Il nuovo centro nella provincia di Potenza accoglie 100 immigrati. fonte www.diritti globali.it Raffaella Cosentino

Il nuovo centro nella provincia di Potenza accoglie 100 immigrati: gli avvocati non possono entrare e chi si trova all’interno non sa quale sarà la sua sorte. Sarà Cie almeno fino a fine anno

Palazzo San Gervasio (Pz)  – La tendopoli di Palazzo San Gervasio è stata trasformata dal ministero dell’Interno in un Centro di identificazione e di espulsione ‘temporaneo’, nel senso che fino a fine 2011 ha le funzioni di un Cie. Per il futuro si vedrà. All’interno si trovano ancora 100 persone che probabilmente saranno rimpatriate perché arrivate a Lampedusa dopo il 5 aprile, termine ultimo dell’emergenza che dava diritto al permesso di soggiorno temporaneo. Nessuna associazione è ancora entrata nel nuovo Cie, neppure l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, né gli immigrati hanno potuto parlare con un avvocato. La tendopoli era stata allestita meno di un mese fa e gestita dalla Croce Rossa. Ospitava circa 600 tunisini dai 18 ai 35 anni, la maggior parte dei quali ha avuto il permesso di soggiorno temporaneo ed è stata accompagnata alle stazioni ferroviarie di Melfi, Potenza o Foggia. Per i cento rimasti, la struttura si è dunque trasformata da campo d’accoglienza in luogo di reclusione. Non è chiaro se i tunisini siano stati informati sulla loro sorte o sulla possibilità di fare comunque richiesta di asilo politico. Intorno al campo, che aveva una recinzione blanda in ferro, è stato costruito un muro alto alcuni metri e la gestione del centro è andata al consorzio Connecting People, gestore di altri Cie.

“In base all’accordo Stato – Regioni, la competenza doveva passare alla regione Basilicata e quindi alla protezione civile, c’era stato anche un incontro dell’Anci qui a Palazzo – racconta Gervasio Ungolo, volontario dell’Osservatorio Migranti Basilicata – c’è da dire che da tempo il Viminale cercava luoghi come questo per costruire nuovi Cie, con alcune caratteristiche come l’essere lontano dal paese, avere una recinzione e avere all’interno strutture in muratura basse”. All’interno del Cie di Palazzo San Gervasio comunque i tunisini starebbero ancora dormendo nelle tende. “Noi delle associazioni sul territorio non siamo informati, non sappiamo nulla di quello che succede lì dentro”, spiega ancora Ungolo.

Da tendopoli e campo d’accoglienza a luogo di reclusione per i migranti non in linea con il decreto del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ questa la metamorfosi del centro di Palazzo San Gervasio. Eppure, meno di un anno fa le autorità locali avevano chiuso la struttura perché violava le norme igieniche e di sicurezza. Il campo d’accoglienza si trova su un’ex fabbrica di laterizi, bene confiscato a un boss della Sacra Corona Unita e poi di proprietà del comune. Per dieci anni, dal 1999 al 2009, aveva ospitato gli stranieri lavoratori stagionali sfruttati nella raccolta del pomodoro San Marzano, che vi si accampavano con le tende. Grazie a un comitato locale composto da cittadini e associazioni e con i fondi di comune, provincia e regione negli anni sono stati realizzati i bagni, i servizi e le pompe dell’acqua. E con fondi regionali venivano acquistate circa 300 tende canadesi biposto, le stesse che gli africani si portarono dietro a Rosarno.

La scorsa estate l’aministrazione comunale (Pdl – Udc) ha deciso di non riaprirlo, nonostante uno stanziamento di 190 mila euro da parte della Regione. Africani e maghrebini lavorano nella piantumazione che inizia in questi giorni e poi nella raccolta a settembre, ma solo nei giorni di pioggia, quando non si possono usare le macchine. La paga è di 4 euro per ogni cassone raccolto, un cassone pesa 3 quintali. In media un bracciante raccoglie 30 cassoni al giorno. Ma una parte di questa paga è trattenuta dal caporale che ha procurato il lavoro.  In paese c’era stata anche la visita del Comitato Schengen presieduto da Margherita Boniver, ma l’amministrazione comunale si è rifiutata di riaprire il campo per mancato rispetto delle norme igienico sanitarie. Con il campo di accoglienza chiuso i lavoratori stranieri si accamparono nei casolari abbandonati senza luce né acqua. (raffaella cosentino) 

  

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