da Educazione Democratica: Flussi migratori e lavoro stagionale – Il caso del Vulture Alto -Bradano (Basilicata) tra questione abitativa e affanni delle proposte di intervento –

Flussi migratori e lavoro stagionale
Il caso del Vulture Alto -Bradano (Basilicata) tra questione abitativa e affanni delle proposte di intervento

di Michele Romanelli, Gian Piero Turchi

LINK http://educazionedemocratica.org/?p=3116

 

Inquadramento storico e geografico

 

Uno degli scenari politico/sociali che caratterizzano il panorama nazionale in materia di flussi migratori ‒ e che risulta interconnesso con il lavoro stagionale ‒ è quello del Vulture Alto-Bradano, in Basilicata. La storia dei flussi migratori su questo territorio nasce nella seconda metà degli anni ’80, quando la produzione del pomodoro cominciò ad attirare braccianti del Maghreb (in particolare tunisini, marocchini e algerini) che costituirono, fin dagli esordi, la componente principale della comunità migrante. A fronte di ciò, l’impiego della manodopera migrante non solo si è ripetuto nel corso degli anni, ma si è incrementato numericamente (poche centinaia alla fine degli anni ’80 e dell’ordine di un migliaio alla fine degli anni ’90 – stante un censimento condotto nel 1999) e temporalmente, in termini di permanenza nel territorio (dalla metà degli anni ’80 è di circa 15 giorni, per poi passare ad un mese fino a divenire di più mesi negli ultimi anni).

Nel momento storico citato, prima metà degli anni ’80, ciò che si osserva è che la presenza migrante si integra con il bracciantato locale e ‒ stando alle testimonianze della popolazione locale – conta poche unità. A partire dal 1985, la presenza migrante sul territorio comincia ad aumentare e a trovare dimora (ossia un posto dove alloggiarsi). Uno di questi, è stato – ad esempio – la Fontana del Fico, a un kilometro circa di distanza dal centro abitato di Palazzo San Gervasio (PZ), diventa uno dei luoghi prescelti, tant’è che lo spiazzo antistante ad essa diventa un vero e proprio spazio che ospita gli accampamenti della popolazione migrante. Di anno in anno, gli accampamenti sorgono puntualmente presso la fontana ed aumentano in numero di unità e per tipologia di provenienza geografica. Tutto questo accade in un sito in cui si riscontra scarsità di servizi igienici e precarietà nelle condizioni di vita della popolazione migrante che vive accampata. Ma non solo. Questa situazione ha delle ricadute che di anno in anno si registrano all’interno della popolazione locale. Si consideri, ad esempio, la difficoltà da parte di questa ad accedere all’uso dell’acqua potabile, oltre che occupare spazi di relazione ai viandanti e agli agricoltori che solitamente si fermavano presso questi luoghi in modo informale. A questo si aggiunga poi che presso la Fontana del Fico si colloca storicamente il centro di quel mercato del lavoro connesso alla raccolta del pomodoro, punto di riferimento per tutto il nord dell’Alto Bradano (e quindi non solo per Palazzo San Gervasio, ma anche per i paesi ad esso confinanti e che si trovano in questa zona della Basilicata a Nord del fiume Bradano).

