Appunti per i volontari-militanti dell’intervento a Boreano (Venosa, Basilicata)

La Scuola di Boreano: Appunti per i volontari-militanti dell’intervento a Boreano (Venosa, Basilicata)

Agosto-settembre 2013

1. Boreano, l’agricoltura, i migranti
Tra Lavello, Venosa, Palazzo San Gervasio, Montemilone, Melfi, Genzano – i comuni della zona Nord della Basilicata – vi è una grossa concentrazione di braccianti africani durante la stagione della raccolta del pomodoro da industria, da metà agosto ai primi di ottobre.
Boreano è una contrada nel comune di Venosa (a 6km dal centro abitato) e a poca distanza dai campi di Lavello; vi si trovano numerosi casolari dispersi nelle campagne, costruiti dalla Riforma agraria e oggi per lo più abbandonati e fatiscenti, i quali sono da anni uno dei luoghi in cui abitano i braccianti africani nei mesi di raccolta del pomodoro. Ve ne sono una decina situati lungo una strada sterrata di 2-3km, abitati da circa 2-300 persone, soprattutto burkinabé, qualche ivoriano e un gruppo di ghanesi. Altri casolari abitati si trovano nel territorio circostante.
Sotto Palazzo, a circa 15km, c’è un grosso insediamento più concentrato (sei casali vicini e altri 4-5 poco lontani; in totale anche qui vi saranno 3-400 persone) e in cui vi sono lavoratori di varie nazionalità (burkinabé, ghanesi, sudanesi, ecc.).
Il picco di richiesta di manodopera agricola è durante la raccolta del pomodoro da industria, di cui qui c’è un’appendice minore rispetto all’enorme produzione che si fa nel foggiano (l’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodoro da industria; nel foggiano si produce circa un terzo del pomodoro italiano). Se nel foggiano, secondo alcune stime, arrivano circa 15-18.000 braccianti stranieri alla ricerca di giornate lavorative, in questa zona della Basilicata ve ne sono 1-2.000.
Pochissimi tra questi arrivano attraverso gli annuali decreti-flussi emanati dal governo, pochissimi trovano lavoro attraverso i Centri per l’impiego. La maggior parte degli spostamenti avvengono seguendo le reti sociali e i contatti informali, spessissimo attraverso la mediazione di caporali.
La forza lavoro è frantumata e divisa per nazionalità (spesso messe l'una contra l'altra).
A Boreano, come detto, vi è una preponderanza di Burkinabè. Nel territorio circostante vi sono:
– molti esteuropei (moltissimi rumeni e molti bulgari, che hanno in buona parte sostituito albanesi e polacchi, più presenti in passato): tra questi, alcuni sono stanziali nei paesi (e lavorano in agricoltura, ma anche in altri settori, tutto l’anno), altri si spostano qui appositamente per la raccolta, provenienti dalla Romania, dalla Bulgaria, o da altre regioni d’Italia e d’Europa, e vi restano per alcune settimane, per poi tornare a casa.
– molti migranti provenienti da altri paesi dell’Africa subsahariana, sia occidentale (Mali, Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal…) che orientale (Sudan). Pochi tra questi sono stanziali in Basilicata o nel foggiano. Molti si spostano per tutto il Sud Italia seguendo le campagne di raccolta (Rosarno, Piana di Sibari, Castelvolturno, Nardò, Palazzo, Cassibile…), altri si spostano anche a Nord, se hanno la possibilità di trovare un impiego in fabbrica o in cantiere. Alcuni sono ragazzi di seconda generazione, figli di operai che vivono nelle città del Nord. Molti sono richiedenti protezione internazionale in attesa del responso, o possiedono lo status di rifugiati; altri sono irregolari; altri possiedono un permesso di soggiorno.

