da Dinamo Press: Paola Clemente e le altre, vittime dei rapporti di lavoro

Paola Clemente e le altre, vittime dei rapporti di lavoro

Nuove forme di caporalato e sfruttamento istituzionalizzate dai contatti precari e dalla cancellazione dei diritti dei lavoratori. Il caso della bracciante pugliese come paradigma.

La vicenda di cui è stata vittima la signora Paola Clemente è paradigmatica di un nuovo e diverso atteggiarsi di intermediazione illecita nel rapporto di lavoro. È questa la conclusione cui è giunta la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali del Senato, indagando sulla morte della bracciante. Come si ricorderà, avvenuta in circostanze misteriose il 13 luglio scorso nelle campagne di Andria, mentre era impiegata nell’attività di acinellatura dell’uva. Nella relazione conclusiva firmata dalla senatrice Camilla Fabbri, presidente della commissione, si distingue tra due piani dello sfruttamento: il primo, costituito dal caporalato tradizionale in cui appare centrale la figura del mediatore di lavoro che “approfitta del bisogno del lavoratore lucrando tra domanda e offerta di lavoro bracciantile o comunque di manodopera, in un contesto di assoluta irregolarità e quindi di totale assenza di sicurezza” così si legge negli atti parlamentari che DINAMOpress ha potuto consultare: “ il secondo piano invece ha caratteristiche nuove, non meno allarmanti, si insinua tra le pieghe del contratto di somministrazione o di altri più recenti tipi contrattuali”. Si genera, certo, “dalla presenza sul territorio di personaggi che hanno facilità se non addirittura esclusività di contatti con i lavoratori in cerca di lavori occasionali, precari, stagionali”. Non solo. Secondo il rapporto, approvato qualche giorno fa, esiste ciò che viene definito un vero e proprio caporalato urbano. Nessuna regione d’Italia sembra esserne immune. Dalle province ad alta vocazione agricola, alle periferie metropolitane per i comparti di edilizia e trasporti, “tale particolare forma di reclutamento viene considerata necessaria perché in questo modo si realizza un abbattimento dei costi”. È la concorrenza al ribasso tra imprese. Che spiega, in parte, anche il rapporto esistente tra caporali e imprenditori. In tal modo, si legge ancora nella relazione: “si risolvono gran parte dei problemi d’impresa. Si reclutano i braccianti, anche in poche ore, i costi della manodopera risultano dimezzati, nessun sindacato, e soprattutto nessun costo e onere per la sicurezza”.

Nel caso della bracciante morta non è emerso “alcuna vera formazione, informazione, addestramento delle lavoratrici né una reale presenza di misure di protezione e di primo soccorso”. Anzi è apparsa piuttosto evidente “l’assenza di misure di protezione da attivare per il pericolo di vita che si profilava per il malore della lavoratrice”. Dai documenti e dalle testimonianze raccolte dalla commissione parlamentare è stato possibile ricostruire non solo la cronaca di quel che accadde quella mattina nelle campagne di Andria, ma anche disegnare il quadro delle condizioni di lavoro nelle campagne pugliesi, specialmente. Sono stati auditi tutti i “protagonisti” della vicenda: il segretario regionale della Flai Cgil, Giuseppe Deleonardis, che per primo denunciò la morte della donna. Ciro Grassi, il rappresentante legale della società Grassi Viaggi, indagato dalla Procura di Trani per omicidio colposo e omissione di soccorso, insieme a lui è stato sentito Salvatore Filippo Zurlo, l’autista del mezzo. E poi, Luigi Terrone proprietario di Ortofrutta Meridionale Srl, l’azienda presso cui Paola lavorava, anche lui coinvolto nell’inchiesta giudiziaria condotta dal pubblico ministero della Procura di Trani, Alessandro Pesce. Inoltre sono stati ascoltati dalla commissione parlamentare anche l’ex europarlamentare socialista Vincenzo Mattina (non indagato nell’inchiesta) attualmente vicepresidente dell’agenzia del lavoro Quanta Italia S.p.a, che negli anni scorsi aveva assunto Paola, o meglio, le aveva “somministrato” un contratto. Infine, alcuni dipendenti dell’agenzia interinale Infogroup, “presso cui era dipendente la signora Clemente al momento della morte”. Un intero paragrafo della relazione è dedicato al “procacciamento dei contratti di somministrazione”. Laddove si fa riferimento al fatto che “il sistema normativo attuale ha trovato un deficit di legalità nel funzionamento concreto dei contratti di somministrazione e nel procacciamento degli stessi per poter acquisire la disponibilità di lavoratori e utilizzatori nell’ambito di un territorio ad alta vocazione agricola”.

In sostanza, sembra dire la relazione: sono proprio i tipi di contratti e le previsioni normative ad aver favorito l’esistenza di forme di intermediazione illecita nei confronti dei lavoratori. Sono gli interessi delle agenzie interinali ad entrare direttamente in contatto con i nuovi caporali. Poiché hanno bisogno – le agenzie – di “soggetti noti quali fornitori di occasioni lavorative, presenti sul territorio, che siano facilmente contattabili da lavoratori e imprese, perché possano organizzare senza problemi il trasporto dei lavoratori, dato che sono conoscitori delle esigenze logistiche e produttive stagionali”. È questo il ruolo assunto dai nuovi caporali “che si annidano tra le pieghe della somministrazione”. Sono loro, i proprietari dei bus, insieme ai funzionari delle agenzie, i soggetti che decidono dei contratti di lavoro, nel mondo agricolo, ma non soltanto. Analizzando i documenti di assunzione dei braccianti nell’ambito della morte della signora Clemente si è scoperto che un solo soggetto, nell’ambito della diffusione dei numerosi contratti di somministrazione nel territorio della provincia di Bari e di quella di Taranto, ha avuto la capacità di trasferire in poco tempo oltre 6.000 lavoratori dall’agenzia Quanta all’agenzia Infogroup, “dimostrando così di essere il vero artefice dei contratti di lavoro”. Così si legge, ancora, nella relazione: “oggi il caporalato ha indossato le vesti della somministrazione. Una pratica, quella dei contratti di somministrazione, usata (o meglio) abusata, per dare un’ apparenza formale a una serie di imprescindibili contatti che possono essere curati soltanto da chi è in grado di spostare anche repentinamente vere e proprie truppe di lavoratori”. Disposti a tutto, anche a lavorare in condizioni di privazione assoluta della sicurezza sul luogo di lavoro.

È successo a Paola Clemente, di dover lavorare senza alcuna prevenzione effettiva di tipo sanitario (valutazione del rischio sull’attività svolta al sole, fattori di rischio chimico per l’esposizione a prodotti diserbanti o anticrittogamici etc), né alcuna misura di protezione (primo soccorso, intervento e collegamento con il servizio pubblico). Come è emerso dalle audizioni: “l’improvvisazione del soccorso da prestare alla dolorante lavoratrice e la chiamata tardiva dell’ambulanza” le sono stati fatali. Ecco come è morta Paola Clemente, vittima a tal punto del suo rapporto di lavoro tanto che “ sono apparse in un primo momento le resistenze e i timori della stessa famiglia della vittima a denunciarne la morte”. Indice di un clima di assoggettamento, di paura e di bisogno che travalica la legittima domanda di giustizia e di ricerca della verità, secondo quanto scrive la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali del Senato, non mancando di ricordare che sono proprio alcuni rapporti di lavoro e come essi sono concepiti, le cause principali dei decessi come quello di Paola e delle altre vittime di lavoro. Solo nel 2015 sono stati – secondo i dati diffusi dall’Inail – oltre settecento, le vittime dei rapporti di lavoro.

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