L’emersione del lavoro irregolare degli immigrati. Prime note dopo la chiusura dei termini

L’emersione del lavoro irregolare degli immigrati.
Prime note dopo la chiusura dei termini
di Gennaro Avallone (Università di Salerno)

Il provvedimento per l’emersione degli immigrati irregolari, i cui termini sono scaduti il 15 Ottobre scorso, prevedeva che potessero essere regolarizzati solo i rapporti di lavoro a tempo pieno, ad eccezione del settore del lavoro domestico e di assistenza alla persona per il quale era possibile regolarizzare anche rapporti di lavoro a tempo ridotto, purché non inferiore alle 20 ore settimanali.
Dalla lettura dei dati pubblicati dal Ministero degli Interni si evince che su 134.576 domande totali inviate solo 18607 (il 14%) sono per lavoro subordinato, mentre tutte le altre si dividono tra lavori di assistenza a persona autosufficiente, assistenza a persona non autosufficiente e collaborazione familiare. Evidentemente, chi ha presentato le domande, le ‘imprese’ che hanno assunto questi lavoratori, ha pensato di attestarsi sui livelli salariali minimi, utilizzando l’eccezione dell’orario ridotto a 20 ore previsto per il lavoro di cura privato.
Si potrebbero avanzare diverse considerazioni. Ne indico tre.
Intanto, si capisce che per i migranti c’è posto solo se si mettono al servizio della società locale, cioè solo nella condizione di lavoratori servili, altrimenti è difficile che vengano accettati. Così come è chiaro che se c’è integrazione, ad esempio, ottenendo il permesso di soggiorno, questa deve essere fortemente subalterna.
Inoltre, si comprende pure che per i settori a maggiore concentrazione di lavoro nero e informale – agricoltura ed edilizia in particolare – non ci sono state molte richieste di regolarizzazione, sancendo il fatto che per quanti operano in questi settori, in qualità di imprenditori, non sussiste il problema dell’assunzione di irregolari. La legislazione che avrebbe inasprito le pene contro chi assume lavoratori stranieri irregolari non è percepita, evidentemente, come tanto pericolosa per la propria condizione penale. In agricoltura, come in edilizia, ristorazione ed altri settori, si sta procedendo e si vuole continuare sempre allo stesso modo: sfruttare il lavoro nero e garantirsi la forte subordinazione della forza lavoro migrante per rispondere alla concorrenza e aumentare gli utili.
La sanatoria, infine, ha interessato meno di un terzo dei 500 mila immigrati previsti dal Governo. Evidentemente, ad essere sbagliati non sono stati i calcoli ministeriali, ma l’impostazione dal provvedimento: una sorta di sanatoria colf-badanti bis mascherata da misura generalizzata, che non risolve il problema dell’irregolarità amministrativa, giuridica e lavorativa di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri né dei rapporti di lavoro nero di cui si avvantaggiano esclusivamente le imprese.

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