da Educazione Democratica: Dai Fatti di Lampedusa alla Definizione di un’Esigenza

Dai fatti di Lampedusa alla definizione di un’esigenza

Lo strumento della mediazione al servizio delle politiche pubbliche per la gestione dei flussi migratori

 

di Gian Piero Turchi, Michele Romanelli, Alexia Vendramini

 

Nella primavera del 2011 avremmo potuto scrivere (e condividere) che i sommovimenti sociali che stavano scuotendo l’area del Mediterraneo, in aggiunta alle crisi politiche in atto nei Paesi del Nord Africa, avevano innescato l’inevitabile ispessimento dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa. Ma non solo. In termini assolutamente scientifici avremmo potuto sostenere con forza che l’esigenza che si affacciava con dirompenza sotto gli occhi di tutti, si declinava nella necessità ‒ da parte degli Stati membri dell’Unione Europea ‒ di condividere un impegno comune sul Mediterraneo; questo per tutelare sia chi fosse in fuga da situazioni umanitarie e politiche drammatiche, sia l’unità della compagine europea stessa.

Oggi, a ormai diversi mesi da quanto accaduto a Lampedusa (si potrebbe dire, senza alcuna remora, non solo dobbiamo ribadire con forza l’esigenza di cui prima, ma anche fare i conti ‒ e ci riguarda tutti (ancora una volta!) ‒ con la perdita di vite umane (questa volta «troppe» e tutte assieme, che ci espone al rischio di ipocrisia). E proprio la dimensione di quanto accaduto ci ha colti impreparati nella nostra intimità ed è arrivata a colpirci in ciò su cui si poggia la nostra stessa esistenza: il senso del «noi», quando fino a qualche attimo prima poteva essere (ancora) disponibile il senso del «loro». Proviamo ad avviarci verso un maggior dettaglio.

I fatti di cronaca in materia di migrazione, che riguardano l’Italia in modo crescente, dal 1990 ad oggi, ci hanno abituato a scenari sempre cangianti e apparentemente molto differenti tra loro. Ma i fatti dell’ottobre 2013 ci dicono sia accaduto qualcosa in più. La tragicità e la dimensione di quanto avvenuto a Lampedusa, infgatti rischia di farci perdere di vista in modo perentorio l’esigenza. Pertanto, il rischio di ipocrisia può trovare la sua sostanza in due linee di pensiero/riflessione che si sono mostrate e che sono tutt’altro che definitive. Da un lato, ricercare (in modo apparente e ingannevole) il «colpevole» (una volta per tutte), dall’altro la denuncia della «legge che c’è o che non c’è» (basti pensare alla «crociata», certamente legittima ma forse tutt’altro che risolutoria, rispetto alla legge Bossi-Fini: questo non implica che lavorare ad una cornice normativa sia tutt’altro che privo di interesse, anzi). Possiamo considerare la prima come una delle possibili ricadute dell’attribuzione (e quindi dell’assunzione) di ciò che chiamiamo «processo di delega»: in questo modo, infatti, si stabilisce che alcuni ruoli (tra l’altro anche difficili da individuare, oltre ai consueti Finanzieri, membri della Marina Militare, Sanitari, Volontari, cittadini dei territori convolti, tra gli altri), e che soltanto questi ruoli siano chiamati a gestire determinate situazioni, determinati assetti interattivi, quali ad esempio i flussi migratori (e pertanto a rispondere di tale gestione). Ciò a cui stiamo assistendo, infatti, è che «occorre individuare il colpevole», colui che non ha fatto come avrebbe dovuto. Il fondamento di questo modo di procedere sta nel cercare soddisfazione ad un presupposto «bisogno naturale di giustizia» attraverso il ricorso ad una qualche sanzione o punizione. Questo bisogno, però, risulta soltanto presupposto e non effettivo, in quanto ci porta a rivolgere le riflessioni, gli sforzi, le risorse, altrove rispetto all’esigenza di costruire modi e strumenti per la gestione e per l’anticipazione di scenari come quelli che si consumano nelle acque del nostro Mediterraneo (ossia tutelare la Comunità accogliente e il migrante). La seconda (l’asse normativo-giuridico) è certamente importante: si tratta di una questione di civiltà giuridica disporre di assetti normativi in grado di considerare i flussi migratori come una caratteristica della comunità umana e non un problema che affligge la stessa. Ma senza un assetto gestionale e matrici organizzative coerenti e centrate su obiettivi di coesione sociale, rischia di essere un esercizio di stile tecnico-giuridico costantemente sopravanzato dalla variabilità e dimensione degli accadimenti. Si tratta, dunque, di giocare d’anticipo anziché lavorare costantemente sulle urgenze che diventano costanti emergenze e che, per quanto assai efficaci in ogni loro segmento, possono diventare scarsamente efficienti nella interazione fra loro e, soprattutto, non costruiscono prospettive e continuano a generare allarme sociale. Infatti, un’ulteriore ricaduta che oggi possiamo considerare a fronte del cosiddetto processo di delega è la possibilità, da parte di chi non è investito di alcuna delega, di chiamarsi fuori da ciò che accade, seppur ciò che accade faccia irruzione di fatto nella sua quotidianità, quella che il cittadino singolo, assieme a tutti gli altri, concorre a plasmare di giorno in giorno attraverso le proprie azioni e posizioni.

