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da Corriere Immigrazione – Parola d’ordine: chiudiamo i Cie

 

Parola d’ordine: chiudiamo i Cie

Può sembrare lontano il Primo Marzo 2013, ma se si vuole arrivare all’ appuntamento con le idee chiare e una piattaforma politica condivisa è necessario muoversi per tempo. Per questa ragione la rete Primo Marzo ha già avviato, in questo primo scorcio d’autunno, gli incontri preparatori. Il primo si è tenuto a Modena, lo scorso 7 ottobre, e ha permesso di evidenziare parole d’ordine e priorità. Tra queste la principale rimane inevitabilmente la mixité. «Il Primo Marzo nasce dalla volontà di mettere insieme l’impegno antirazzista di autoctoni, immigrati, seconde generazioni, nella convinzione che il riconoscimeto dei i diritti e la multiculturalità sono questioni trasversali, che riguardano tutti e vanno affrontate insieme. Accanto a questo c’è una volontà comune di focalizzarci, per la prossima edizione, sulla lotta per la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione», spiega Cécile Kashetu Kyenge, portavoce della Rete. «Ci siamo impegnati molto nei mesi scorsi nel cordinamento della campagna LasciateCientrare. Ma portare la stampa e la società civile nei Cie (cosa che tra l’altro rimane ancora assai difficile, ndr), per far sapere all’esterno cosa accade lì dentro, ovviamente non è sufficiente. Queste strutture, indecenti, inutili e costose devono essere smascherate e chiuse. Proprio da Modena, pochi mesi fa, abbiamo lanciato l’inziativa “L’Italia è migliore senza i Cie”, una raccolta di firme che va in questa direzione. Il prossimo Primo Marzo potebbe essere proprio un “Primo marzo per un mondo senza Cie”. Non ci dispiacerebbe utilizzare la formula dello sciopero della fame (una forma di dissenso pacifica e che non richiede particolari avalli) per portare l’attenzione dell’opinione pubblica su questa questione». Un altro leitmotiv potrebbe essere la denuncia ragionata del razzismo istituzionale. A proposito di questo, ricordiamo che la rete sta già lavoando alla realizzazione di un volume scritto a molte mani che si propone di diventare un utile strumento di lavoro a disposizione del movimento antirazzista. Si tratta di ipotesi di lavoro che saranno integrate, riviste, perfezionate nel corso dei prossimi incontri. Alcuni (a Carpi, Mantova, Torino, Palermo) sono già stati decisi e in fase di organizzazione. Altri saranno inseriti viavia in agenda. «A differenza degli altri anni, abbiamo pensato di non indire una grande assemblea generale ma proporre molteplici incontri territoriali», spiega Kashetu Kyenge. «Ci sembra un modo più efficace per incoraggiare quella partecipazione dal basso che caratterizza la rete dal suo esordio». La partecipazione dal basso non esclude il dialogo con partiti e sindacati. Da quando è nata la rete questo rappresenta un aspetto nevralgico e un punto di frizione. «E’ innegabile che così sia stato», riconosce la portavoce. «E questo deve fare riflettere molto tutti. Questa difficoltà di dialogo tra la società civile e i soggetti più politici, la mancata sintesi tra le proposte che arrivano dal basso e le decisioni dei vertici, indebolisce tutto il movimento antirazzista. L’obiettivo comune dovrebbe compattare e non frammentare». E qual è l’obiettivo comune secondo il Primo Marzo? «La creazione di una società accogliente per tutti e in grado di valorizzare e armonizzare le diveristà. L’Italia è già un Paese multiculturale. Il problema è che solo pochi se ne sono accorti. Noi crediamo che sia fondamentale far crescere questa consapevolezza. La cultura e la politica devono, anche in questo caso, camminare insieme».
Il prossimo incontro è previsto a Carpi all’interno della tendopoli del dopo terremoto. «Siamo vicini alla popolazione colpita dal terremoto e vogliamo sottolineare questa vicinanza. E’ un dato di fatto che nelle tendopoli oggi siano rimasti solo immigrati e la nostra presenza lì vuole essere anche un monito alle istituzioni, affinché si attivino per trovare delle soluzioni stabili».

Francesca Materozzi

 

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