Lettere sulla crisi del manifesto

Lettere sulla crisi del manifesto

 Cari compagni…

 “Quando muore un anziano in Africa è come se bruciasse una biblioteca"

 Non vuole avere un sapore di necrologio ma una incitazione a continuare una esperienza unica nell’editoria di tutta Europa. Non conosco un altro quotidiano di tiratura nazionale che faccia o meglio coglie un pezzo di pensiero nell’opinione pubblica e che per quanto piccolo sia tenuto così in alta considerazione.

 Il titolo vuole invece augurarvi di poter continuare in questa lunga esperienza e la chiusura di questa testata ha una drammaticità che è alla pari solo al dramma di chi viene a mancare in una società dove l’esperienza e il sapere si trasmettono per via orale.

 Molte generazioni si sono formate a “pane e (il) manifesto”. Questo raccontavo ad una vostra giornalista in uno dei più brutti articoli che avete mai pubblicato, proprio su Palazzo San Gervasio e sul Osservatorio Migrante Basilicata. Peccato.

 Ricordo ancora quando era un lenzuolo, impossibile aprire nell’autobus che la mattina che ci portava a scuola. Eccezionale la trovata di ridurlo a quasi la metà dei formati di atri giornali……

 E poi il sostegno verso l’edicolante che non lo ritirava, le cinquanta mila lire spillate ai compagni per comprare più copie, il dibattito sul terrorismo, la militarizzazione del territorio, l’ambiente e i movimenti, il sostegno ai Centri Sociali.

 Negli anni ha tracciato l’identità dei comunisti e dei movimenti. Dell’affanno che il comunismo ha attraversato fino ad oggi, fino alla “debacle” di una esperienza istituzionale unica, quella del PRC.

 È forse questo il travaglio di un pensiero che molti vogliono zittire. Ridotti come siamo a gruppetti autoreferenziali senza alcuna strategia e prospettiva politica. Senza un disegno generale e una visione completa di come deve girare il mondo, con la forza della pratica disgiunta da quella delle idee. Beni Comuni, Comunità di Pratiche, Mediazione dei Conflitti, solo idee appiccicate senza un collante ideologico nuovo.

 E forse la forza della “surmodernità” che ci travolge, essere dentro alla storia dell’adesso, dell’ora e del qui, alla quale ci fa sentire tutti partecipi, che ha scardinato i vecchi strumenti, la carta stampata, senza possibilità di reinterpretazione delle nuove esigenze espresse dai territori, non solo quelli geografici ma anche quelli delle idee. Che questo abbia determinato il soccombere, sotto i colpi della borghesia, del capitale e della reazione, che invece ci sta con il fiato sul collo cancellando diritti e libertà?

 Seguiamo la vostra vicenda con apprensione sperando che basti il semplice resistere….

 Con affetto

 Gervasio Ungolo

 per il Centro di Documentazione Associazione Michele Mancino – Osservatorio Migranti Basilicata

 Palazzo San Gervasio

 

 

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