Con l’avvento degli anni ’90 si assiste, poi, alla comparsa di produzioni discorsive che iniziavano a focalizzare alcuni timori rispetto alla presenza dei «marocchini» (così erano chiamati i migranti data la pregnanza che la comunità di coloro che provenivano dal Marocco aveva fra i lavoratori stagionali migranti) e al fatto che si era in presenza di eventi che ‒ come riportato dai fatti di cronaca nazionale ‒ avevano generato accadimenti drammatici e che avevano coinvolto la presenza migrante. Cionondimeno le memorie della popolazione autoctona e gli articoli di cronaca di quegli anni, non raccontano di contrapposizioni tra la comunità locale e la comunità migrante. Sia il riscontro della cronaca, sia le narrazioni e le memorie degli autoctoni, mettono in luce ‒ piuttosto ‒ una criticità (che da quel momento in avanti sarebbe rimasta una costante): l’incremento della presenza migrante, comporta (e ha comportato) l’aumento della distanza e della separazione tra la comunità migrante e la comunità accogliente (nonostante queste si trovassero a condividere un medesimo territorio). Per di più, la differenza tra gli assetti interattivi delle due comunità (che si consolidano in usi, costumi e abitudini che caratterizzano il modo di abitare il medesimo territorio) cominciano ‒ e anche nel perdurare ‒ continuano, a farsi sempre più nette; e, da assetti interattivi inizialmente «invisibili» e che non intaccavano, se non marginalmente, quelli preesistenti (e viceversa), divengono, e non solo per l’incremento numerico, assetti sempre più «visibili», anche nella loro differenziazione (tanto da caratterizzarsi in usi, costumi e abitudini propri e sempre più esclusivi e non solo in quanto caratteristici della zona di provenienza).

Ergo, la comunità migrante, di anno in anno, continua a perpetuare la necessità di disporre, e quindi di crearsi, lo spazio in cui vivere (ossia di generare i propri usi, costumi e abitudini che caratterizzano il modo di vivere il territorio in cui abitano); così come la comunità locale, nel medesimo arco temporale, comincia a mettere in campo modalità interattive e produzioni discorsive che evidenziano lo scollamento, la distanza, da parte di questa rispetto a quanto caratterizza il territorio in cui essa vive (ossia i propri usi, costumi e abitudini). Da qui la rilevanza che comincia ad essere data alla questione abitativa: condizioni igieniche, richiesta della propria sicurezza entro il proprio territorio, richiesta del ripristino della disponibilità degli spazi e dell’utenza presso gli spazi in cui i migranti vivono e, non ultimo, le preoccupazioni sulle condizioni precarie di vita della popolazione migrante.

 

Tra campi «d’accoglienza» e campi «di campagna», tra Palazzo San Gervasio e Boreano: un caso esemplificativo

 

È nel 1998 che, a fronte delle marcate richieste di cui si è detto in chiusura del paragrafo precedente, e grazie al lavoro di amministratori, volontari e associazioni del territorio, che ‒ a titolo esemplificativo e usando questo come epitome ‒ viene istituito il centro di accoglienza (noto anche come campo di accoglienza) di Palazzo San Gervasio, reso operativo fino a tutto il 2009, situato sulla strada statale ex 168, a circa cinquecento metri dal confine con la Puglia, e gestito attraverso gli stanziamenti della regione. In termini di servizi, la struttura mette a disposizione dei ruoli attivi sul territorio in questione, chiamati a gestire le necessità specifiche degli abitanti del campo (in ambito prevalentemente assistenziale, che vanno da quelli sanitari a quelli legati alla presenza fisica dei lavoratori sul territorio). Accade pertanto che infermieri e medici, sia della ASL sia della Croce Rossa, visitino periodicamente il campo per verificare le condizioni sanitarie di chi vi vive. A questo si aggiungono le azioni di alcuni comitati di volontari che sono volte ad assicurare alcuni servizi, come ad esempio uno sportello legale e sindacale gestito dalla Cgil, corsi di lingua italiana, assistenza legale e amministrativa (per i rinnovi dei permessi di soggiorno e quanto necessario per interfacciarsi con la burocrazia italiana).

