“Salsa sporca di sangue”. I nuovi schiavi pugliesi tra rivendicazioni e mafie

img_9881-adda5Un reportage dalla periferia di Foggia e dal ghetto di Rignano

Pubblicato su www.meltingpot.org

Autore: Matteo De Checchi

La distesa verde intorno a Foggia è il classico paesaggio della Capitanata che, solo in lontananza, fa vedere il maestoso promontorio del Gargano, confine naturale tra terra e mare.
Arrivo in città trafelato, sono venuto a sapere da un amico della Gazzetta del Mezzogiorno che il ghetto più grande d’Italia, quello di Rignano, è sotto sgombero da due giorni e la situazione appare confusa e in divenire. A Foggia ho appuntamento con Giulia e Sasà dell’associazione Pro/fuga, laboratorio politico sulle migrazioni, attiva da circa un anno nella lotta per la dignità dei braccianti agricoli africani.

Giulia mi accompagna in un ex fabbrica della Granarolo, abbandonata da più di dieci anni, nella primissima periferia di Foggia. All’Interno vivono almeno 50 braccianti africani di varia provenienza che hanno occupato lo stabile nel 2011. Oggi Pro/Fuga li aiuta a migliorare la realtà abitativa, ad esempio costruendo una stufa artigianale che non emana fumi all’interno degli stanzoni o dando la possibilità di qualche ora di corrente elettrica al giorno, e nel contempo lotta per il rispetto dei contratti lavorativi dei braccianti e per la loro dignità davanti ad istituzioni sempre più sorde e securitarie.

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Sasà e Giulia mi spiegano che non si tratta di carità o solidarietà spicciola, il loro lavoro, sul campo, mira a creare una vera e propria coscienza politica e di classe a migranti che, fino a qualche mese fa, venivano sfruttati nella grande raccolta del pomodoro pugliese. Da novembre 2015 i braccianti sono scesi in piazza più volte per urlare che si sono stufati di essere gli ultimi di un sistema capitalistico che li costringe a forme di schiavitù moderna, invisibili senza voce.
Giulia mi racconta la storia di Pro/fuga nel tetto della fabbrica occupata. Splende un sole quasi estivo ma il vento sferzante riporta tutto ad una primavera appena iniziata. È arrabbiata, Giulia, e sa che la sua lotta vale tanto, in una terra di mafia e caporalato. Ma è una lotta che ha il gusto dell’autorecupero e della costruzione dal basso per non arrivare ad una dignità dovuta ma garantita.

Giro la fabbrica per più di un’ora, parlo con gli occupanti, alcuni indaffarati nella preparazione del pranzo, altri chiusi in un cerchio a chiacchierare, guardo i vecchi divani e davanti mi si spalanca un enorme stanzone con tappeti colorati, la moschea.

La fabbrica è, per i braccianti, una vera e propria casa-comunità autogestita, una delle pochissime forme di riscatto del territorio pugliese.
Insieme a Giulia decido di visitare il ghetto di Rignano, il più grande agglomerato di povertà africana d’Italia. Rignano non è altro che un paesino ai piedi del Gargano balzato all’onore delle cronache per la concentrazione abitativa di braccianti africani.
Per raggiungere il ghetto percorriamo una strada sterrata per almeno 20 minuti poi, in lontananza, mi accorgo che il verde dei campi si intervalla con il classico blu delle tende costruite alla rinfusa. Il “Gran Ghetto” ha preso fuoco a metà febbraio ed è stato sgomberato, con un decreto di sequestro “con facoltà”, il 23 marzo.
Grande dispiego di forze dell’ordine, retata in ogni baracca, deportazione di 30 migranti in questura e conseguente decreto di espulsione per la mancanza di documenti. Classica azione post attentato terroristico (quello di Bruxelles del 22 marzo) tanto per dire “Ci siamo, pensiamo alla vostra sicurezza” portato avanti da provincia e regione con un sequestro fasullo e inutile.

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Difatti il ghetto resta sempre lo stesso, un’alternanza di masserie abbandonate e catapecchie improvvisate di cartone, lamiere e nylon, un fortissimo odore di criminalità locale, gestita da marocchini o gente dell’Est, mafia pugliese, per niente scomparsa, come molti pensano, e caporalato.
Giulia mi avvisa, 10 minuti massimo poi dobbiamo andarcene, è il giorno dopo lo sgombero e l’aria è esplosiva.
Mi guardo intorno velocemente e capisco che, nonostante la grandezza, poco cambia dal ghetto di Rosarno o da tutte quelle “jungle” sparse nel Meridione d’Italia. Gli africani sono intenti a ricostruire le baracche che, gestite appunto dalla criminalità, hanno un vero e proprio “mercato immobiliare” con affitti che vanno dai 40 ai 100 euro mensili. E, per la ricostruzione, ogni “abitante” ha versato almeno 100 euro. Un sistema economico di migliaia di euro l’anno se si conta che, nel picco della raccolta dei pomodori, tra maggio e agosto, nel ghetto arrivano più di 2000 braccianti; tutto denaro gestito dalla piccola e grande criminalità organizzata; un sistema che funziona così dal 1990!
Come a Rosarno con le arance, anche a Foggia i contadini sono schiacciati dai prezzi della grande distribuzione e così sono costretti a pagare 3/4 euro a cassa ogni bracciante. Riuscire a riempire 4 casse di pomodori al giorno significa rompersi la schiena dalla fatica per guadagnare, quando va bene, una ventina d’euro in nero. Schiavitù allo stato puro.
Esco dal ghetto quasi senza farmi vedere, Giulia è in silenzio, il sole sta tramontando dietro una catasta di legna e rifiuti.
Penso agli africani che, anche questa notte, nella completa oscurità, dovranno dormire all’aperto o in sudice baracche con il vento freddo di marzo.
E tutto questo per una salsa di pomodoro.

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