La Chiesa lucana: il Cie 
non rispetta la dignità umana
 
di FRANCESCO RUSSO

PALAZZO SAN GERVASIO – Anche la Chiesa lucana non vede di buon occhio la trasformazione del campo di accoglienza di Palazzo San Gervasio, in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie). Ma nonostante i ripetuti appelli del clero della Basilicata, con in prima fila monsignor Giovanni Ricchiuti, che ha definito la struttura «un carcere a celo aperto», il ministro Roberto Maroni non sembra intenzionato a cambiare idea. La legge parla chiaro: per chi è arrivato in Italia dopo il 5 aprile c’è il decreto di trattenimento. E non solo a Palazzo San Gervasio. Ed è proprio la legge che è introduce principi da molti ritenuti non rispettosi della dignità umana. 

I migranti continuano a vivere da reclusi nella struttura di Palazzo, e l'opinione pubblica inizia ad interrogarsi seriamente su come sia possibile privare persone della propria libertà, senza che sia stato commesso alcun reato. Secondo monsignor Ricchiuti, «la politica non deve fare accordi sulla pelle delle persone, ma deve, invece, trovare intese per aiutarle». Concetto, quest'ultimo, rilanciato dal governatore lucano, Vito De Filippo. Ed il riferimento è proprio alle scelte del Governo sulla questione immigrati.

Già ad aprile, quando il campo di Palazzo venne aperto ai tunisini sbarcati in Italia, la Chiesa lucana si era detta preoccupata dalla vicenda. Così, scriveva il portavoce della Conferenza episcopale della Basilicata (Ceb), Don Mauro Gallo: «Auspichiamo che, nel pieno e totale rispetto della dignità umana degli immigrati, il periodo di permanenza nel Centro possa essere il più breve possibile, consentendo l´identificazione degli ospiti e la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo per potersi recare liberamente nelle città e nei Paesi europei dove poi dovranno regolarizzare legalmente la loro presenza. Un prolungato e indeterminato periodo di permanenza nel Centro, al di là dell´impegno organizzativo richiesto – evidenziava la Ceb – deve fare i conti con oggettive difficoltà logistiche, insufficienti a garantire a tutti un sereno trascorrere dei giorni, che potrebbero suscitare negli immigrati reazioni non facilmente prevedibili, dal momento che, allo stato attuale della situazione, non è concesso loro di uscire dal Centro. La struttura di accoglienza – concludeva Don Gallo – si trasformerebbe così in luogo d´ingiusta detenzione, in quanto limitativa dei diritti fondamentali di libertà e di movimento di quanti sono temporaneamente ospitati».

L'appello della Chiesa lucana, a quanto pare, è caduto nel vuoto. Ma le parole del portavoce della Conferenza episcopale – che temeva la trasformazione del Centro in un luogo di ingiusta detenzione – si sono rivelate profetiche. Purtroppo.
 

 

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