Ora, se si ripercorrono alcuni fatti della storia del campo, possiamo ricordare che nel 1998, il Comune attraverso i fondi della Regione e con il coadiuvo della Provincia, coordina i lavori di gestione del campo stesso e i volontari presenti sul territorio si costituiscono in un comitato per l’accoglienza, offrendo i primi aiuti e sostentamenti a questa comunità composta da qualche migliaio di migranti. La predisposizione iniziale prevedeva dei servizi igienici in cui si trovavano 10 bagni turchi e 10 docce che risultano da subito insufficienti (e tali sono rimasti negli anni). Le docce sono state la parte dei servizi più richiesta, per la loro funzione legata alla preghiera del rituale mussulmano (oblazioni con acqua per ogni preghiera e la preghiera è ripetuta circa 6 volte al giorno). Poi sono stati costruiti dei box cucina in muratura con fornitura di acqua (sia calda e che fredda). L’assetto della comunità migrante che giungeva a Palazzo San Gervasio, nel corso del tempo e delle interazioni, era caratterizzato da figure predisposte per la preparazione dei cibi, così come per il taglio della barba e dei capelli: una vera e propria comunità organizzata entro le recinzioni del campo (vedi quanto considerato poc’anzi a proposito di usi, costumi e abitudini). Oltre a questo, il campo di accoglienza è dotato di una logistica per i volontari, costituita da un ufficio in cui questi organizzavano diversi servizi e varie attività.

I vari disservizi che via via si sono generati nell’ambito dell’assetto predisposto all’interno del campo di accoglienza, nel decennio di durata del campo – da considerare che nei primi anni c’era anche un presidio sanitario fatto da medici volontari della A.S.L. di Venosa (PZ) ‒ hanno avuto implicazioni molto rilevanti sulle interazioni all’interno della stessa comunità migrante che, in alcuni casi, sono sfociate anche in liti e scontri violenti intestini (tra i quali alcuni accoltellamenti). Infatti, per esempio, alcune di quelle micro-organizzazioni che si sono create nel corso del tempo all’interno della comunità migrante stessa, traevano sostentamento dalla vendita dell’acqua e, «spesso, le pompe dell’acqua del campo – ricorda ancora un volontario ‒ venivano rotte e questo consentiva loro di poter continuare a vivere e lucrare su questi servizio». «La gestione del campo da parte nostra – conclude il volontario ‒ risultava essere difficile e richiedeva interventi che non sapevamo come gestire». Nel decennio di vita del campo non si sono verificati particolari fatti di intolleranza tra la comunità (accogliente) locale e quella migrante ma principalmente internamente alla comunità migrante; sono accaduti fatti quali, ad esempio, il ritrovamento di una persona morta e abbandonata all’indomani dell’emanazione della legge Bossi-Fini che, ricorda un volontario del centro «aveva disseminato un clima di insicurezza tra i migranti in quanto ciascuno di loro aveva paura di poter essere respinto». Tali accadimenti hanno comportato le attivazioni degli organi di polizia locali e interventi della Croce rossa. A questi è da aggiungere la morte di un migrante investito da un’auto in una notte mentre, dal centro abitato, stava ritornando al campo. Fra le attività che i volontari offrono nel corso di questi dieci anni (in particolare nell’anno 2005) ‒ racconta sempre il volontario ‒ è possibile annoverare un servizio di organizzazione del lavoro per cercare di gestire l’interfaccia tra la domanda e l’offerta del bracciante con il datore di lavoro, molto spesso mediata da figure non riconosciute istituzionalmente quali il cosiddetto capò (sia locale che migrante). Si sono compiute azioni di sensibilizzazione da parte dei sindacati e i centri per l’impiego, oltre che da parte politico-amministrativa in generale; si è cercato di portare uno sportello dell’ufficio di collocamento all’interno del campo di accoglienza.

Nel 2009 il campo di accoglienza viene chiuso e la popolazione migrante viene «spinta» verso Boreano, un villaggio costruito con la riforma agraria durante gli anni ’50, oggi abbandonato e chiuso nel 2010 a fronte di un fatto di cronaca (un contadino della zona aveva sparato ad alcuni migranti che si erano allontanati e poi insediati nei casolari nei pressi del villaggio).

