Rosarno, Imola e l’algerino che viene dalla Luna

Quante Rosarno ci sono state (che i media non hanno raccontato) e soprattutto quante altre si preparano?

Partiamo da quella originaria, del gennaio 2010. Il ministro dell’Interno spiega gli “incidenti” così: la troppa tolleranza riservata ai clandestini rafforza la criminalità. Con ogni evidenza è il contrario: le organizzazioni criminali si giovano della vulnerabilità dei migranti (in primo luogo dell’essere costretti alla clandestinità, non avendo modo in Italia di avere documenti e lavoro regolari) per sfruttarli e quando serve ricattarli o arruolarli. Ma questo è un ragionamento, corredato dai dati oltre che dall’evidenza, che di solito i media e le forze politiche non fanno. Perciò faticano a capire cosa è accaduto a Rosarno e nulla dicono salvo specifiche contestazioni – la rivolta esplode dopo le aggressioni armate… non è un particolare secondario – su come si sono svolti i fatti in quel gennaio e qualche generica rivendicazione di diritti sempre più astratti. Il governo ha sui migranti una linea politica chiara: crudele e razzista (dunque anti-costituzionale) ma senz’altro chiara. Perfino coerente pur mettendo nel conto le fanfaronate, le bocciature a livello di Corte Costituzionale e/o Unione europea, la cialtroneria di molti amministratori, la scarsità per le risorse da impiegare nella repressione ecc. Giornalisti e politici che si vorrebbero democratici invece non hanno una minima strategia rispetto all’immigrazione.

Così non vedono «Le Rosarno d’Italia» come Stefania Ragusa titola il suo bel reportage, le «storie di ordinaria ingiustizia» precisa il sottotitolo. E’ uscito a fine aprile, pubblicato da Vallecchi (196 pagine, 14 euri) de è un libro che non dovete perdere.

Un viaggio attraverso tutta l’Italia, anche in luoghi che si vorrebbero “insospettabili” se non altro per la scarsa penetrazione della criminalità organizzata. Il libro è diviso in «Rosarno del Nord» (5 tappe), nelle «Rosarno diffuse» (due tappe, poi si spiegherà il senso della definizione), in una sofferta «Rosarno del Sud» (Vittoria, città natale dell’autrice che da anni vive a Milano) per finire con le «classiche» (altre 6 tappe).

Si inizia con Milano, la via Padova che i media da tempo hanno condannato – «è un ghetto» – senza un regolare processo. La realtà è molto più complessa come mostra l’autrice. Lo capisce la diocesi di Milano come molte fra le persone (straniere e italiane) che lì abitano o chi ha studiato il quartiere; la sindaca Mestizia no, preferisce l’accetta o forse più banalmente subisce i ricatti del suo vice e della Lega. Forse non è solo questione milanese. Sintomatiche, in chiusura di capitolo, le considerazioni di una persona rientrata in patria dopo quasi 30 anni: «L’Italia che avevo lasciata era completamente diversa, era un Paese libero. Adesso ci sono telecamere ovunque, controlli e divieti dappertutto: è vietato mendicare, sedersi sulle panchine, bere la birra per strada e chiacchierare nei parchi alla sera. La delazione è incoraggiata, hanno inventato le ronde e ci sono i militari per strada: come in Nicaragua sotto la dittatura. Per avere un permesso di soggiorno o un visto d’ingresso si aspettano mesi e mesi. E questo mi ricorda la Birmania. Forse il cambiamento è stato graduale e voi avete fatto in tempo ad abituarvi ma io sono sconvolta».

Non tutte le persone che qui vivono si sono abituate e/oo sono state zitte ma la voce dell’anti-razzismo, della difesa dei diritti è debole e appunto non trova sponde mediatiche-politiche.

Seconda tappa il Trentino, uno dei luoghi dove il passa-parola (ma con il conforto di dati oggettivi) assicura che va bene, siamo a un livello di garanzie da Nord Europa. Ma anche qui crescono soprusi o peggio che si preferisce non vedere. Stefania Ragusa decide di raccontare lo sfruttamento «gentile» (le virgolette sono sue) nella valle del porfido ma «gentilezza non vuol dire innocenza».

