Factory as home. Diritti e dignità per i braccianti agricoli africani – Reportage da Rosarno

resized_img_9089-19852di Matteo De Checchi, pubblicato su Progetto Melting Pot
La fabbrica occupata di San Ferdinando è uno di quei posti che speri di vedere una volta sola nella vita; si trova all’interno della zona industriale di Rosarno, pressoché abbandonata, a qualche centinaio di metri dalla più famosa tendopoli ed è, di fatto, la seconda “casa” dei braccianti agricoli africani che sono riusciti ad occupare lo stabile nel 2014.
Entro per la prima volta verso mezzogiorno, il sole riscalda l’aria pervasa da odori a volte insopportabili; l’edificio, grigio e a due piani, è in visibile stato di abbandono, mancano i vetri alle tante finestre e le porte sono un optional.
Nel piazzale antistante, come nella tendopoli, la solita “piccola Africa”: qualche negozietto che vende bibite, ragazzi che giocano con un pallone, un fuoco per riscaldarsi e una fontana d’acqua, rigorosamente non potabile. L’entrata principale è un corridoio, senza porte, di qualche metro, poi l’Inferno: una jungle, forse l’unica in Europa, all’interno di uno spazio immenso ma allo stesso tempo angusto, occupato da una miriade di materassi sporchi e vecchi, tende, letti costruiti con il legno della spiaggia.


Mi accorgo subito però che la vita scorre, anche in questo spazio fuori dal tempo. Loro, gli africani, non si curano della mia presenza, continuano a cucinare con piccoli gas da campeggio, restano stesi nei loro letti, chiacchierano a gruppetti e, ad un certo punto, mi fanno cenno di non fotografare; la situazione è troppo al limite, mi spiegherà poi Prince, uno dei primi occupanti della fabbrica, e la tensione, vista la scarsità di lavoro, è palpabile.
All’interno incontro Celeste Logiacco, sindacalista di strada, insieme al collega Jacob Atta; donna tenace Celeste, quasi tutti i giorni parte da Rosarno e passa buona parte del tempo a spiegare ai ragazzi africani come far valere i loro diritti sul lavoro, la loro dignità; mentre mi parla la guardo stupito e mi rendo conto quanto è coraggiosa questa donna, quanto è importante la sua lotta contro il caporalato e il lavoro nero. Jacob è ghanese, in Italia dal 2008, a Rosarno dal 2012, anche lui bracciante invisibile, uscito dal tunnel della povertà e della marginalità proprio grazie a Celeste.

Resto all’interno della fabbrica per una ventina di minuti, poi decido di uscire, l’aria stava diventando troppo irrespirabile. Proprio all’uscita vedo un camper bianco di MEDU, i Medici per i Diritti Umani, con la scritta esterna “Piazza Carlo Giuliani ragazzo”. Il veicolo è un dono del Comitato Piazza Carlo Giuliani Onlus e gira quotidianamente per le tendopoli e la fabbrica occupata. I due operatori sono Giulia Chiacchella, medico di Perugia, e il mediatore culturale Mamadou Sia.
Giulia mi racconta che quello di MEDU è l’unico presidio mobile della zona, il loro lavoro consiste nel dare una primissima assistenza sanitaria ai braccianti agricoli anche se, di fatto, l’intervento diventa poi una prima accoglienza e un costante scambio di informazioni per monitorare la situazione. Giulia e Mamadou lavorano alacremente, sanno che ogni minuto perso può diventare fondamentale per quelle persone. I loro occhi sono stanchi, il viso è tirato, ma sono consapevoli, come Celeste e Jacob, di essere uno dei pochissimi punti di riferimento per gli invisibili braccianti africani.
Riprendo la macchina, mi guardo intorno percorrendo un paesaggio surreale e mi dirigo verso Polistena, un piccolo paese a pochi chilometri da Rosarno dove, da circa tre anni, Alessia Mancuso coordina un poliambulatorio di Emergency; il team di Emegency lavora in uno stabile confiscato alla ‘ndrangheta e, con medici e mediatori culturali, cerca di far valere l’art. 32 della Costituzione riguardante la tutela della salute come diritto fondamentale e gratuito dell’individuo.

Emergency, in questa terra dimenticata, ha anche organizzato una navetta gratuita per accompagnare gli stranieri al poliambulatorio (vista la totale mancanza di trasporti pubblici) e ha in progetto l’apertura di un ambulatorio ginecologico per le donne che lavorano nella Piana.
MEDU, Emergency e il sindacato di strada della CGIL sono delle mosche bianche in un dramma nascosto e sottaciuto, ma restano pur sempre un baluardo di lotta e civiltà.

Fotografie e video di Matteo De Checchi

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