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da Corriere Immigrazione.it: Un giorno in Questura. A Palermo

Un giorno in Questura. A Palermo

Domanda: qual è secondo voi l’aspetto più negativo dell’essere stranieri in Italia? Leggete qui. La risposta vi sorprenderà

Quotidiane peripezie per un permesso di soggiorno. Alla domanda “Qual è l’aspetto più negativo dell’essere stranieri in Italia?” raramente gli immigrati e i loro figli menzionano il razzismo della gente. Non negano che il razzismo ci sia: soprattutto chi ha tratti somatici che svelano origini estere ha generalmente un nutrito repertorio di eventi e circostanze in cui è stato oggetto di pregiudizi razziali, se non addirittura di veri atti di discriminazione ed aggressione. Quello che molti stranieri realmente non sopportano del vivere in Italia è l’esperienza dell’ufficio stranieri della Questura. La «Questura» nell’immaginario migrante si erge a simbolo dell’indocile burocrazia che avviluppa le vite, che dispensa autorizzazioni e divieti attraverso una logica imperscrutabile.

Per far comprendere ai cittadini italiani in cosa consista l’esperienza dell’ufficio stranieri di una Questura italiana ho scelto di raccontarne uno: quello di Palermo. L’ufficio stranieri della Questura di Palermo è situato in una zona decentrata della città. Sbriga le pratiche di oltre 25.000 extracomunitari regolari soggiornanti nell’intera Provincia, ciò significa che per chi lavora in un diverso comune e giunge in treno o in pullman nel capoluogo, al tempo del viaggio deve sommare fino ad altre due ore per andare con i mezzi pubblici dalla stazione centrale agli uffici preposti. Occorre allora passare la notte all’addiaccio per sperare di essere ricevuti in giornata o che non si debba tornare troppe volte prima di concludere le pratiche.

Giunti in fondo alla via San Lorenzo ci si trova davanti un vialetto bordato di palme che conduce a quello che fu un Convitto Nazionale, un tempo prestigioso edificio di sobria bellezza, oggi struttura fatiscente e parzialmente inagibile. Sotto un portico stanno radunati diverse decine di stranieri, che non di rado superano il centinaio. È dunque il cortile la sala d’aspetto dove giovani e vecchi, malati, donne incinte e bimbetti trascorrono lunghissime ore, nell’insopportabile calura estiva come nell’umido inverno.

Non è che manchino gli spazi per contenere gli stranieri che attendono di essere ricevuti: i poliziotti aderenti al Siulp che lì prestano servizio mi spiegano che basterebbero piccoli lavori di irrisorio prezzo per rendere alcune delle molte sale inutilizzate dignitosi luoghi d’attesa. Ma la dirigenza non si è mai attivata per risolvere questa circostanza che molto umilia gli stranieri. Al portone che conduce agli uffici sta un addetto che consente l’accesso degli immigrati dieci alla volta. L’agente del giorno è una donna scontrosa, la vedo apostrofare un uomo da poco giunto dal Ghana che comprende male l’italiano e che insiste per capire quanto deve fare.

Entrando nello stabile colpisce la sporcizia e la decadenza degli ambienti. In fondo al corridoio sta una porta con la scritta «guasto»: si tratta dell’unico bagno a disposizione degli utenti. In realtà, però, non è del tutto inservibile: nella schiera di water scolastici uno malamente funziona. Ma l’ambiente è divenuto un magazzino dove sono accatastati mobili arrugginiti, scaldabagni non più funzionanti e altri cimeli corrosi del tempo e pericolosi soprattutto per i bambini che sono coloro che più vi ricorrono. Gli immigrati residenti a Palermo da lunga data dicono che non ricordano il tempo in cui quella scritta non ci fosse.

Ciò che però affligge maggiormente gli stranieri sono i tempi delle pratiche. Il Testo Unico sull’immigrazione all’art. 5 c. 9 recita: «Il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda». I venti giorni sono un termine rispettato? Certamente no e da nessuna Questura. I tempi medi in Italia, anche dopo il coinvolgimento della posta e l’informatizzazione delle procedure sono di cinque o sei mesi. Ma non è affatto raro che i tempi siano molto più lunghi e che il permesso che dovrebbe coprire un anno o due arrivi già scaduto. E a quel punto occorre che lo straniero inizi tutto da capo: deve rifare tutti i documenti, ripagare le tasse ed i bolli, aspettare una nuova convocazione, riandare a fare le file alla Questura e attendere ancora.

