Sequestro del villaggio di cartone

Controlli a tappeto nel 'Gran Ghetto' - FOTO R. D'AGOSTINO 4All’indomani dell’incendio che distrusse parzialmente il ‘Gran Ghetto’ tra le campagne di Foggia e di San Severo, la politica insorse auspicandone l’immediata chiusura. Facciamo un passo indietro. Il 4 aprile del 2014, la Regione decise di agire con “Capo free–ghetto out”: liberi dai caporali, fuori dal ghetto’. In quell’occasione l’allora assessore Minervini disse: “Lo scarso valore del pomodoro si scarica sul mercato e quindi sulle paghe dei braccianti, e quindi arrivano i caporali a fare intermediazione di manodopera e la presenza di tutte le persone a Rignano diventa redditizia per la criminalità che si organizza”.

L’obiettivo era quello di chiudere il ghetto entro il 1 luglio dello stesso anno e di sostituirlo con cinque strutture più piccole e diffuse sul territorio, impermeabili alla criminalità. I campi sarebbero dovuti essere da 250 posti, con standard di accoglienza dignitosi e protetti dalle infiltrazioni del caporalato tramite un accordo con la Prefettura. Le buone intenzioni racchiuse nelle firme di sei assessori e quindici dirigenti evidentemente non bastarono. Di lì in poi fu un susseguirsi di incidenti, dichiarazioni, disservizi, servizi televisivi e inutili attese.

Tornando all’incendio, mentre il consigliere regionale Napoleone Cera chiedeva che fine avesse fatto il progetto che avrebbe cancellato la vergogna del ghetto, Minervini lanciava un ulteriore appello scaricando la responsabilità sulle aziende. Disse: “Il Governo regionale e l’assessorato all’Agricoltura convochino subito le organizzazioni datoriali e le imprese agricole. Se si vuole davvero chiudere il Ghetto, il momento migliore è adesso, prima che il Ghetto torni a ripopolarsi con gli stagionali. Questo è il tempo giusto per avviare il lavoro per costruire una filiera che tenga assieme un giusto prezzo del prodotto con un giusto compenso del lavoro, per spezzare in questo modo la catena del caporalato e dello sfruttamento. Le aziende devono sapere che la vergogna del Ghetto prima o poi ricadrà sul prodotto e sulle stesse aziende, con un crollo reputazionale e tutto quello che ne conseguirà in termini economici. Quando le aziende capiranno che bisogna pagare i lavoratori il giusto, e quindi pretendere dal mercato il giusto, il Ghetto sarà svuotato”.

Dopo un gran parlare, questa mattina gli agenti della squadra mobile di Foggia – alla presenza dei carabinieri, della polizia municipale e del Corpo Forestale dello Stato – hanno eseguito un decreto di sequestro probatorio con facoltà d’uso disposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, per fare luce su possibili dinamiche criminali poste in essere nel campo, per quanto riguarda i reati di competenza della DDA.

Questo il commento di Giorgio Cislaghi, Vincenzo Rizzi e Marcello Sciagura: “Dopo le pubbliche denunce sulla ricostruzione a tempi di record del Gran Ghetto semidistrutto da un incendio che ha provvidenzialmente risparmiato gli edifici in muratura e i contenitori dell’acqua, dopo aver chiarito che il primo locale ad essere ricostruito è stato il “market ristorante” del Ghetto, dopo avere verificato che il ghetto veniva ricostruito con più funzionali camerate, dopo avere chiesto a gran voce che si chiarisse chi comanda e chi decide all’interno del Gran Ghetto, finalmente qualcosa si muove e si muove confermando che i nostri dubbi non sono campati per aria: dietro i ghetti potrebbe celarsi la lunga mano della mafia foggiana che strangola le campagne”.

I due consiglieri comunali di minoranza e l’esponente di Alternativa attendono fiduciosi che Regione Puglia acceleri il piano di costruzione del “villaggio dell’accoglienza” “per dare un degno riparo ai lavoratori migranti, condizione di partenza per trovare forme di collocamento e di trasporto per i lavoratori migranti alternative al sistema mafioso messo in piedi dai caporali”.

Fonte: Foggia Today