Dopo questa disamina, possiamo dunque asserire che condizione sine qua non per assolvere l’esigenza nei confronti dei flussi migratori sia, anzi vorremmo dire deve essere, l’assunzione di una «responsabilità condivisa», laddove tutti (e ribadiamo tutti) si sentano chiamati in gioco e si sentano attribuiti (e attribuiscano) un ruolo attivo in merito a ciò che avviene entro la comunità (così come è accaduto, e accade, anche in questi ultimi frangenti). Difatti, la comunità si attiva: i pescatori mettono a disposizione i loro mezzi e la loro perizia, i cittadini mettono a disposizione i loro beni e il loro tempo, eccetera. E allora la domanda è: qual è la «comunità»? O meglio: chi è la «comunità» negli accadimenti citati? Necessariamente, essa deve contemplare tutti coloro che vengono coinvolti in questi frangenti e, rispetto ai flussi migratori, si rende massimamente evidente come la comunità non siano gli italiani, gli eritrei, i libici e così via. Queste sono etichette che denominano una nazionalità. La comunità, invece, contempla tutti i membri della nostra specie. Pertanto, non siamo davanti a una molteplicità di comunità, ma costituiamo tutti un’unica comunità. Va da sé, quindi, che misure quali i respingimenti, fondandosi su un presupposto «loro» e non «noi», non pongono nella condizione di assumere ciascuno un ruolo attivo rispetto alla gestione. e quindi all’evolversi di quanto avviene e può avvenire (per cui poi accade che chi fa viene accusato di non fare abbastanza e chi non fa si considera sempre più separato usando il «loro»). Poi, a fronte di quello che sta accadendo rispetto alle inadeguatezze della Legge Bossi-Fini, possiamo osservare come si siano concretizzate modalità di fronteggiamento del disastro molto diverse tra loro (ci riferiamo, come citato in precedenza, alle azioni di soccorso comunque realizzate da alcuni pescatori, per esempio). Questo ci consente di considerare che molto spesso non sia tanto la legge riportata sulla carta a fare la differenza, quanto l’uso che di quella legge si fa. Abbiamo potuto assistere, infatti, al declinarsi di diverse modalità di organizzazione tra coloro che erano presenti. Modalità spontanee, non strettamente regolamentate e, a volte, non agite da figure investite di un qualche incarico ufficiale. È accaduto che la comunità (nell’accezione che sopra è stata data a questo termine) si è messa in moto spontaneamente, al di là dei regolamenti e degli ambiti giuridici di competenza. Ma non solo. Nell’incertezza di ciò che si stava generando a fronte dell’accaduto, sono state applicate (comunque) strategie di gestione, avvalendosi di ogni più piccola risorsa presente su quel territorio e tra quelle genti, in virtù ‒ ad esempio ‒ della conoscenza dell’isola stessa. Ergo, tanto le scelte, quanto le non scelte, tanto la legge che c’è, quanto la legge che non c’è, hanno una ricaduta sulla comunità, hanno delle conseguenze rispetto al modo di organizzarsi della stessa. Questo non solo rispetto al singolo cittadino, ma anche (e questo è ciò su cui si vorrebbe offrire un contributo) rispetto al modo con cui i servizi e le istituzioni configurano la loro sinergia, quando sono chiamati a rispondere ai fatti come quelli di Lampedusa. E laddove queste non siano in grado di giocare in squadra, tra loro e con gli stessi cittadini, perdiamo la possibilità di occuparci del bene comune.