Fermata successiva Zingonia, dalle parti di Bergamo, una «utopia trasformata in ghetto». Brutta storia ma anche stavolta, come altrove, la narratrice cerca e trova piccoli (e talvolta grandi) segni di speranza e resistenza: dal sedicenne pachistano che pianta fiori a Maria che organizza pulizie in autogestione. Segnalo (a pagina 64) a chi non la conosce la «teoria delle finestre rotte»: chiunque è vissuto in un quartiere popolare si riconoscerà in questa analisi semplice che rifugge le parole di moda (da ghetto a degrado, da Bronx a invivibile) e usa un’arma dimenticata ma sempre devastante, il buon senso. Qui i nativi non hanno seguito le urla della Lega Nord ma comunque Zingonia vanta un triste record: «il primo appartamento sequestrato in Italia per effetto del pacchetto sicurezza».

Terza tappa è Imola, luogo che conosco bene dato che da quasi 20 anni vi abito. Socialismo, cooperative, benessere e diritti, «vista da qui Rosarno appare molto lontana in tutti i sensi». Eppure… Proprio una cooperativa, nel ciclo dei rifiuti, è protagonista di uno scandalo che si cerca subito di soffocare invece che di affrontare. Eppure (bis) si sta ragionando di «condizioni igieniche allarmanti», di caporali e vessazioni, di paghe da schiavi dentro un’azienda il cui 57,5% è del gruppo Hera, insomma di pubblico interesse. Il titolo del capitolo è «Oltre le mani niente»; avete capito a cosa si riferisce? Le ultime righe raccontano del telefono che suona: qualcuno racconta alla giornalista che anche a Modena sta per esplodere una vicenda analoga… ma l’autrice non fa in tempo a verificare. Qualche altra/o forse romperà il muro del silenzio, Ho chiesto all’autrice di riprendere uno stralcio del reportage imolese; lo trovate qui di seguito.

Sull’invasione cinese, la destra a Prato ha vinto le elezioni. Ma il quadro che dipinge Stefania Ragusa è assai più complesso a partire dal fatto, mai citato, che il sindaco Roberto Cenni – così anti-cinese da non volere in città le bandiere a mezz’asta dopo un lutto – «è stato uno dei pionieri e dei primi fruitori della delocalizzazione industriale italiana in Cina». Non c’è dubbio che i cinesi a Prato siano tanti ma sono talmente gonfiate queste vicende che si possono sparare numeri a casaccio senza che qualcuno vada a verificare; e Ragusa coglie in fallo anche «il manifesto», un quotidiano di solito attento. Eppure non è piccola la differenza fra 10 mila regolari (che si può, forse esagerando, raddoppiare a 20 mila includendo i cosiddetti clandestini) e i 70 mila che fanno titolo sui media. Ce n’è anche per Roberto Saviano che in apertura di «Gomorra» amplifica, senza lo straccio di una prova, la leggenda dei «cinesi che non muoiono mai»: a Prato, come altrove, non glie l’hanno perdonato. Oltretutto in un libro così documentato: si vede che sui cinesi si può inventare di tutto.

Quelle che Stefania Ragusa chiama le «Rosarno diffuse» sono i luoghi ipocritamente chiamati Cie (e prima Cpt) e le truffe istituzionali come l’ultima sanatoria-trappola. Segnalo a chi vive in Toscana come Stefania Ragusa (a pag 102) affronti in poche righe il “sì-no-non so” istituzionale a proposito della creazione di un Cie. Certo è “di parte” l’autrice:intanto perchè anti-razzista e poi, come racconta, perchè «il mio compagno di vita è stato il terzo ospite» nel Cpt di Torino: dopo molti anni «preferisce non tornare a Torino: quello che ha visto e sentito in un mese e mezzo di prigionia continua a fargli troppo male». Fate occhio, in particolare nel capitolo sui Cie-Cpt, alle note perchè alcune di queste notizie non passano sui media e dunque l’opinione pubblica le ignora salvo che non sia particolarmente attenta. Ma segnalo anche, per la sua ironia quasi scespiriana, la frase di un esule algerino che all’ennesima udienza-beffa in tribunale dichiara di venire dalla Luna. «Ma in che Paese?» chiede il giudice, pensando a una omonimia, un po’ tipo Parigi in Texas. E lui risponde: «in cielo, vostro onore. Devo per forza venire dalla Luna perchè voi continuate a trattarmi come un extraterrestre».

Tenete a mente questa frase-capolavoro ma preparatevi a leggere un capitolo tragico perchè nei Cpt-Cie le proteste possono sfociare nell’autolesionismo o in roghi mortali (come a Trapani). Ma anche il capitolo successivo è drammatico: il racconto delle proteste “sulle gru” (a Milano e Brescia) è dettagliato e serrato. Rischia così di sfuggire qualche passaggio-chiave. Per esempio questo: «erano 28 anni che a Brescia non veniva vietata una manifestazione». O il discorso di Edda Pando che ad «Annozero» ammutolì Casini e solo per questo andrebbe ringraziata.

