La moltitudine migrante e il “popolo italiano” – discussione su meticciato, integrazione e diritti

La moltitudine migrante e il “popolo italiano” – discussione

su meticciato, integrazione e diritti

 

di Redazione Unchained

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Il prossimo 10 luglio partirà da Bolzano la Carovana dei Migranti che attraverserà tutta l’Italia prima di concludere il suo percorso a Matera. Dal 19 al 21 luglio nel capoluogo lucano, canditato ad essere la Capitale europea della cultura nel 2019, si terrà il Festival della Libera Circolazione, promosso dalla Rete Primo Marzo, dall’Osservatorio Migranti Basilicata e dal settimanale online Corriere immigrazione. L’obiettivo di questa manifestazione, insieme alla collaborazione con diverse realtà locali e nazionali, è quello di riportare al centro del dibattito politico il tema dell’immigrazione, il valore del meticciato e le questioni della discriminazione e dei diritti negati della popolazione di origine straniera.

Un “movimento antirazzista” in favore dei diritti dei migranti sta avendo in Italia dei momenti di grande forza, compattezza e visibilità, come in occasione del Primo Marzo 2010. Dopo questo evento il movimento non si è arrestato: silenziosamente si sta sviluppando in maniera capillare, ma non ha ancora la centralità che dovrebbe avere nel dibattito pubblico. Quotidianamente, la crescita di questo “movimento” viene corrosa dall’ignoranza di quanti ancora parlano di chiusura delle frontiere, di respingimenti, di Itaglia agli itagliani

A quasi un mese dalla partenza della Carovana abbiamo colto l’occasione di farci quattro chiacchiere con Gervasio Ungolo, coordinatore dell’Osservatorio Migranti Basilicata.

Partiamo dalla cronaca recente. Siamo vicini ai familiari delle vittime colpite dal gesto folle di Adam Kabobo a Niguarda. Ed esprimiamo anche solidarietà al neo ministro Kyenge, duramente accusata da quelle brillanti menti della Lega come responsabile oggettiva dell’accaduto. Non commentiamo queste pessime uscite per sparare sulla croce rossa (non mi meraviglierei se un giorno Salvini accusasse il creatore di Lupin di “istigazione al ladrocinio”). Vogliamo però partire dall’origine di queste accuse: concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Quali cambiamenti una simile proposta di legge può portare al nostro paese?

Chi nasce in Italia e studia in Italia è un cittadino italiano nei fatti. Parla l’italiano e il dialetto del luogo in cui è nato, conosce la legge italiana, utilizza i servizi italiani, i suoi genitori pagano le tasse in Italia e lavorano in Italia, aiutando ad aumentare la ricchezza in Italia. Con i suoi contributi aiuta a pagare le pensioni attuali, partecipando a quel patto di solidarietà tra le generazioni e lo Stato italiano investe sulle seconde e terze generazioni, aiutandole nella formazione e professionalizzazione. In Basilicata la passata campagna di raccolta firme L’Italia sono anch’io, ha avuto l’adesione di alcune migliaia di cittadini, i quali hanno capito l’importanza e la ricchezza di una società meticcia, convinti di non lasciare soli questi uomini e donne futuri “apolidi” e nello stesso tempo hanno lanciato una sfida culturale a una nazione ferma, stantia e retrograda che è anche la patria dei fascismi.

“L’import e l’immigrazione sono due facce dello stesso problema, così bisogna quotare sia gli immigrati in entrata sia le merci, altrimenti è il caos sociale.” (Umberto Bossi)È chiaro che i fatti di Niguarda a Milano non hanno bisogno di commento. Questo, però, non deve distrarci dal dibattito in atto e chi lo usa a pretesto ha avuto la risposta dagli stessi cittadini che abitano a Niguarda che hanno allontanato Borghezio e gli squadristi leghisti. I migranti oggi non sono altro che soggetti che portano nel loro viaggio e nelle loro valige tante cose belle, molte di tipo esotiche e molte altre nuove sconosciute fino ad oggi, anche tanti nuovi diritti che quando riconosciuti non faranno altro che migliorare le nostre democrazie.

Il neo ministro Kyange non credo che abbia bisogno della nostra solidarietà, più che altro ha bisogno del nostro impegno affinché le battaglie sui diritti non siano solo di una parte della società ma universali all’interno di essa. Comunque a lei va il nostro augurio per l’incarico di ministro.