2. La filiera del pomodoro da industria
La coltura che richiede maggiore quantità di manodopera è da vent’anni il pomodoro da industria, soprattutto per le operazioni di raccolta, che qui è in grossa parte ancora manuale, anche se soprattutto nelle aziende medio-grandi è meccanizzata e richiede minore quantità di braccianti. Il territorio del pomodoro si estende dal Sud del Molise fino alla provincia di Bari e al Nord della Basilicata.
Il pomodoro raccolto tra Puglia e Basilicata viene inviato per l’80% ai conservifici campani, per lo più nel salernitano. Per questo si vedono ogni giorno decine di camion con i cassoni che servono per la raccolta, vuoti o pieni, che si spostano da e verso l’autostrada per Napoli. Un grosso conservificio, di proprietà di un grosso industriale campano (Antonino Russo), è attivo da qualche anno vicino Foggia.
Un altro conservificio non piccolo è presente dalla fine degli anni ’70 a Gaudiano, nel comune di Lavello, molto vicino a Boreano.
La filiera è caratterizzata da pessime relazioni tra imprese agricole e industrie conserviere. Soprattutto in alcune annate, le industrie conserviere impongono ai produttori prezzi che non sono considerati remunerativi per il prodotto: questa è una delle “giustificazioni” più sovente addotte dagli agricoltori per il fatto che sfruttano i braccianti stranieri. Ovviamente sono giustificazioni non accettabili, ma è una dinamica da tenere ben presente. Gli agricoltori affermano spesso che industriali conservieri e imprenditori dei trasporti sono “camorristi”.
La struttura produttiva è difficile da ricostruire: se in Puglia vi sono anche grandissimi produttori, la zona della Basilicata è caratterizzata probabilmente da aziende più piccole (specie a Palazzo). Inoltre, molti commercianti e contoterzisti (spesso collegati direttamente coi conservifici campani) affittano grossi appezzamenti di terreni solo per la produzione del pomodoro. Talvolta la gestione della raccolta e della vendita è nelle mani di un intermediario italiano che si interfaccia sia con la lobby dei camionisti campani, sia con i vari caporali che gestiscono e controllano i braccianti.
L’intervento delle istituzioni pubbliche e degli enti locali sulla regolazione della filiera è praticamente nullo.

3. La raccolta
Caporalato, cottimo e condizioni di lavoro sono le stesse del foggiano (alcune squadre partono da qui per raccogliere nella zona di Cerignola).
I camion di pomodori vengono riempiti in giornata determinando una costante accelerazione della produttività del lavoro (se non riempiono in giornata l’intermediario italiano deve pagare una multa ai camionisti salernitani): 88 cassoni da 300 kg =1 camion. Una squadra di raccolta a mano di 20-30 persone può riempire 5-7 camion in un giorno (da un ettaro di terra vengono fuori 4-5 camion se va bene).
In caso di raccolta meccanizzata bastano 5 persone a squadra e meno giornate di lavoro.
Il pagamento nel caso di raccolta a mano avviene a cottimo. Il prezzo del cottimo è contrattato dal caporale. Un prezzo base è 3,50 euro per un cassone di pomodori da 300kg; il caporale trattiene 50 centesimi o 1 euro a cassone, prendendo in più 5 euro a persona per il trasporto. Ma il prezzo del cassone può variare, ed è in concorrenza col prezzo fatto dai contoterzisti che portano le macchine per la raccolta meccanizzata, o con altre squadre di raccoglitori. Quando piove, e le macchine non entrano nei terreni, i caporali spuntano prezzi a cassone più alti per la raccolta manuale.

4. I ghetti
I braccianti africani che arrivano in Capitanata e Basilicata in cerca di giornate lavorative trovano riparo spesso nei “ghetti”. L’insediamento più grande è quello che gli africani chiamano “Gran Ghetto”, situato tra Foggia, San Severo e Rignano Garganico. Altri insediamenti si trovano nella zona di Cerignola-Stornara-Stornarella (“Ghana House”) e nei pressi del CARA di Borgo Mezzanone, tra Foggia e Manfredonia.
Nella zona lucana vi sono i “ghetti” di Boreano e di Palazzo.
In questi insediamenti fiorisce l’economia informale (cibo, acqua, costruzione baracche, meccanici, bar, negozi di vestiti); in alcuni casi ci sono giri di prostituzione gestiti in parte dai migranti e in parte da italiani, con uno stretto legame con le strutture del caporalato.
I braccianti vanno a vivere nel ghetto sia perché non hanno denaro, contatti e a volte neanche il permesso di soggiorno per regolari affitti nei paesi, sia perché il ghetto offre servizi e “protezione” (es. per gli irregolari). Il servizio più importante è il collocamento e il trasporto sul luogo di lavoro, garantito dai caporali. Se il bracciante vivesse in paese non saprebbe come andare a lavorare. Il ghetto crea per alcuni anche un senso di “comunità”, per la presenza di connazionali, parenti, amici.
Il ghetto, però, crea una separatezza (sociale, spaziale, culturale, economica) con la società locale, una vera e propria segregazione dei braccianti africani, che è una delle cause principali dello sfruttamento lavorativo a cui sono sottoposti: essi sono lontani dai centri abitati e quasi “invisibili”.
Il ghetto è anche una camera di compensazione del mercato del lavoro: molti braccianti lavorano infatti per poche giornate durante la stagione, e per il resto stanno nel ghetto. Il loro grosso problema, oltre al pesante sfruttamento lavorativo, è la disoccupazione. Essi sono in ogni caso lì, disponibili per i datori di lavoro e i caporali che ne avessero bisogno.
Nota: gli esteuropei non adottano questa forma di insediamento, spesso vivono in casolari abbandonati nelle campagne, ma in nuclei più piccoli, quasi mai di queste dimensioni.