«La tappa nella Rosarno-Vittoria è stata la più difficile del mio viaggio» scrive Stefania Ragusa. Ma altrettanto sconcerto e dolore probablmente assale chi è di origine romana e si trova a leggere cosa accade agli «indiani invisibili» dell’agro pontino, a due passi dalle spiagge dei ricchi.

Imprevista la tappa successiva a Carsoli, provincia dell’Aquila, luogo che ben pochi hanno sentito nominare dove in una ditta ci sono addirittura i cessi separati: «su quello dei bianchi c’è scritto: “divieto di ingresso per gli indiani”». Una storia che perà ha almeno in parte un lieto fine, a dimostrare che il coraggio (degli immigrati) e l’impegno (delle persone antirazziste) spesso pagano.

Sconosciuto, «pressochè inesistente sulle carte geografiche», è anche San Nicola Varco nella Piana del Sele. O il piccolo comune di Palazzo San Gervasio, al confine tra Basilicata e Puglia. Ma il viaggio di Stefania Ragusa svela quel misto di arretratezza e modernità come quell’intreccio fra legale e criminale che ormai sembra caratterrizzare grandi estensioni dell’Italia… e non solo nel Meridione.

La tappa a Castel Volturno contempla l’orrore e il paradosso: una strage (il 18 settembre 2008) e un sindaco, Antonio Scalzone, che accusa i missionari comboniani di attirare sul territorio «prostitute, spacciatori e criminali di ogni risma». Altri preti sono nel mirino, come quello di Cassibile nel siracusano; un capitolo dove si può leggere un segretario del Pd che parla come la Lega Nord, tanto per tornare al discorso iniziale sull’assenza di un’altra “visione”.

 

Stefania Ragusa è una eccellente giornalista. Si è documentata per capire quali fossero le Rosarno “invisibili” (o prossime a esplodere) poi è andata lì a vedere, ascoltare, raccogliere documenti. Sono rimasti pochi in Italia a lavorare così e comunque raramente i media lasciano spazio a queste inchieste che magari trovano più facilmente un editore o un regista (preziose le indicazioni bibliografiche e di film nelle note del libro): la libertà di informazione è garantita nelle riserve indiane, nelle nicchie, nelle linde biblioteche dello zoo-safari. Ma oltre all’abilità nel reportage, bisogna dar conto a Stefania Ragusa di sapere, quando occorre, commentare quel che accade in modo chiaro e semplice senza quelle frasi pompose che caratterizzano a esempio i cosiddetti buonisti. Per far capire che la repressione dei migranti ci riguarda non ricorre a slogan vuoti o a pur sacrosanti inviti alla solidarietà. Spiega invece: «I migranti sono il “luogo” in cui vengono sperimentate oggi le politiche repressive che informeranno definitivamente il futuro e che hanno già reso ostico il presente: fine delle garanzie, fine dello Stato sociale, fine delle tutele sindacali». Chi non lo vede è cieco. «Il razzismo non è irrazionale o ignorante come spesso si tende a credere. Forse è tale a livello popolare ma quando lascia i bar e le portinerie e si accomoda nelle istituzioni, esso serve a uno scopo preciso: distrarre, dividere, indebolire» (pag 19).

E più avanti, a proposito dei “clandestini”, ricorda che nei Cie-Cpt si finisce in assenza di una condanna penale ma per un illecito amministrativo: «In un Paese in cui il falso in bilancio è stato depenalizzato ed evasori e truffatori seriali – loro sì ladri insidiosi e generalizzati – vengono percepiti come gente di mondo, l’assenza di un documento, non avere ucciso, rubato o cospirato ai danni dello Stato, ma la semplice assenza di un permesso – che per vie ordinarie risulta fra l’altro quasi impossibile da ottenere – si trasforma nella più grave delle colpe, punibile con 6 mesi di annientamento in un lager e la successiva interdizione all’Europa per 10 anni». Parole scritte prima che l’Unione europea avvisasse l’Italia che queste scelte non sono compatibili con i diritti garantiti.

Come la storia ci dimostra la persecuzione di un gruppo ci svela i rischi che corrono i diritti di tutte e tutti. I silenzi sono complici ma alla lunga sono anche auto-lesionisti.

IMOLA: ROSSA DI VERGOGNA?