 

Si ritorna all’isolamento dei braccianti migranti ‒ ci dicono dall’Osservatorio Migranti Basilicata ‒ rispetto al territorio che, seppur rafforzato attorno ad una rete solidale strutturatasi nel tempo, porta con sé numerosi aspetti critici: la popolazione migrante si accampa presso i casali abbandonati che si trovano nei campi attorno a Palazzo San Gervasio, Boreano ‒ piccolo villaggio costruito dal disciolto Ente della Riforma Agraria negli anni ‘50, dove hanno occupato decine di abitazioni abbandonate dai proprietari e per lo più tutte pericolanti e prive di ogni servizio (acqua, luce, servizi igienici, eccetera) ‒ e «Grotta Paradiso» ai confini tra Venosa, Palazzo San Gervasio e Spinazzola.

 

Osservazioni sul presente e qualche spunto per il futuro: per una promozione della coesione sociale e della responsabilità condivisa della comunità

 

Ora, quanto fin qui offerto ‒ in termini di descrizione‒ ci consente di poter tracciare delle osservazioni (che sintetizziamo nel testo di seguito) con l’obiettivo di tracciare una visione futura con riferimento alla gestione dei flussi migratori sul territorio del Vulture Alto-Bradano (n particolare), ma con una valenza globale (ossia valevole anche per altri territori che possono presentare le stesse caratteristiche e peculiarità).

Ciò che emerge, in modo netto è che, a partire dalla presenza migrante sul territorio del Vulture Alto-Bradano e con riferimento ai lavoratori stagionali, le modalità di gestione messe in campo ‒ sia se si considera il campo di accoglienza di Palazzo San Gervasio, sia se si considera quanto poi accaduto nelle campagne limitrofe a fronte della chiusura del campo stesso ‒ hanno fatto riferimento ad attività e servizi il cui scopo è stato rispondere ai bisogni portati dalla comunità migrante. Un aspetto critico che si può segnalare è che, a fronte di tali provvedimenti, certamente necessari ma non bastevoli per la gestione della situazione, si è generata una comunità che rimane circoscritta entro il campo o entro la campagna, sia in termini spaziali, sia in termini di innesco di relazioni. Cioè, rimanendo la comunità migrante «dislocata» logisticamente e separata rispetto alla comunità degli accoglienti (o autoctoni), questo fa sì che si generino produzioni discorsive che siano impostate proprio su assetti interattivi ‒ forieri di aspetti critici per tutta la comunità ‒ che pongono l’accento sul «noi» versus «loro». Ossia, si generano due realtà, una «migrante» e l’altra «accogliente», che vivono separatamente, pur condividendo il ruolo di «abitanti» di uno stesso territorio e, quindi, si perde di vista che quanto i flussi migratori generano entro un certo territorio, riguarda sempre e comunque la vita di tutta la comunità (nel suo complesso). Pertanto, rispondere a specifiche richieste, come accennato prima, per quanto necessario, non consente di assolvere all’esigenza della comunità (nel suo complesso) e che consiste nel rendere tutti i membri della comunità stesa (accoglienti o migranti che siano) nella disponibilità di regole di gestione delle interazioni (e quindi di configurazioni interattive condivise, in cui il cittadino impara, in quanto le regole di gestione sono generate nell’interazione stessa e dunque condivise). Viceversa, le iniziative, gli interventi e i progetti, operando in modo esclusivo sui bisogni e non sulle esigenze della comunità, continueranno a perpetuare alcuni riverberi e ricadute critiche per la comunità. Cioè, operare sul bisogno comporta generarne costantemente di nuovi. Difatti, il bisogno si deve prima manifestare per essere soddisfatto e questo comporta che si è «condannati» a restare sul piano dell’emergenza; senza quindi la possibilità di anticipare gli eventi interattivi che si possono manifestare e dunque entrare in una dimensione di pianificazione delle iniziative e progetti. Inoltre, quanto prima comporta che la comunità non impara da quanto accaduto, riuscendo a pensare ad interventi solo e soltanto sulla base dell’esperienza. e questo fa sì che costantemente l’urgenza viene trasformata e perpetuata in emergenza. Questo, con delle ricadute molto forti rispetto alla voce «costi di gestione»: non solo ogni anno (sia quando era operativo il campo, sia ora che non lo è più) si registrano ingenti costi (sia diretti sia indiretti) per far fronte alle azioni di gestione della presenza migrante sul territorio, ma non riusciamo a rilevare quale sia il beneficio (per i migranti e per la comunità in generale) a fronte dei costi sostenuti.