5. Il caporalato
I caporali sono il perno dell’organizzazione del lavoro e dell’insediamento del ghetto.
Essi non solo mediano per il lavoro tra i braccianti e gli imprenditori, ma offrono tutta una serie di servizi, naturalmente a pagamento: trasporto sui campi (e in altri posti per necessità varie: ospedali, supermercato, stazione, call center…), cibo, acqua, credito, ecc.
È difficile ricostruire le catene “gerarchiche” del caporalato: ci sono strutture organizzate (caporali-capisquadra-autisti…)? Sicuramente sì, ma ci sono anche iniziative più “spontanee”, di persone che si costruiscono e gestiscono la propria squadra di braccianti. Questo si capirà meglio forse con il rapporto costante con i braccianti.
Vi sono sicuramente caporali “violenti” e che operano con minacce fisiche, percosse, ecc.; ma tra caporali e braccianti operano anche legami “comunitari”: spesso i caporali costruiscono le proprie squadre con parenti, familiari e amici, oltre che connazionali in genere, che costituiscono il nucleo forte e fidato della squadra di lavoro, e poi assumono altre persone con cui sono meno legati quando necessario. Questo vuol dire che in molti casi il bracciante è legato al caporale non solo per motivi economici, ma anche per motivi di parentela, amicizia, rispetto, onore, connazionalità, ecc., il che rende più difficile il riconoscimento della situazione di sfruttamento.
I caporali traggono profitto proprio dalla separatezza tra braccianti e società locale: essi si pongono come mediatori e offrono “collegamenti” a pagamento (mediazione lavorativa, trasporti, ecc.). I caporali costruiscono attivamente e consapevolmente questa separatezza: alloggiano le proprie squadre nei ghetti o nei casolari abbandonati, in modo che i braccianti non abbiano contatti con la popolazione autoctona; e cercano di costruire un senso di “comunità” tra i braccianti.
I braccianti meno legati ai caporali, e che lavorano per meno giornate durante la stagione, sono probabilmente quelli coi quali si può trovare una maggiore sintonia. Per loro esporsi vuol dire rischiare di non lavorare più per tutta la stagione e, in casi estremi, di subire minacce e violenze.