In attesa del permesso non si è irregolari, ma oltre a vivere in uno stato di sospensione e precarietà, si incorre in diverse limitazioni. Si dispone di una cedola che la propagandista dice sostituire in tutto e per tutto il permesso di soggiorno, ma in realtà così non è. Con la sola cedola non si può lasciare il paese: per cui il ragazzino straniero che deve fare la gita scolastica e a cui il permesso non è stato rinnovato non può partire insieme a tutti i suoi compagni. Lo straniero che ha i genitori malati al paese, che vorrebbe partecipare al matrimonio della sorella, o rivedere i figli che ancora non è riuscito a ricongiungere deve spesso desistere. Gli studenti universitari stranieri hanno difficoltà a veder caricati gli esami superati e rischiano così di perdere la borsa di studio, il posto letto e in sostanza il diritto a studiare per quanto meritevoli. Si deve rimandare il matrimonio in attesa delle pratiche. Si avrà difficoltà ad affittare una casa, a stipulare un nuovo contratto di lavoro, non si ha diritto all’esenzione dal ticket sanitario, ecc. La ricevuta insomma rende ancora più complicata la vita non facile di uno straniero in Italia.

Ma da cosa dipendono questi tempi intollerabili? Gli agenti della Questura mi spiegano che non sempre le domande sono ben formulate o sono complete della documentazione necessaria; ma anche quando sono ben fatte, la comunicazione tra gli enti preposti (posta, Questura e poligrafico dello Stato) richiede del tempo. Il software poi ha dei bug (errori di scrittura del programma, ndr), per cui capita che mischi le informazioni: la foto della mamma viene scambiata con quella della figlia, le donne diventano uomini, ecc. E le pratiche spesso giacciono inevase perché le dotazioni informatiche sono scarse e scadenti. Inoltre non è stato previsto un ufficio informazioni per chi chiede solo di orientarsi o accertarsi che i suoi documenti siano in ordine, evitando così di tornare molteplici volte e di gravare sul turno di chi deve avanzare le pratiche. Non sono stati fatti accordi affinché mediatori culturali titolati, volontari o stipendiati da associazioni, possano agevolare l’amministrazione a lavorare puntualmente e celermente. La non sempre facile comprensione linguistica tra utenza e operatori è un’altra delle ragioni che rendono gravosa la visita all’ufficio immigrazione.

Gli stranieri riconoscono che alcuni funzionari ed agenti hanno un atteggiamento comprensivo e cortese, ma segnalano frequenti episodi al limite del razzismo: dichiarano che molti operatori si rivolgono loro con il “tu”, che alcuni agenti si spazientiscono facilmente davanti a coloro che non sono in grado di padroneggiare bene l’italiano, comunicando una mal velata minaccia: «stai al tuo posto perché il tuo permesso dipende da me». Alcuni migranti denunciano anche un’incompetenza del personale che non conosce a dovere la materia nelle sue continue evoluzioni.

I poliziotti del Siulp spiegano che se alcuni agenti o funzionari assumono talvolta atteggiamenti sbrigativi o scortesi nei confronti dell’utenza ciò dipende dal fatto che sono stanchi e logorati. Gli agenti che operano presso l’Ufficio Stranieri si sentono loro stessi abbandonati dalle istituzioni, costretti a lavorare privi dei mezzi necessari, in un ambiente indecoroso e con un’utenza non semplice. Si percepiscono anche come declassati rispetto al loro mandato professionale. Inoltre gli operatori del settore immigrazione della Questura ricevono corsi di aggiornamento riguardanti la normativa o le tecnologie introdotte, ma manca una formazione di tipo psicologico che li metta al riparo dal burnout e che li prepari a relazionarsi con persone di diversa cultura e provenienza. Tanto gli immigrati quanto gli agenti concordano sul fatto che sarebbe più opportuno che le pratiche per i permessi di soggiorno venisse svolta dai comuni. Ciò renderebbe più capillare e rapido il servizio rispetto alle Questure che hanno base provinciale. Inoltre libererebbe personale della polizia per operazioni più consone al loro ruolo di agenti della pubblica sicurezza.

Questa descrizione quasi pedestre di una Questura italiana intende mettere in evidenzia degli aspetti apparentemente secondari, ma che possono avere effetti molto gravi sulle persone: tanto sui migranti che sul personale delle pubbliche amministrazioni. Agenti e migranti, contrapposti nei ruoli, subiscono entrambi, per quanto in diversa misura, gli effetti di incuria e cattiva organizzazione delle istituzioni. Ciò può provocare una polarizzazione, un reciproco astio certamente non utile allo svolgimento di un buon servizio pubblico.

Clelia Bartoli

 

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