Da qui la necessità di pensare al ruolo delle politiche pubbliche in termini di regìa e coordinamento tra tutti gli snodi che compongono la comunità. Ossia in un assetto che presupponga un ruolo, un posto per ciascuno in virtù di un obiettivo comune, che non è di nessuno ma appartiene a tutti. In quest’ottica, ciascuno si chiama in gioco e chiama in gioco gli altri, perché in solitaria non gli è consentito perseguire quella meta. Ma questo assetto di squadra richiede competenze appunto di coordinamento: quanto maggiore è il livello di coordinamento tra i ruoli, tanto più risulteranno efficaci ed efficienti le azioni messe in campo da ciascuno e in sinergia, proprio in virtù del fatto che le risorse presenti saranno impiegate e non disperse. Queste competenze non possono emergere dall’esperienza, sempre unica ed irripetibile, ma da presupposti che possano ritenersi scientifici e che possano consentire lo sviluppo di buone prassi, in ogni momento valutabili e modificabili a fronte delle esigenze, oltre che trasferibili per uno sviluppo globale. Storicamente, ciò che è accaduto è che non ricorrendo, nella fattispecie, a dispositivi di matrice scientifica che pongano il focus sulla gestione e anticipazione dell’incertezza delle interazioni tra le persone (sia quelle che hanno generato i flussi migratori cui assistiamo oggi, sia quelle che gli stessi flussi migratori hanno a loro volta generato), siamo rimasti attoniti e storditi rispetto a quanto stava accadendo e la drammaticità delle ripercussioni sociali (come quella all’interno della comunità del territorio lampedusano) è stata lasciata alla gestione del caso, all’organizzazione spontanea (quindi tutt’altro che coordinata) della comunità. In altre parole, siamo rimasti in balìa degli eventi: da un lato si consumava una tragedia, dall’altro si generavano posizioni relative alla richiesta di accoglienza da parte dei migranti e a quella di sicurezza sia da parte della popolazione migrante che di quella che (stabilmente) abita il territorio lampedusano. Infatti, nell’assenza di interventi di gestione integrata dei flussi migratori, nonché nella realizzazione di interventi orientati da un’ottica di risposta all’emergenza, gli interventi messi in campo (molto spesso) risultano estemporanei, e non come occasione per condividere (anche) a livello della compagine europea, prassi in grado di anticipare le esigenze del futuro oltre che del presente delle nostre comunità.

Quanto considerato pone in essere una fattispecie di argomenti, la cui valenza scientifica, rispetto all’amministrazione della comunità e alla costruzione di regole condivise del vivere sociale (che da qui in avanti chiameremo coesione sociale), costituisce un momento rilevante per l’avvio di un’interlocuzione fra le richieste che questi nuovi scenari avanzano ‒ rilevanti per il mantenimento della vita della comunità stessa ‒ e il ruolo che la comunità scientifica può rivestire e rispetto a cui viene chiamata a prender posizione e offrire indicazioni operative. Da qui la necessità di disporre e fare riferimento ad un apparato conoscitivo (e non solo legislativo) che possa farsi carico, nei termini di cui poco sopra, delle questioni che pongono al centro dell’attenzione l’amministrazione della comunità, e quindi anche la sua storia in termini di prospettive future. Ecco allora la necessità di una proposta, come quella sviluppata all’interno del Master in «La mediazione come strumento operativo all’interno degli ambiti penale, familiare, comunitario, civile e commerciale» dell’Università di Padova, che consenta di intervenire rispetto ai flussi migratori restituendo la voce a tutta la comunità, trasformando gli accadimenti in occasione di incontro tra persone che si collocano tutte come cittadini che concorrono alla costruzione della realtà della comunità. In questa prospettiva, la coesione sociale rappresenta la qualità dell’interazione fra cittadini e comunità a fronte della quale la gamma delle azioni che la cittadinanza attua all’interno dello spazio condivisibile della comunità, avviene secondo criteri di coerenza e aderenza rispetto agli obiettivi condivisi dalla collettività. Conseguentemente, l’articolazione di progetti che costituiscano il declinato operativo e metodologico della centralità data al ruolo di cittadino anziché alle singole culture (siano queste le appartenenze etniche oppure le appartenenze a categorie sociali o professionali, o ancora territoriali) consente di far fronte proprio a quegli aspetti critici rispetto a cui attualmente le comunità generano frammentazione e talvolta comportano rischi rispetto alla salute e alla sicurezza dei cittadini. Ed è di coesione sociale che è utile che si inizi ad occuparsi, in quanto altrimenti gli interventi, da un lato non possono che continuare ad offrire risposte in affanno, dall’altro non rendono conto di quanto si può venire a generare nell’incertezza dell’incedere del processo migratorio.

La mediazione allora, in quanto strumento utile a coordinare, generare condivisione e mantenimento di obiettivi comuni all’interno della comunità (oltre che del sistema dei servizi), assume valenza di strumento che offre un metodo di lavoro, considerando la gestione degli accadimenti in termini di efficacia ma anche di efficienza. Pertanto, la possibilità di ricorrere, laddove esiste frammentazione e separazione (connessa agli accadimenti che riguardano i flussi migratori e le loro ricadute pragmatiche), a progetti che rispondano a criteri di scientificità rispetto alla competenza di generare dialogo e lavorare ricorrendo al sistema dei servizi del territorio (comprese le cosiddette reti informali) in modo coordinato, consentirebbe, in primo luogo, di costruire prassi che ne rendano possibile il miglioramento (in quanto si è in grado di valutarne il grado di efficacia), poi, l’esportazione non solo nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma nella compagine europea tutta.

Stiamo ormai vivendo un momento storico in cui fatti come quelli di Lampedusa o assumono valenza e rilevanza per la sopravvivenza e conservazione della nostra comunità (in termini di comunità umana nella sua interezza) o rinunciamo (a priori) ad affrontare una sfida che (lo diciamo con fermezza e decisione in virtù del rigore scientifico) può renderci più forti. Magari anche con qualche sorriso in più e qualche lacrima in meno.

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