Le parole dei leghisti (e non solo le loro, a dire il vero) oltre ad essere frutto di una profonda meschinità, dettata dal vergognoso tentativo di accreditarsi elettoralmente agitando il logoro slogan “morte allo straniero”, ci fanno capire quanto il razzismo sia purtroppo un dato dal quale non possiamo comunque prescindere nell’analisi della società italiana al tempo della crisi. Lungi dal diminuire, col tempo il razzismo si sta radicando piuttosto profondamente nella nostra cultura, paradossalmente, se pensiamo che a fare la fortuna di quella che chiamiamo Italia hanno contribuito nel corso dei secoli i popoli più diversi del continente europeo. Ci sono parole che stanno subendo una trasformazione semantica molto pericolosa. La parola clandestino, ad esempio, è nata come una aggettivo e adesso si sta trasformando in un sostantivo che denota negativamente tutti coloro che provengono da altri confini. Anche immigrato è un semplice aggettivo che denota un passaggio, uno spostamento, mentre oggi viene impiegato anche per indicare persone che non hanno mai subito alcuno spostamento, ovvero i figli degli immigrati nati in Italia. Come è possibile invertire questa rotta semantica e culturale?

In Italia il berlusconismo ha il motore del suo esistere nella trasformazione semantica, o meglio, nell’uso che si è fatto della parola e del suo significato più intimo, tanto che lo stesso concetto di giustizia si è trasformato in garantismo verso chi delinque anche quando gli è stato riconosciuto il reato. La trasformazione del significato profondo della parola può cambiare la società stessa e la morale che regola i rapporti all’interno di essa.

Parole come extracomunitario, clandestino, romeno rappresentano il fulcro di tutta la materia. Extracomunitario, di per sé, non significa altro che una persona esterna alla Comunità Europea e quindi discriminante rispetto alla comunità degli uomini ben definita, dove l’extracomunitario non ha modo di poterne far parte. A tutto ciò l’aggravante di aver caricato questo termine di altre pregiudiziali di cui musulmano, terrorista, clandestino, ladro, pregiudicato: tutte minacce per la comunità già costituita. Per contro, non ci sogneremo mai di chiamare extracomunitario uno svizzero o un americano o un giapponese. Anche la condizione di clandestinità non ha nulla a che vedere con i migranti. Il clandestino è chi attraversa le frontiere eludendo i controlli di confine e quindi si trova sul suolo italiano all’insaputa delle autorità di controllo. In realtà, la maggior parte dei migranti arriva in Italia con un visto di tipo turistico o per motivi di lavoro, e solo alla scadenza dei termini del visto diventa irregolare, che risiede in Italia ma che non ha amministrativamente i regolari permessi per soggiornare. Così come chi arriva attraverso il mare: normalmente sono salvataggi e quindi adeguatamente regolati perché azioni di tipo umanitario.

“Circolano due teorie: da quando c’è la destra con la Lega al governo, zingari e immigrati sono due capitoli dell’emergenza rifiuti. L’altra teoria dice: no, la destra e la Lega sono al governo perché la gente considera zingari e immigrati due capitoli dell’emergenza rifiuti.” (Marcello Veneziani)C’è da considerare che solo il 14% degli arrivi avviene attraverso le carrette del mare, mentre per l’86% circa si arriva con regolare visto agli aeroporti di Roma o Milano. L’aspetto più grottesco è quello che abbiamo assistito per i migranti provenienti dalla Romania, non più extracomunitari ma diventati nell’informazione da popolo ru-meno a popolo ro-meno, in modo da identificarli meglio con le popolazioni rom, già gravanti questi ultimi di forti pregiudizi. In questi vent’anni l’odio dei nostri governanti verso lo straniero, a prescindere dalla sua singola condizione, ha permesso di far entrare tutto questo in un tritacarne dove i diritti sono stati violati e calpestati.

Secondo gli ultimi dati statistici, circa il 10% del PIL italiano proviene dai lavoratori stranieri. Già questo dato dovrebbe bastare a tenere lontano gli avvoltoi dell’Italia agli italiani dalle solite sterili posizioni in materia di integrazione. E invece ho la netta sensazione che questa argomentazione sia finita per essere immagazzinata, alterata e rovesciata dalle destre e usata come arma retorica, di per sé bastevole, per motivare fantasiosamente la disoccupazione giovanile e la crisi attuale. “Bravo! Vedi che ci sei arrivato pure tu! Se tu non lavori è perché ci sono questi qua che ti fregano il posto per quattro spiccioli”, mi disse in autobus un signore al quale avevo fornito il dato sull’incisione degli stranieri sul PIL italiano. Insomma, si inizia ad avere l’impressione che il razzismo in Italia si stia spogliando del suo elemento culturale, che non sia più solo una questione di burqa, di kebab in centro e di “moglie e buoi dei paesi tuoi”, e che stia iniziando ad investire anche la sfera economica, riempendo le sacche logiche di complottisti e nazionalisti di mezza tacca. Altrove, in Europa, abbiamo già assistito all’affermazione elettorale di partiti neofascisti che hanno cavalcato la paura dello straniero “ruba-lavoro”, quanto è vicino questo rischio anche per l’Italia?

