da la Gazzetta del Mezzogiorno: Immigrati clandestini

 

Immigrati clandestini
ridotti in schiavitù
nel Salento: 16 arresti
I nomi degli arrestati
Il testo dell'ordinanza
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LECCE – «Ci diedero un panino che non mangiai nemmeno per quanto ero disperato». È la frase emblematica di una delle poche vittime che ha trovato il coraggio di ribellarsi e di fare arrestate una banda composta da 22 persone che ha sfruttato nelle campagne di Nardò (Lecce) centinaia di clandestini tunisini e ghanesi, costringendoli a raccogliere angurie e pomodori in cambio di una paga che non superava i due euro l’ora.
Tra le persone finite in carcere non ci sono solo i soliti schiavisti extracomunitari ma anche dieci imprenditori italiani tra i quali spicca il nome di Pantaleo Latino, di 48 anni, il 're delle angurie' del Salento. Secondo l’accusa, i datori di lavoro sono stati complici dei caporali e promotori del 'sistema illecito' e si sono arricchiti utilizzando pratiche di lavoro degne di un sistema «para-schiavistico».

Di riduzione in schiavitù si parla infatti nel provvedimento di arresto notificato a 16 dei 22 indagati mentre sei persone sono riuscite a sfuggire alla cattura. I fatti sono precedenti alla protesta degli immigrati contro lo sfruttamento e il caporalato che riguardò l’estate scorsa la masseria Boncuri di Nardò. Ma anche questi immigrati lavoravano e vivevano in condizioni a dir poco disumane. Quasi tutti percepivano una retribuzione lorda di 20-25 euro al giorno dalla quale si vedevano decurtate dai caporali le spese di vitto, alloggio e di trasporto nei campi. Il vitto consisteva nell’essere ammassato il più delle volte in casolari di campagna abbandonati e fatiscenti, senza infissi, energia elettrica, acqua e con il tetto in eternit. Il cibo, invece, non andava oltre un panino. Per non parlare dell’acqua che non veniva somministrata neppure durante il mese del Ramadan quando i musulmani digiunano e hanno bisogno di bere molto per evitare le insolazioni nei campi dove gli immigrati lavoravano 10-12 ore al giorno senza fare pause e senza giorno di riposo per l’intero ciclo di raccolta.

Il gruppo criminale smantellato all’alba dai carabinieri del Ros e del Nil – secondo la Dda di Lecce – era costituito da italiani, algerini, tunisini e sudanesi e operava in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia. Era dedito alla tratta di esseri umani, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e allo sfruttamento lavorativo dei nordafricani che venivano adescati nei loro villaggi inseguendo il sogno di una paga dignitosa e di buone condizioni di vita. I clandestini – secondo le indagini – venivano solitamente imbarcati dal porto tunisino di Halk El Wed e, dopo un lungo viaggio della speranza, approdavano in Sicilia da dove raggiungevano la Calabria e, infine, il Salento. Qui erano vittime del cartello criminale composto da datori di lavoro, caporali e da capi squadra che sorvegliavano il lavoro nei campi.

Dalle intercettazioni telefoniche emergono chiaramente le condizioni lavorative disumane a cui erano costretti gli immigrati. «Ora quelli te li sfianco fino a questa sera…', dice un caporale. «Soli sono stati! Morti di sonno, di fame e de… de sete…». «…e quelli volevano pure bere e non c'era nessuno che gli dava l’acqua…», ribatte sogghignando un capo squadra.

 

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