Campagna contro il Caporalato

 

Il convegno di ieri (St)

Foggia – BEN 45.230 stranieri, 20.045 lavoratori, 19.970 migranti, 14.000 senza nessuna protezione. La cabala con i bussolotti del lavoro nero, della presenza straniera in Capitanata, la rimesta Daniele Calamita. Il segretario della Flai Cgil, alla presenza del “nazionale”, Gino Rotella, di Mara De Felici e della senatrice Colomba Mongiello (oltre a quelle di Davide Pati di Libera e Magda Jarczak della Camera del Lavoro dauna) nel maxi incontro di ieri pomeriggio che ha chiuso “Stop caporalato”, evento messo in piedi dal nazionale del sindacato rosso e diffuso su tutti i territori come forma di sensibilizzazione ma anche di presa di coscienza del fenomeno sfruttamento, quantifica i danni di un vizio terribile dell’agricoltura dauna. “Il caporalato – accusa numeri alla mano Calamita – è il becero sfruttamento dell’uomo sui suoi simili”, una forma attraverso la quale “si massimizzano gli sforzi per ottenere profitti”. Con il rischio concreto ed attuale di rovinare a valanga sulla dignità umana.
LA CAMPAGNA – La chiosa delle giornate trascorse nei campi di Lucera (4 luglio), Cagnano Varano (6 luglio), Orta Nova (8 luglio) San Severo (13 luglio), Cerignola (14 luglio), Stornara e Stornarella (15 luglio), a traino della carovana anti sfruttamento, si è celebrata nel complesso di Santa Chiara, nel capoluogo dauno. Una grande tavola rotonda, essenzialmente di composizione sindacale, per cercare di dare una risposta alla domanda del caporalato e delle sue ricadute sul sistema produttivo della terra di Foggia. In piena fase emergenziale, dati i tempi, con la stagione del pomodoro ancora in atto e la vendemmia non lontanissima.
IL MODELLO – Ed allora che fare? Come insterilire questo meccanismo oliato? Come incastrare i padroni dello sfruttamento, quelli che minacciano provvedimenti, che si servono delle minacce più abiette e dei ricatti anche dei più sottili? Per Calamita serve “creare un sistema produttivo alternativo a quello attuale, inserito in un contesto non dissimile rispetto a quello impostato da Libera Terra”. Ovvero, cooperative sociali moralmente ineccepibili, rispetto dei diritti dei lavoratori, parità di trattamento per italiani e stranieri. “I diritti umani sono trasnazionali, non hanno sesso, non hanno colore, non hanno etnia”.
DAVIDE PATI – I modelli della gestione virtuosa ci sono, precisa Davide Pati, responsabile nazionale Libera in materia di Beni Confiscati. Cita i casi di Mesagne, di Cerignola, della Sicilia. L’abilità di tramutare terre un tempo fonti di ricchezza per malavitosi, in patrimoni di novità, democrazia, diritti, opportunità. “In contrada Scarafone, a Cerignola – ricorda Pati – abbiamo addirittura potato le viti del boss Mastrangelo”. Uva da tavola pregiatissima, tra le migliori nell’intero meridione, baciata dal sole ed accarezzata dal vento, distribuita fra le Feste dell’Unità dell’anno passato in tutta Italia.
MAGDA – Ma che ci sia ancoro tantissimo lavoro da fare lo rimarca la segretaria della Fillea di Capitanata, Magda Jarczak. Magda è una valigia piena di riscatto. Giunta in Italia come schiava dei campi, sfruttata e non pagata, adescata miseramente con la solita scusa dell’Eldorado occidentale, ha trovato una nuova vita grazie all’aiuto di una famiglia del capoluogo. La segretaria dei lavoratori edili ripercorre le tappe della sua vita: l’arrivo, il lavoro, le promesse, le sevizie, le minacce, il tentativo di abuso perpetrato dal “padrone” ai danni di sua sorella. E’, conferma, l’estetica del male ad essere mutata, non il male stesso. Che, anzi, c’è ed è forte come non mai. “Un tempo – ricorda – c’erano i cafoni. Oggi i cafoni non ci sono più, ma questo non significa che non ci siano gli schiavi. Sono soltanto cambiate le loro facce, le loro nazionalità, i loro connotati”.
119 FANTASMI – E l’evoluzione la racconta così: “Negli anni Novanta, i prigionieri delle campagne erano i polacchi. Questo fino a non molti anni fa, fino al cuore del Duemila, poi, d’un tratto, il balzo al’indietro: i polacchi sostituiti dagli africani, dai bulgari, dai rumeni”. Condizioni “ancora peggiori” e pene “più cruente per chi non lavora ai ritmi richiesti”. Sono 119 le persone approdate in Italia e poi scomparse nei fumi dell’ignoto, la cui sorte è ignota. Morti o magari nascosti o al meglio clandestini al lavoro in chissà quale campo o in chissà quale casa o a chissà quale ciglio di strada. Ma “i numeri non raccontano i dolori, le sofferenze, i nomi”. Quelli di vite troncate da un destino selvaggio che vi si è accanito contro.
p.ferrante@statoquotidiano.it

 

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