Di seguito uno stralcio dal libro di Stefania Ragusa, il titoletto qui sopra invece è mio … ma per correttezza segnalo che in realtà Imola, negli ultimi tempi, è rossa solo quando corrono le Ferrari. (db)

Imola è amministrata dal centrosinistra. Ed è piena di sportelli
gestiti da cooperative sociali e associazioni pronte a rispondere
ai bisogni del territorio in tempo reale. La storia di
questa città, almeno negli ultimi due secoli, si intreccia saldamente
con quella del socialismo italiano, del cooperativismo
e delle battaglie per i diritti. A Imola, per dirne una, è nato
Andrea Costa, fondatore della sezione italiana della Lega internazionale
dei lavoratori e compagno di Anna Kuliscioff.
Vista da qui Rosarno appare molto lontana, in tutti i sensi.
Eppure, il 14 luglio del 2010, in questa città accade qualcosa
che scuote profondamente gli animi e riempie le pagine dei
giornali locali. Un gruppo di lavoratori legati a una cooperativa
e appoggiati dalla neonata Unione sindacale di base,1 irrompe
in Consiglio comunale esibendo uno striscione che riporta
un’accusa chiara, concisa, pesante: «Imola come Rosarno.
Vergogna!!!».
La cooperativa si chiama Omega Group. I lavoratori sono
quasi tutti immigrati, impiegati nella differenziazione dei rifiuti.
Formalmente si tratta di soci lavoratori ma nessuno di
loro ha una qualche voce in capitolo nella conduzione dell’impresa.
Denunciano di essere costretti a operare in condizioni
igieniche allarmanti, vessati dai caporali e trattati come
schiavi, per paghe che oscillano tra i 600 e i 700 euro al mese.
Tutto ciò non all’interno di un capannone clandestino o di un
casolare sperduto bensì in uno stabilimento2 ben segnalato
da frecce e cartelli e di proprietà della Akron Spa, azienda
certificata, specializzata nei servizi ambientali e controllata
da capitale pubblico. Akron, infatti, per il 57,5% appartiene al
Gruppo Hera, “multiutility leader nei servizi ambientali, idrici
ed energetici”, facente capo alla Regione, dotata di un bilancio
di sostenibilità e di un codice etico, e impegnata a gestire la
monnezza di tutta la Romagna e di Bologna e Modena. Il restante
42,5% è riconducibile a una facoltosa famiglia di Imola,
i Fabbri. Omega Group ha avuto l’appalto per trattare rifiuti
inerti e già differenziati per conto di Akron. A prima vista è
una regolare cooperativa con sede a Faenza, soci lavoratori e
un immigrato alla presidenza. Ma a uno sguardo più ravvicinato,
tanta regolarità perde nettezza. Si scopre infatti che
Omega Group non applica al suo interno il contratto nazionale
delle cooperative e che ai sedicenti soci lavoratori non vengono
riconosciuti ferie, tredicesima, malattie e permessi. Si
scopre che, contrariamente a quel che dovrebbe accadere, sui
nastri trasportatori arriva di tutto. Si scopre, infine, che negli
anni ci sono stati diversi e strategici cambi di nome e di presidenti,
ma a muovere le fila è sempre rimasta la stessa persona:
Paolino Ferrara, un ometto di origine siciliana, passato attraverso
differenti militanze politiche: Dc, Ppi e Pd.
Il blitz in Consiglio comunale in sé è una piccola cosa, però
fa molto rumore in città. Imola non è abituata a queste forme
di protesta. Il sindaco, Daniele Manca, sprofonda nello stupore:
queste forme di sfruttamento qui non si sono mai viste
e non si possono accettare. Quando poco dopo viene fuori che
l’assessore alle Società partecipate, Andrea Bondi, forse qualcosa
sapeva, – Usb sostiene di aver provato a preallertarlo –
allo stupore si aggiunge una punta di imbarazzo. Ma l’amministrazione
comunale, è proprio Bondi a sottolinearlo, non
ha competenze dirette in questa materia: può essere considerata
un interlocutore politico, non una parte in causa. Questo
certo alleggerisce la posizione dell’amministrazione ma non
cambia la sostanza delle cose. Qualche giorno dopo Usb, Movimento
a 5 Stelle – quello di Beppe Grillo, per intendersi – e
il Coordinamento migranti di Castel Maggiore convocano
una conferenza stampa per spiegare nei dettagli la situazione.
Una videocamera riprende tutto e i racconti dei lavoratori
vengono messi on line. Il caso esce definitivamente dai
confini della città…» 

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