da Meridiani Relazioni Internazionali: L’UE gestisce le frontiere costruendo una ‘Fortress Europe’

L’UE gestisce le frontiere costruendo una ‘Fortress Europe’

L’Unione Europea sempre più simile ad una fortezza | Foto di European Parliament / Flickr CC

La gestione delle frontiere dell’Unione Europea è un vero e proprio tema prioritario dell’agenda politica di quegli Stati membri che si affacciano sul Mediterraneo o che costituiscono la porta orientale dell’Unione: Italia, Grecia, Malta e Spagna. Ciclicamente la questione del controllo dei confini irrompe sulla scena continentale come vera e propria emergenza.

La primavera araba è stato il fenomeno più recente che ha incentivato gli arrivi sulle coste italiane e maltesi di migliaia di persone che fuggivano dai disordini e dalle violenze nei propri paesi natii. Per quanto i numeri registrati non siano stati considerati dalla Commissione europea tali da far parlare di “mass influx”, gli Stati che si sono trovati a gestire l’emergenza si sono trovati a svolgere un lavoro non facile. Appellarsi al principio della solidarietà tra i membri dell’UE si è rivelato inefficace, tanto che i due Stati mediterranei si sono visti negare delle forme di aiuto su base volontaria dalla maggior parte dei colleghi europei.

Terrorizzati dagli oneri operativi ed economici connessi alla gestione dei confini, questi paesi hanno cercato di trasferire a Bruxelles la competenza delle incombenze maggiori e di scaricare sugli altri Stati membri il fardello dell’immigrazione.

È così che sono arrivate prepotenti alle ribalta tre proposte della Commissione, elaborate per rafforzare i controlli alle frontiere esterne: l’istituzione di EUROSUR, la creazione di un “entry-exit system” (EES) e l’adozione di un Programma per Viaggiatori Registrati (RTP). Tutto questa ha preso il nome di “Frontiere intelligenti”: un’iniziativa di Bruxelles per impiegare nuove tecnologie per facilitare il transito di stranieri che viaggiano spesso nell’UE, oltre che monitorararlo più efficientemente. EUROSUR (European External Border Surveillance System) permetterà lo scambio di informazioni tra Stati membri e l’uso di tecnologie di sorveglianza per realizzare la gestione integrata delle frontiere. EES registrerà i movimenti delle persone dentro e fuori l’area Schengen e permetterà di individuare coloro che rimangono irregolarmente nell’UE allo scadere del loro permesso di soggiorno. RTP razionalizzerà i controlli sui cittadini di paesi terzi che sono già conosciuti dalle forze di sicurezza europee e che non rappresentano dei rischi per l’UE, accelerando le procedure per il loro ingresso nell’area Schengen.

Sebbene giustificato con la volontà di rendere la gestione delle frontiere più sicura ed efficiente e presentato come insieme di misure soltanto tecniche, questo pacchetto di novità rischia di avere delle conseguenze negative. Oltre all’aggravio sulle finanze europee (il costo stimato è di circa 1,5 miliardi di euro), c’è il rischio che il “pacchetto” sia tanto invasivo da violare alcuni diritti umani. Un esempio potrebbe essere l’uso improprio di dati biometrici sensibili che saranno rilevati in gran quantità su tutti coloro che valicheranno i confini europei.

Una situazione che ha riportato alla memoria la denuncia di Watch fatta circa un anno fa nei confronti di Frontex. L’agenzia dell’Unione Europea incaricata di coordinare la gestione delle frontiere esterne europee e che dovrebbe collaborare per l’implementazione di EUROSUR è stata accusata di aver violato la Carta Europea dei Diritti Fondamentali, al cui rispetto è peraltro vincolata. In particolare, secondo il report intitolato The EU’s dirty hands: Frontex involvement in Ill-Treatment of Migrant Detainees, Frontex avrebbe esposto i migranti provenienti dal confine turco a condizioni inumane e degradanti, facendoli permanere in centri di detenzione sovraffollati in Grecia.

