Comune dal canto suo si è limitato a redigere ipotesi e progetti con una qualche validità sula carta ma che quando si sono realizzati nascondevano la semplice azione di “far cassa”. Nuova moda di chi, finalmente è solidale con questi uomini e donne.
Perché si vuole una nuova Rosarno?
L’agricoltura, e con lei l’agricoltore, è tutta intenta a superare la crisi, che dura da decenni, attraverso l’abbattimento dei costi. Non sembrano esserci più ricette valide. Abbattimenti dei costi rivolto alla sola voce dei salari, non potendo incidere su altre voci o trovare soluzioni tecniche che glielo permettono di fare.
Allora anche l’agricoltore si trova a dover adottare soluzioni poco elastiche che guardano nella compressione dei costi, che tendono allo sfruttamento di questi nuovi schiavi, incidendo queste non solo sul salario ma anche sul tipo di rapporto lavorativo che diventa a cottimo, sull’orario di lavoro che si dilata alle 10, 14 ore lavorative, sull’approvvigionamento della mano d’opera che è ritornata ad essere quella di molti anni fa che vedeva primeggiare la figura del “caporale”, vero aguzzino dell’intera filiera.
Caporale che normalmente è legato alla “malavita” e che quindi diventa anche interfaccia di questa con la parte agricola, e soprattutto, quando riesce ad entrare in contatto con il mondo economico sano, allarga il suo malaffare ad altri suoi comparti: usura, furto con “cavallo di ritorno”, intreccio affaristico con spezzoni magari in crisi del settore, mantenimento nello stato di soggezione e in caso estremo mantenimento in uno stato di schiavitù dedito allo sfruttamento di uomini e donne, sponsorizzazione di falsi permessi di soggiorno stagionali. In molti casi socio “aggiunto” alle aziende agricole.
In questo anche l’agricoltore rimane vittima. Vittima non solo del “caporale” ma dell’intero sistema che governa l’ortofrutta. Sistema che sostanzialmente si governa con la sottrazione di una percentuale, lecita o illecita, ad ogni operazione che l’agricoltore fa: dal 7 al 10 % alle cooperative, di cui l’1-3 % va alle OP. E poi a questo si dovrebbe aggiungere altri 2, 3 % su ogni acquisto, perché l’investimento ad ettaro è elevato e gli introiti che riesce a muovere sono alti. Per cui si ritrova a dover sborsare dei maggiori costi dovuti non tanto al valore dei prodotti che hanno sul mercato ma al di più che si ferma a chi fa da intermediario con il rivenditore o con il rappresentante, tanto che molti agricoltori hanno anche la rappresentanza di qualche altro mezzo necessario alla coltivazione: Materiale per l’Impianto di irrigazione, Concimi, Antiparassitari, fino a spingersi nell’arrivo puntuale dei camion necessari per il trasporto alle aziende di trasformazione o magari assicurarsi contratti con aziende che danno maggiore sicurezza e puntualità nei pagamenti o che anticipano il pagamento del prodotto. Maggiori costi che molte volte non sono giustificati e che aggravano l’economia di un prodotto in crisi. A questo aggiungiamo quello che molti agricoltori hanno già denunciato e che ha visto nella crisi del 1996 la forza delle industrie e cioè quella di vedersi dimezzato il quantitativo conferito sia attraverso il non conteggio di parte del carico che attraverso lo “scarto” che questa attribuisce al prodotto. O ancora la produzione di documenti cartaceo che ormai in agricoltura sembra essere l’attività principale.
Tutto questo appesantisce e grava sul Prezzo Contrattato, che per il 2010 è di 0,70 con stime che sono da riguardarsi al ribasso per le buone produzioni che si prospettano e al Premio titolo che si aggira intorno alle 1.000,00 Euro ad Ettaro a fronte di costi per ettaro prodotto di circa 8.000,00. Questo evidentemente lascia dei margini di guadagno molto esigui per l’agricoltore.
È intanto il fenomeno dei flussi pare che nessuno voglia gestirlo. Non la regione che è titolata a farlo, contribuendo anzi a mantenere in uno stato di indecenza i lavori necessari al comparto agricolo, condannati ad errare da un campo all’altro, da un rudere all’altro sotto i controlli incessanti delle forze dell’ordine e i condizionamenti di un lavoro sempre più in mano alle organizzazioni malavitose.
La domanda allora sorga spontanea a chi giova un’altra Rosarno?
 
Palazzo San Gervasio 02.08.2010
 
Gervasio Ungolo
 
 

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