La ricchezza ufficiale prodotta dai migranti in termini di Prodotto Interno Lordo è più alta del 10% detto sopra. Se a questa si aggiunge quella prodotta dai lavoratori in nero, dagli irregolari e da parte di quel sottobosco che non è rilevabile dall’ufficialità dei dati, allora vediamo che un’immediata assenza di questi lavoratori ci porterebbe a valori di ricchezza post bellici. Aggiungendo a questo dato quantitativo il fatto che interi pezzi del funzionamento del nostro sistema Stato è affidato ai servizi svolti dai migranti, capiamo che il dato più importante non è quello della maggiore ricchezza prodotta, ma quanto quello della funzionalità o meno dello stato. Proviamo ad immaginare se domani tute le badanti venissero a mancare, immediatamente il nostro stato di welfare affidato a loro nell’accudire alle generazioni più anziane si appesantirebbe, così da mandare in frantumi tutto lo stato sociale anche in altri settori, da quello sanitario quello di assistenza e di previdenza. Immaginiamo che domani venissero a mancare i nuovi braccianti, le angurie di Nardò resterebbero tutte nei campi, a meno di esborsi tali che non sarebbe più conveniente raccogliere questi frutti. Di questo ne siamo tutti ben consci e lo sanno le classi agiate e la piccola borghesia, che sono gli strati sociali che fanno un ampio uso di questi lavoratori immigrati.

Purtroppo, l’elemento razzista che viene fuori a giustificare le angherie che lo Stato mette in atto nei confronti dei migranti non è nuovo, ed è sempre rivolto i settori deboli della società mantenuti volutamente subordinati rispetto ad altri. Se andiamo a rileggere i fatti di cronaca che hanno accompagnato il dibattito all’allargamento de diritto di voto alle donne si trovano gli stessi argomenti. E quando le donne si vogliono emancipare nel lavoro, ricordate le tesi della donna che toglie il lavoro all’uomo e che farebbe meglio a ritornare tra i fornelli. Sempre più spesso questo tratto esclusivo di machismo è preso a pretesto dal mondo economico per nascondere e giustificare lo sfruttamento e lo stato di schiavismo in alcuni settori. In sostanza assistiamo agli stessi meccanismi di frantumazione sociale di pezzi importanti della produzione, applicati in passato dalle leggi fasciste e segregazioniste naziste ai danni delle classi più deboli. Durante il ventennio era vietato ai lavoratori di spostarsi da una città all’altra per cercare lavoro o dalla campagna alla città se non previo speciale permesso da parte delle questure. In Germania durante il periodo nazista i lager nacquero sulla scorta di strutture all’interno delle quali erano rinchiusi i lavoratori disoccupati e solo successivamente diventarono strutture per l’omicidio di massa.

Devo però rilevare che, da quando l’Italia è entrata nella recessione economica, per le strade non si rilevano particolari cambiamenti o attribuzione della crisi all’altro che viene da fuori, ma anzi si osserva quasi un condividere le nuove povertà.

Quali sono i settori lavorativi nei quali si inseriscono, o sono costretti ad inserirsi i lavoratori stranieri?

Le genti si spostano per migliorare la qualità della loro vita, sono lavoratori che sfuggono da situazioni economiche precarie nella speranza di trovarne altre migliori, dagli squilibri ambientali ed economici che vivono i loro Paesi di origine. La maggior parte di questi lavoratori si adatta a qualsiasi tipo di lavoro, per cui vanno ad occupare posti e professionalità rese immediatamente liberi dai lavoratori italiani. Sostituendosi immediatamente a loro, creano un nuovo mercato di lavoro là dove prima non c’era: non esisteva prima dell’arrivo dei polacchi il lavoro del lavavetro e quello della badante era molto diverso da quello che è oggi. In molti casi si modificano i rapporti di lavoro, così che nella stessa azienda un lavoratore è trattato in modo diverso rispetto all’altro pur svolgendo mansioni simili. Il dato che ha riflessi immediatamente negativi sui lavoratori autoctoni, per i quali poi si innescano guerre tra di essi, è che la nascita di nuove forme di rapporti lavorativi informali è la cattiva moneta che scaccia immediatamente il lavoratore che negli anni ha conquistato diritti e salari.

"Il grana padano è la dimostrazione che la Padania esiste." Al momento è la tesi più convincente.

“Il grana padano è la dimostrazione che la Padania esiste.” Al momento è la tesi più convincente.

