Boreano on my mind

Un breve racconto della sconcertante situazione che vivono migliaia di persone, uomini donne ed anche bambini, ogni anno, da agosto ad ottobre, nel nord della Basilicata. Uscita Bradanica. Stiamo lasciando Matera per raggiungere gli amici dell’Osservatorio Migranti Basilicata a Palazzo San Gervasio. L’aria è secca, il calore che sale dalla carreggiata ci fa viaggiare silenti e fiacchi. Questo viaggio e quelli che seguiranno per tutto settembre sono stati programmati a fine agosto, quando ormai l’arrivo dei raccoglitori di pomodoro è in piena fase massima; si parla di più di 400 persone giunte dal Nord Italia, dalla Campania e da Lampedusa. Arriviamo all’appuntamento alle 16.00 di un lunedì di inizio settembre. Ci raggiungono Gervasio e Bernardo, i responsabili dell’OMB e Francesco. Ci dirigiamo sulla strada da cui siamo entrati a Palazzo, prendendo poi una deviazione sulla sinistra. La scuola elementare, in cui sono state depositate le brande e i materassi dell’ex centro di accoglienza migranti, è abbandonata. Possiamo entrare senza chiavi, le porte sono aperte e all’interno dominano immondizia, calcinacci e spazi immersi in una nube polverosa e stantia. Le aule della vecchia scuola sono ampie, ben disposte; la stanza adibita a deposito è attigua ad una sala ancora più grande delle altre, doveva essere la mensa. Alla prima occhiata, i materassi si suddividono in nuovi, ancora coperti dal cellophane, e usati, in entrambi i casi dobbiamo infilare dei guanti per non sporcarci le mani con gli escrementi dei piccioni. Nel furgone carichiamo una quarantina di materassi per il primo giro di consegna a coloro che li richiederanno: una gentile concessione del Sindaco di Palazzo San Gervasio. Un centinaio di materassi e circa 150 brande. Sono il lascito di quello che per qualche anno è stato il cosiddetto “ Centro di accoglienza migranti” appena fuori il paese. Oggi, da circa sette mesi, questo recinto rinforzato da muri alti quattro metri e reti anti fuga, è una no men’s land, terra di nessuno. Una commissione parlamentare vi ha fatto visita in seguito all’inchiesta di Repubblica sulla sua nuova destinazione: area CIE ( Centro di Identificazione ed Espulsione) voluta dal ministro Maroni all’arrivo dei primi sbarchi di tunisini e marocchini, fuggiti alle rappresaglie militari, durante le rivolte della “primavera araba”. La vicenda è controversa, come tutto ciò che accade in Italia, ma in particolare qui in Basilicata. Governatore e Sindaco si rimpallano irresponsabilità e attribuzioni sulla scelta fatta dal Ministero degli Interni. Il centro, quando ancora di accoglienza, è stato chiuso nel 2010 dall’amministrazione comunale. Così tutti coloro che da agosto ad ottobre potevano usufruire di uno spazio sicuro, anche se provvisorio, e acqua potabile, si videro costretti a ri-occupare i casolari dell’ente Riforma, abbandonati ormai da decenni. Strada provinciale, direzione Venosa. Sulla destra un tratturo inter-poderale si inerpica sulla collina: Grotta Paradiso. Alla nostra destra, tre tende sono state sistemate tra gli ulivi. Fuori, seduti, cinque giovani ganesi guardano in direzione delle nostre machine. Uno di loro, Josef, si alza e viene a salutare Gervasio. Gli viene spiegato che per avere le reti occorre lasciare i propri dati: provenienza, età, stato civile. Non è un’operazione di controllo, ma di raccolta dati utile ad un centro di documentazione qual è l’associazione Michele Mancino, dalla quale è nato l’OMB. Sulla sinistra si trova il primo casolare del sito individuato per la consegna. Tre ragazzi provenienti dal Burkina Faso, come l’80% delle persone giunte qui per la raccolta del pomodoro, anch’essi seduti, come in attesa, sotto il portico di quest’ennesima bella cascina decadente. Emmanuele, uno degli amici di Matera, lo chiamerebbe l’ennesimo simbolo di una Riforma agraria fallimentare, quella della “terra a chi la lavora”, nata già morta. Ma questa è un’altra storia. O forse no. I ragazzi, gli uomini, le donne e due bambini, che incontriamo nei giorni seguenti tra i numerosi casolari fatiscenti, hanno anch’essi i volti sconfitti, dalla stanchezza, dalla sofferenza. Individui calpestati dall’indifferenza e dall’omertà, dalla rassegnazione poiché tutto questo è immutato da più di un decennio e non se ne vede un lampo di cambiamento. Nella raccolta dei dati di coloro che, abituati alla caritatevole compassione dei timorati di Dio, ritirano brande e materassi, ritroviamo padri di famiglia ultra cinquantenni, giovanissimi operai dell’ormai retrocesso Nord-Est, interi gruppi da poco sbarcati a Lampedusa, laureati e diplomati, artigiani qualificati che da anni si adattano a fare i raccoglitori stagionali lungo una nuova linea gotica: Nardò, Castel Volturno, Foggia, Alto-Bradano, Rosarno. L’impotenza è totale, l’incapacità da cittadini italiani ed europei che ancora convivono con questi soprusi anti costituzionali, l’incapacità e l’inafferrabilità di questo presente bruciano ogni idea di civile convivenza tra i popoli, ogni lotta per il rispetto di tutti gli individui, lavoratori e lavoratrici, ogni fondamentale concetto di equità, solidarietà e bellezza sociale costruiti mattone su mattone durante la lotta di Liberazione dal Nazi-Fascismo europeo e dalle sue leggi razziali, durante le lotte bracciantili e operaie del Secondo Dopoguerra, con la lunga stagione di liberazione dei Paesi africani contro apartheid e colonialismo europeo. Negli incontri successivi, i ragazzi conosciuti alla Grotta Paradiso e a Boreano ( Venosa ), oltre a chiedere acqua, cibo, abiti e scarpe, ci interrogavano sull’assenza della società civile, dei lucani, riguardo la loro situazione.

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