6. Le nostre attività
Il centro delle nostre attività è il borgo abbandonato di Boreano (in particolare la chiesa), anch’esso costruito in seguito alla Riforma agraria, mai abitato e oggi fatiscente. Il borgo si trova a circa 1km dai casolari abitati dai braccianti. Siamo piuttosto lontani e non visibili dai casolari.
Il borgo è di proprietà dell’ALSIA, un ente regionale che ha l’incarico di gestire e dismettere questo patrimonio.
L’intervento a Boreano prova a ricalcare gli interventi che la rete “Campagne in lotta” (campagneinlotta.org) ha fatto per due anni al “Grand Ghetto” e per un anno a Rosarno; in più, si caratterizza per una forte componente di associazioni locali, e una minore – seppure importante – presenza di volontari esterni.
L’intervento non si pone come assistenziale e fine a se stesso. Certo, bisogna muoversi con la massima attenzione rispetto alla complessità della situazione e ai rischi che corrono i nostri interlocutori africani. Tuttavia, attivare una serie di servizi come la scuola di italiano, organizzare momenti di animazione, fornire informazioni legali, hanno come primo obiettivo quello di rompere l’isolamento in cui si trovano i braccianti stranieri nei ghetti. L’isolamento è una delle cause principali del loro sfruttamento. Rendere visibile la loro situazione e rompere l’isolamento anche con la pura e semplice presenza di “bianchi” solidali con la causa dei braccianti, può consentire di attivare rapporti e forze nuove e può togliere terreno sotto i piedi dei caporali, come è successo alla Masseria Boncuri di Nardò nell’estate 2011.
 L’intervento dovrebbe mirare all’autonomizzazione dei migranti ad esempio rispetto all’accesso ai servizi del territorio, ove presenti. Obiettivo importante è quello di contribuire alla formazione di percorsi di auto-organizzazione dal basso, se possibile di emersione dal lavoro nero e di tutela dei diritti dei lavoratori.
Non bisogna perdere di vista il quadro generale in cui ci si muove, che riguarda non solo l’agricoltura e le condizioni dei braccianti, dalla Calabria al Piemonte, ma molti altri segmenti del lavoro in Italia: semplicemente seguendo le filiere dei prodotti agricoli, si incontrano le mobilitazioni dei lavoratori delle cooperative della logistica e della grande distribuzione organizzata che si sono mobilitati nei mesi scorsi. Favorire un incontro tra questi soggetti è un’aspirazione a cui tendiamo.

8. Quello che è stato fatto nell'intervento dell'estate 2013

Essendo alla prima esperienza, l'anno scorso è stato un esperimento sotto tutti i punti di vista: relazionale e pedagogico, interculturale e politico, esperimento di conoscenza reciproca e percorso comune, tutto avvenuto su un piano paritetico, data la novità dell'esperienza per tutti e tutte. I primi volontari, qualche giorno prima dell'inizio della scuola, hanno distribuito girando per casolari volantini informativi circa l'intervento che si stava mettendo in atto. (Questo è ciò che è avvenuto anche quest'anno, una settimana fa) Dopo una prima, naturale fase di rodaggio, la scuola s'è nutrita quotidianamente di una sessantina di persone tra lavoratori e volontari. I corsi sono stati organizzati per tre livelli (alfabetizzazione, medio, avanzato) e prima di cominciare le lezioni s'è cercato di riunirsi in cerchio al fine di conoscerci e informare i nuovi venuti su cos'era “fuori del ghetto”. È opportuno dire che le modalità d'insegnamento sono variate in base alla presenza degli insegnanti e degli allievi, e quindi non ci cono state pratiche fisse e stabili, ma si è sempre cercato di adattarsi, per quanto possibile, alle esigenze della situazione. La quotidiana frequentazione e il reciproco scambio ha fatto sì che si venisse a formare un gruppo più stretto di persone, volontari e lavoratori, che poi ha portato avanti, congiuntamente e unitamente al percorso pedagogico, un percorso più esplicitamente politico. Alla fine di questo percorso, concretizzatosi in numerose e partecipate assemblee – essendo queste prassi, esito e frutto di una reale pariteticità di rapporti e volontà di auto-organizzazione, ed anche grazie ad alcune suggestioni provenienti da assemblee avvenute al Gran Ghetto a cui alcuni lavoratori e volontari di Boreano hanno partecipato – , si è giunti alla scrittura collettiva di una lettera di rivendicazioni per punti presentata dagli stessi lavoratori al Prefetto di Potenza. Viene opportuno chiarire che questo è stato l'esito tanto naturale quanto assolutamente imprevisto di tutto il percorso della scuola di italiano, convintamente partecipato ma certo non senza tensioni.
Un'ipotesi su ciò che potrebbe accadere nel corso dell'esperienza complessiva di quest'anno, data la presenza dello stesso gruppo di lavoratori dell'anno scorso, e su cui mette conto riflettere, è che si possa riprendere questo percorso assembleare e di rivendicazione, tenendo certo sempre a mente la complessità della situazione presente nelle campagne di Boreano, Palazzo, etc.