Se questo è quello che accade per le frontiere esterne dell’Unione Europea, non va meglio per le frontiere interne.

Dall’entrata in vigore dell’Accordo di Schengen, diversi episodi hanno contribuito a creare tensioni istituzionali e politiche. L’ultimo in ordine di tempo è quello che ha segnato una frattura nel rapporto tra Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE. Il motivo è stata la decisione adottata in seno al Consiglio Giustizia e Affari Interni di giugno 2012 che di fatto ridimensiona il ruolo del Parlamento europeo su Schengen. L’unica istituzione europea democraticamente eletta è stata infatti esclusa dalla procedura legislativa codecisionale di valutazione e monitoraggio dell’acquis di Schengen e ha subito la riduzione del suo intervento a semplice fine consultivo.

La sospensione dell’Accordo è la prima minaccia che gli Stati membri, solitamente del Nord Europa, fanno per tutelarsi dall’arrivo di migranti, ad esempio in seguito ad una loro ‘redistribuzione’ all’interno dell’UE o alla circolazione irregolare nel territorio del Vecchio Continente.

È stato questo il caso del ripristino dei controlli ai confini con Francia e Germania annunciato dalla Danimarca nel maggio 2011. Più di recente, invece, Francia e Germania si sono fatte promotrici della proposta di interruzione della validità dell’Accordo di Schengen in caso di necessità, appellandosi alla volontà di impedire che Schengen diventi la porta per l’immigrazione illegale. La proposta è stata fatta propria dall’ultimo Consiglio dei ministri dell’Interno, che ha autorizzato il blocco di Schengen solo in circostanze eccezionali.

Menzione a parte meritano le sospensioni temporanee dell’Accordo di Schengen decise in occasione di forum internazionali come misura per la lotta al terrorismo e per la prevenzione dei crimini. Esempi in tal senso sono la sospensione dell’Accordo decisa dall’Austria più di un anno fa in concomitanza con il World Economic Forum di Vienna e quella decisa dalla Spagna lo scorso aprile per il vertice della Banca Centrale Europea a Barcellona.

Infine, il terrore di avere dei controlli poco efficienti e dei confini ‘a groviera’ fa sì che Bruxelles tardi a dare il nulla osta per l’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen. Ancora il rapporto pubblicato qualche giorno fa dalla Commissione evidenzia il deficit democratico e nella lotta alla criminalità di Bucarest e Sofia, allontanando così i due paesi dal tanto rincorso ingresso nell’area di libera circolazione.

L’impressione che si ha è che quando si tratta di difendere i propri confini Bruxelles non badi a spese e chiuda un occhio su eventuali responsabilità di carattere etico nei confronti dei migranti. Tuttavia prevedere addirittura l’impiego di “unmanned aerial vehicles”, ovvero di droni sul Mediterraneo e sulle coste del Nord Africa, sembra tracciare uno scenario di guerre all’immigrazione clandestina che supera di gran lunga le dimensioni reali di questo problema.

Evidentemente l’Europa finge di ignorare che non è questa la strada giusta da percorrere per risolvere il problema dell’immigrazione. Certamente si devono fare i controlli sui cittadini di paesi terzi che vogliono entrare nell’UE e senza dubbio occorre sorvegliare le frontiere, soprattutto in un’ottica di lotta al terrorismo. Ma non si può più rimandare la soluzione del vero problema, che è tutto interno all’Unione e che riguarda il modo e la capacità di affrontare le emergenze migratorie negli Stati membri che rappresentano il primo approdo per migliaia di disperati.

Il fenomeno migratorio è gestibile da un’area tanto integrata come è l’Unione Europea; serve però che gli Stati membri smettano di barricarsi dietro gli interessi nazionali e adottino uno spirito di maggiore solidarietà e coesione.

4 settembre 2012

 

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