Palazzo, frontiera d’Europa. Tra giustizieri e visti facili.

 

lavoroneicampi[1]L’antimafia di Bologna chiede il rinvio a giudizio per 18 lucani; imputati imprenditori di Pietragalla, Genzano, Maschito, Forenza, Ruoti, Venosa, Melfi, Atella e Pignola. E a febbraio la sentenza per l’assessore accusato di sevizie a un rumeno

di LEO AMATO

POTENZA – Più che l’ultimo paese lucano prima del tavoliere pugliese, sembra la frontiera di un’Europa senza barriere, dove i confini appaiono e scompaiono a seconda delle stagioni e degli appetiti dei trafficanti di uomini. Così a Palazzo San Gervasio, un comune di 5mila abitanti amministrato da una maggioranza di area Pd, prima può accadere che nel giro di qualche anno apra e chiuda un Centro di identificazione ed espulsione ribattezzato la “Guantanamo d’Italia”. Poi che l’assessore all’immigrazione venga arrestato con l’accusa di aver torturato un operaio rumeno. Infine che il giovane consigliere comunale delegato al “marketing territoriale e la promozione dei prodotti agricoli” finisca a processo per associazione a delinquere e fabbricazione di permessi di soggiorno falsi.
C’è anche Pasquale Bruno (33) tra i 45 imputati dell’inchiesta dell’Antimafia di Bologna su un’organizzazione specializzata nel reperire i documenti necessari a chi da Islamabad e dintorni intendeva trasferirsi in Italia, o soltanto transitarvi per raggiungere varie destinazioni nell’Europa continentale.
Bruno, eletto nel 2012 nella lista “Alleanza democratica (composta da Pd, FlI, e Mpa), è accusato di aver fatto affari con un gruppo di pakistani, da tempo residenti a Piacenza, che avevano fiutato il business, riuscendo a fare entrare illegalmente nel “Bel paese” almeno 445 connazionali, intascando qualcosa come 5,8 milioni di euro.
Secondo gli investigatori il prezzo del viaggio e dei documenti poteva arrivare a 18mila euro. Ma l’organizzazione gestiva tutto: dallo sbarco all’aeroporto Malpensa, all’alloggio temporaneo e il trasferimento oltreconfine. In particolare Spagna e Francia, da dove è arrivata la segnalazione che ha fatto partire le indagini. Quindi i soldi venivano girati, in parte, a vari imprenditori compiacenti, disposti a sottoscrivere contratti di lavoro fasulli, perlopiù di tipo stagionale nel comparto agricolo, in cambio di una “mazzetta” tra i 1.500 e i 5 mila euro a testa.
A giugno dell’anno scorso, quando è scattato il blitz con arresti e perquisizioni, a casa degli indagati sono stati sequestrati numerosi visti e passaporti falsi, ma anche un veicolo, un ristorante situato a Piacenza ed un Kalashnikov trovato a Rieti in possesso di uno degli italiani coinvolti.
In totale – assieme al consigliere comunale – sono 18 i lucani per cui la procura bolognese ha chiesto il rinvio a giudizio. Per 13 l’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: 3 di Palazzo San Gervasio, e altri di Maschito, Forenza, Ruoti, Venosa, Atella, Melfi, Filiano, Pignola. Mentre un altro imprenditore di Palazzo, e due di Genzano di Lucania devono rispondere anche del reato più grave di associazione a delinquere.
Il processo si annuncia lungo, vista anche la mole di intercettazioni e documenti raccolti dagli inquirenti.
A febbraio, invece, è prevista la sentenza per l’assessore Antonio Paradiso (55), che dopo 6 mesi agli arresti domiciliari ha ripreso le deleghe su lavori pubblici, urbanistica, attività produttive, viabilità e servizi cimiteriali. Lasciando solo quella sull’immigrazione.
Eletto a sua volta nella lista “Alleanza democratica” (ed autosospesosi dal Pd a causa delle vicende giudiziarie), Paradiso ha gestito fino a qualche mese fa – attraverso la sua impresa agricola – anche l’ex tabacchificio di Palazzo, dove oggi è attivo il Centro di accoglienza regionale dei lavoratori stagionali affidato alla Croce Rossa. Ma secondo la Procura di Potenza, che ha già chiesto una condanna a 12 anni nei suoi confronti, nel 2013, avrebbe rapito e picchiato a sangue un romeno di sospettato di avergli rubato un trattore.
Con l’aiuto di un dipendente, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe convocato un suo amico e connazionale, costringendolo a forza di schiaffi e pugni a tendergli una trappola sotto casa.
Poi avrebbe tirato in auto la sua “preda” torturandola inutilmente per un’oretta per farla confessare: calci e pugni in un capannone isolato in contrada Castellani. Fino a quando Paradiso non gli avrebbe stretto al collo una catena, inserita in una carrucola fissata al soffitto, lasciandolo penzoloni sulle punte dei piedi, mentre l’amico gli “lavorava” le gambe con una spranga di ferro.
L’assessore risulta indagato anche in un’altra inchiesta della Procura di Potenza per aver dato supporto logistico a una banda appulo-lucana specializzata negli assalti ai bancomat con l’esplosivo.
Intanto, proprio in quei campi di pomodoro ai piedi del colle dove sorge il paese, l’Osservatorio migranti della Basilicata continua a denunciare caporalato e schiavismo. Come nel vecchio Mississipi delle piantagioni di cotone, delle croci incendiate e del Ku Klux Klan. Ma senza le note di un coro gospel per lenire tanta sofferenza.

Sabato 24 Ottobre 2015 

Fonte: Quotidiano della Basilicata

 

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