da Corriere Immigrazione: Vite in Emergenza, Nodi irrisolti dell’Ena

Nodi irrisolti dell’Ena

Vite in Emergenza

8 aprile 2013

Un documentario (che potete vedere da qui) sul prima e il dopo dell’Emergenza Nord Africa. Gli autori raccontano come è nato e con quali obiettivi.

L’inchiesta Vite in Emergenza affonda le radici negli ultimi due anni della nostra attività politica. A marzo 2011, nel pieno degli sbarchi dalla Tunisia, siamo andati a Lampedusa per vedere da vicino cosa stesse accadendo, senza il filtro della narrazione main-stream. Dopo lo svuotamento dell’isola, abbiamo continuato a seguire e sostenere la fuga per la libertà dei ragazzi tunisini, attraverso tutto il territorio della penisola: dalla caserma De Carolis di Civitavecchia a Ventimiglia, il confine con la tanto ambita Francia.

Lo stesso desiderio di comprendere la realtà nei suoi imprevedibili sviluppi, per usare quel sapere negli spazi di intervento politico che le trasformazioni sociali aprono di continuo, ci ha spinti ad approfondire la questione dei nuovi centri nati nella provincia di Roma in seguito alla cosiddetta Emergenza Nord Africa. Nonostante l’attenzione mediatica fosse andata scemando, infatti, la guerra in Libia aveva aperto un’altra falla in quel confine costruito negli ultimi dieci anni nella sponda Sud del Mediterraneo, con l’alleanza criminale tra l’Europa “democratica” e i dittatori sanguinari al potere in quei territori. Ci teniamo a ripeterlo: ricostruire e raccontare la realtà di quest’emergenza non ha mai significato fare una denuncia giornalistica, ma dotarci anche di uno strumento per creare relazioni con i cittadini stranieri “accolti” nei centri, con gli operatori che vi hanno trovato lavoro, con le associazioni e i soggetti decisi ad attaccare una così sciagurata  gestione.

Vite in Emergenza è il risultato di questo lavoro. Il video che abbiamo presentato alcuni giorni fa a Esc, un atelier autogestito nato dalle lotte di studenti e precari, ne è una parte importante, ma non l’unica. Le voci raccolte sono quelle di alcuni operatori che lavorano o hanno lavorato nei centri. Ragazzi e ragazze che condividono con noi una forte precarietà, anche a fronte di livelli di qualificazione molto alti, e che hanno deciso di raccontare quello che hanno potuto vedere da dietro le quinte. La nascita e il funzionamento di strutture completamente inadeguate ad accogliere persone in fuga da una guerra e alla ricerca di autonomia e dignità. Luoghi privi dei servizi minimi necessari a garantire una permanenza dignitosa, dove perfino il cibo scadente diventa causa di tensioni e rivolte. “Parcheggi”, in pratica, in cui non vengono organizzati nemmeno i corsi di italiano, figurarsi i percorsi di inserimento sociale e lavorativo necessari a facilitare il primo contatto con un nuovo contesto.

Questo sono stati i centri di accoglienza nati all’interno dell’Emergenza Nord Africa: parcheggi, appunto, costati tantissimi soldi pubblici che sono andati a finire nelle tasche di pochissimi privati, per lo più cooperative specializzate nei servizi legati all’accoglienza dei cittadini stranieri e attive da anni nel territorio del Lazio. Cooperative interessate a massimizzare i profitti e contenere le spese. Soltanto loro hanno guadagnato qualcosa da questo ennesimo fallimento generalizzato delle politiche di accoglienza dello stato italiano: non gli operatori, costretti a fare da “guardiani” in situazioni di forte tensione e assunti con regimi contrattuali quasi sempre estremamente precari; non i cittadini stranieri, che dopo due anni di limbo si ritrovano per strada, senza prospettive e senza futuro, con 500 euro ricevuti dal governo come contentino, nel tentativo di comprare il loro silenzio e di scongiurare possibili disordini.

Se l’emergenza è ufficialmente finita, però, le “vite in emergenza” continuano. È quello che ci raccontano diversi episodi degli ultimi giorni: dall’occupazione del centro di Prati di Caprara (Bologna), successiva alla chiusura ufficiale, a quella di una palazzina abbandonata a Torino. Qui centinaia di rifugiati scaricati per strada dalla fine dall’accoglienza sono entrati in un palazzo abbandonato per riappropriarsi in prima persona, e fuori da logiche assistenziali, del diritto all’abitare. Un altro grave episodio è quello della caccia ai finti minori scatenata a Roma dal Comune e dalla Questura, un’offensiva intimidatoria funzionale a svuotare i centri che accolgono i ragazzi con meno di 18 anni, l’ennesimo strumento per far cassa del sindaco Alemanno, come se i diritti di queste persone possano essere considerati una voce di spesa tra le altre sostenute dall’amministrazione capitolina. La mattina di giovedì 4 aprile, poi, l’ennesima protesta si è avuta nel centro di Via Staderini, il più grande tra quelli nati a Roma dal piano di emergenza. Un centro gestito dall’Arciconfraternita, di cui tanti cittadini stranieri hanno denunciato le pessime condizioni strutturali, il sovraffollamento, i pasti scadenti e le continue tensioni. Per questo, a differenza di altre proteste, la rivendicazione dei ragazzi è stata soltanto una: ottenere quanto prima i 500 euro per poter finalmente lasciare quel luogo e tentare la sorte altrove.

La situazione, insomma, è estremamente complessa e a volte anche contraddittoria. Il degno epilogo di due anni di promesse non mantenute e speculazioni sulle vite delle persone. In questo contesto, crediamo sia fondamentale mettere insieme desideri, informazioni e competenze diverse per monitorare dal basso, senza deleghe a istituzioni cieche e conniventi, questa nuova fase. Mai come in questo momento è necessario che le associazioni, i collettivi, gli operatori sociali connettano le proprie esperienze per avere una capacità di intervento reale, con l’obiettivo di costruire insieme un nuovo capitolo delle politiche di accoglienza italiane. Un capitolo segnato, stavolta, dalla garanzia per tutti di diritti e dignità.

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