Ecco allora che, facendo tesoro da quanto si è costruito negli ultimi anni sul territorio va considerato come patrimonio generato dalla comunità. Di seguito si entrerà nel merito di quelle che possono delle linee operative (che hanno valore di spunto per il futuro) che si pongono per l’assolvimento non solo dei bisogni, ma soprattutto dell’esigenza di cui si è detto prima. Nello specifico:

 
•la gestione dei flussi migratori, può essere impostata attraverso una modalità di lavoro fondata su uno snodo (metodologico) quale quello di una cabina di regia territoriale; ossia di un tavolo di lavoro attorno al quale sono seduti tutti gli snodi e le stratificazioni della comunità (associazioni, istituzioni, sistema dei servizi e migranti stessi) che oltre a definire quali sono gli aspetti critici, lavori per trovare le modalità di gestione condivise e che, per l’appunto, possano coinvolgere tutta la comunità come chi riceve il beneficio e coinvolgere un pool operativo (costituito dalla rete di associazioni, volontari e sistema dei servizi territoriale), per l’erogazione degli interventi stessi. A titolo esemplificativo, la possibilità che si rende disponibile a fronte di un tale modo di lavorare è quella di gestire la questione abitativa coinvolgendo quanti possiedono case sfitte per la mesa a disposizione di queste per i migranti e il tutto gestito non dal caso ma dalla cabina di regia stessa. Questo comporterebbe un abbassamento dei costi di gestione e al contempo, consentirebbe sia di promuovere la responsabilità all’interno del territorio (questo in quanto si «dà voce» e si coinvolge a tutta la comunità), sia la promozione della coesione sociale (nella misura in cui il lavoro che svolge la cabina di regia è volto ‒ strategicamente ‒ alla promozione della condivisione di un medesimo obiettivo che è la gestione del territorio e della comunità in modo condiviso). Tale modalità di lavoro, consentirebbe di entrare nel merito di che cosa si è generato a fronte dei costi sostenuti;
•stante che ‒ quanto riportato nel primo paragrafo ne è testimonianza ‒ gli operatori (volontari e non) che intervengono per l’assolvimento dei bisogni della popolazione migrante comunque si trovano ad interagire con questa e a costruire delle relazioni, ecco allora che il ruolo di questi operatori dovrebbe conoscere uno sviluppo di competenze affinché l’interazione possa essere trasferibile a tutta la comunità e diventi il substrato su cui costruire e promuovere costantemente le operatività condivise.

 

Michele Romanelli. Psicologo, mediatore e consulente per le Politiche Pubbliche, Tutor del Master in «La mediazione come strumento operativo all’interno degli ambiti familiare, penale, comunitario, civile e commerciale»(Università di Padova e Università di Brescia). Email: michele.romanelli@unipd.it

 

Gian Piero Turchi. Docente di Psicologia delle differenze culturali e clinica della devianza presso l’Università di Padova, Direttore del Master in «La mediazione come strumento operativo all’interno degli ambiti familiare, penale, comunitario, civile e commerciale» (Università di Padova e Università di Brescia), Presidente del World Mediation Forum. Email: gianpiero.turchi@unipd.it

 

Educazione Democratica, anno IV, numero 8, giugno 2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.