8. Novità sul fronte istituzionale

Sulla scorta di quanto fatto dalla Regione Puglia, la Regione Basilicata, a conduzione del PD di Marcello Pittella, ha costituito, a partire da giungo, una task force per “l'emergenza” dei lavoratori braccianti immigrati nella campagne di Boreano, a capo della quale vi è Pietro Simonetti. Diversi tavoli tecnici si sono susseguiti a cui “Fuori del ghetto” e l'Osservatorio Migranti Basilicata hanno partecipato, senza tuttavia alcuna possibilità di incidere (Una piccola parentesi: è vero che è sulla scorta di quanto fatto dalla regione Puglia, ma forse non è casuale il fatto che le iniziative prese dalla Regione Basilicata ricalchino, quasi punto per punto, i punti della lettera consegnata dai lavoratori al prefetto l'anno scorso, cosa che, tra l'altro, non è affatto sfuggita agli stessi lavoratori.) Durante questi incontri è stata prevista l'apertura di 3 centri di accoglienza, su Palazzo, Venosa e Gaudiano (Lavello). L'unico previsto all'interno di un centro abitato, quello di Venosa, non ha visto la luce a causa di vari motivi, e la Regione si sta spostando verso l'ipotesi di una tendopoli il cui luogo d'istallazione è ancora al vaglio dei decisori politici, tendopoli la cui gestione è affidata alla Croce Rossa (invece, per gli altri due centri di accoglienza di Palazzo e Gaudiano, dovrebbe essere la Protezione Civile ad occuparsi della gestione). Tuttavia, ad allungare il tutto, ci sono problemi di reperimento ed erogazione dei soldi. Perciò, queste apparenti novità (per ora solo su carta) sarebbe giusto prenderle con la dovuta cautela. L'unico fatto certo è che nei casolari neanche più l'acqua è rifornita, a differenza dell'anno scorso. La regione, sempre secondo i documenti prodotti, avrebbe previsto pure l'istituzione di liste di prenotazione presso i centri per l'impiego a cui i lavoratori dovrebbero iscriversi e a cui i datori di lavoro dovrebbero attingere per il loro fabbisogno di manodopera. L'iscrizione alle liste di prenotazione da parte dei lavoratori è condizione necessaria per questi ultimi per poter avere accesso alle strutture di accoglienza, e dovrebbe permettere ai datori di lavoro di usufruire di alcuni incentivi previsti per le aziende che assumono in regola. Nei fatti, ciò comporta che i lavoratori che non hanno un pds in regola, che non sono pochi, ne resterebbero fuori e continuerebbero a vivere nei casolari. A ciò va aggiunto il fatto che, in seguito ad una denuncia di alcuni coltivatori di Boreano, e in concomitanza con l'incendio di un casolare, il comune ha emanato un'ordinanza di inagibilità per tutti gli immobili di Boreano, quindi, crediamo, presumibilmente anche per la chiesa dove si svolge la scuola. La condotta di “fuori dal ghetto” è che la scuola è e deve essere aperta e accessibile a tutti e tutte e che si fa dove sono i lavoratori. Per il momento si continua nella chiesetta, luogo che ha acquistato anche una forza simbolica per tutti quelli e quelle che partecipano al percorso. Nel caso di reali cambiamenti si deciderà al momento avendo in mente quanto detto prima.

 
9. Leggere qualcosa?

Aa.Vv. (2012), Sulla pelle viva. Nardò: la lotta auto-organizzata dei braccianti stranieri, Roma, DeriveApprodi
Anselmo Botte (2009), Mannaggia la miserìa. Storie di braccianti stranieri e caporali nella Piana del Sele, Roma, Ediesse.
Carlo Colloca, Alessandra Corrado (2013, a cura di), La globalizzazione delle campagne. Migranti e società rurali nel Sud Italia, Milano, FrancoAngeli.
Laura Galesi, Antonello Mangano (2010), Voi li chiamate clandestini, Roma, Manifestolibri.
Alessandro Leogrande (2008), Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Milano, Mondadori.
Antonello Mangano (2008), Gli immigrati salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia,  Messina, terrelibere.org.
Medici senza frontiere (2005), I frutti dell’ipocrisia. Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto. Roma, Sinnos.
Medici senza frontiere (2008), Una stagione all’inferno,
http://www.medicisenzafrontiere.it/Immagini/ file/pubblicazioni/una_stagione_all_inferno.pdf

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