Immaginiamo quello che avviene in agricoltura con il bracciantato. I braccianti professionalizzati, che lavorano con condizioni di salari e diritti conquistati nel tempo (non dimentichiamoci che le battaglie bracciantili hanno dato i natali a uomini come Di Vittorio, fondatore del sindacalismo moderno) non riescono a trovare lavoro perché devono competere con i Nuovi braccianti migranti che lavorano in stato deplorevole. Per i primi, che nelle lunghe lotte sindacali sono riusciti ad essere riconosciuti e professionalizzati, oggi non c’è mercato. In più, oltre a subire questa concorrenza interna che è fuori dalla legalità per molti aspetti e che vede l’allargarsi del malaffare in agricoltura, subiscono anche l’affronto culturale di una diceria che è quella per cui “il migrante fa i lavori che l’italiano non vuol fare” io aggiungerei “alle condizioni che il migrante è costretto a fare per necessità”. Non entro in merito alle diverse attività che i migranti sono impegnati, ma certamente quello agricolo è quello in cui spesso si assiste ad un vero e proprio stato di schiavismo.

Contrariamente a quanto pensa la maggior parte della popolazione, i CIE non sono stati introdotti dalla Lega nell’ultimo governo Berlusconi, ma nel 1998 con la legge Turco-Napolitano (n° 40 del ’98). Già nel 1999 i Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza ospitarono numerosi atti di rivolta da parte dei migranti, come accaduto a Trapani quando sei immigrati tunisini morirono nel tentativo di rivolta. Questa legge, lungi dall’essere stata soppressa, è diventata il modello per tutti gli altri disegni di legge in materia di immigrazione. I CPTA divennero CIE con Maroni all’Interno e la politica dei respingimenti (già prevista dalla legge n. 40/98) fu rafforzata. Dopo quasi due anni dall’istituzione del CIE di Palazzo San Gervasio, com’è attualmente la situazione?

Purtroppo, in quanto ad atrocità il governo di centro-destra non è stato da meno rispetto a quello di centro-sinistra. Certo, la maggiore persistenza del primo fa sì che le responsabilità siano soprattutto dei governi Berlusconi che si sono succeduti. Nel 2011 a seguito dell’ENA (Emergenza Nord Africa) nascono altre due strutture che per la loro particolarità si chiameranno CIET (Centro di Identificazione e Espulsione Temporanei) uno a Santa Maria Capua Avetere e uno a Palazzo San Gervasio. La sorte di queste ultime strutture, però, non sembrano trovarsi sotto una buona stella. Mentre quello di Santa Maria Capua Avetere è stato incendiato, quello di Palazzo San Gervasio è stato chiuso dopo la pubblicazione di video e testimonianze che denunciarono le condizioni di vita al suo interno. La Repubblica pubblicò a pieno titolo “La Guantanamo d’Italia“, dove corpi stremati sotto il caldo estivo erano lasciati all’interno di una voliera su un lastricato di cemento come unico riparo delle tende da campeggio.

Questo è l’epilogo di quello che spetta in Italia ai ragazzi tunisini della Primavera Araba, dopo essere stati umiliati sulla Collina della Vergogna e sul Molo di Lampedusa, passando per i Centri di Accoglienza di Manduria e Palazzo San Gervasio e il CIET di Santa Maria Capua Avetere. Non meno quello che subiscono i profughi provenienti dalla Libia. Tutta l’ENA sembra essere stata costruita per far scorrere fiumi di soldi al terzo settore e ad albergatori.

Di fatto il CIET di Palazzo San Gervasio nasce all’interno di una struttura sottratta alla mafia, di proprietà del Comune e destinata a fini sociali che dal 1998 ospitava i Nuovi Braccianti che da agosto ad ottobre arrivano nell’area del Vulture Alto Bradano per raccogliere i pomodori. Oggi la struttura è passata sotto il Ministero dell’Interno che l’ha destinata a CIET e ogni anno assistiamo alla reiterazione dell’ordinanza che destina i fondi per la sua riattivazione, la quale fa riferimento ancora all’ENA. Mi verrebbe da dire ai governanti e alla Protezione Civile “guardate che dell’ENA non c’è più traccia, così come i profughi di quella emergenza oggi sono tutti in Germania”.

Francamente non sappiamo se queste nuove ordinanze sono solo delle partite di giro, tale da mantenere una posta economica che altrimenti si viene a perdere o nell’attuale governo c’è ancora qualcuno che pensa di costruire strutture che limitano la liberà delle persone. Noi non crediamo che la struttura di Palazzo San Gervasio possa essere aperta un domani, anche se questa nuova ordinanza crea un qualche sussulto e ci dice che non bisogna abbassare la guardia sul diritto alla Libera Circolazione.

 

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