Le piccole Molenbeek sulla Salerno-Reggio. «Qui abbiamo paura»

Extracomunitari13-kY1-U43170380671777nuH-593x443@Corriere-Web-Sezionireportage di Marco Demarco

A Bellizzi, dov’è stato preso l’algerino accusato di dare documenti falsi ai kamikaze. A Eboli, le ex villette per i turisti dormitorio per i braccianti a 400 euro al mese

«In Marocco c’è un modo di dire: “Un pesce marcio può guastare l’intera cassetta”, e noi non possiamo mettere in discussione quarant’anni di fiducia reciproca». Così dice Abdullah, imam facente funzione di Bellizzi, provincia di Salerno. «Qui l’integrazione è una realtà, non ci sono ghetti, gli immigrati abitano negli stessi palazzi degli italiani, sullo stesso pianerottolo», conferma Domenico Volpe, sindaco di centrosinistra.
Le nuove tensioni
Superi il casello di Salerno, entri nella valle del Sele, arrivi dove dieci giorni fa hanno arrestato Djamal Eddine Ouali, l’algerino quarantenne accusato di falsificare i passaporti dei terroristi, e tutti a dire che Bellizzi non è Molenbeek, il quartiere da dove sono partiti i kamikaze di Parigi e Bruxelles. In effetti, Bellizzi non sembra una fabbrica di jihadisti. Eppure è qui che Djamal Eddine Ouali — arrestato e prossimo all’estradizione — è venuto a rifugiarsi a gennaio, quando è stato colpito da un mandato di cattura internazionale emesso dai magistrati belgi. È qui che a dargli ospitalità, sebbene a condizione di procurarsi un regolare permesso di soggiorno, è stato proprio il cognato di Abdullah, quello della cassetta di pesce. È qui che ancora si indaga per verificare se davvero Ouali è l’unico pesce marcio finito nella rete. Ed è qui che Salvini ipotizza un collegamento tra i falsari del radicalismo islamista e quelli della camorra. Gratta gratta, dunque, e viene fuori uno scenario ben diverso da quello prospettato. Davanti alla moschea di via Keplero, dove Ouali è stato arrestato, non c’è più la folla di sempre. Come mai? «Abbiamo paura», racconta Rascid Bensadi. «Sono andato al supermercato con mia moglie, che porta il velo, e ho visto che ci guardano con sospetto, mentre a mia figlia, a scuola, hanno detto: hai visto cosa avete combinato?». Ma il fatto è che la paura è reciproca e l’intera valle del Sele è ormai diventata una polveriera. Quindici giorni fa un marocchino ha decapitato la statua di Padre Pio. È successo a S. Cecilia, borgo di Eboli, 6 mila italiani, 1.500 nordafricani. C’è stata un’assemblea di protesta, autoconvocata. E qualcuno ha gridato: «Bruciamoli, questi marocchini», «uccidiamoli tutti». «Cose mai sentite prima», dice preoccupato Anselmo Botte, della Cgil, l’esperto di immigrazione che qui tutti conoscono e tutti consultano.
Le zone dormitorio

Botte ha 62 anni, laurea in sociologia e tesi con Enrico Pugliese su «La stratificazione sociale in agricoltura». Si occupa di questi problemi da quarant’anni, da quando gli immigrati nella provincia di Napoli erano 1.300 e quelli di Salerno non più di un centinaio. Oggi sono 45 mila solo nel Salernitano e nella valle del Sele la percentuale sugli italiani arriva anche all’11%, quasi il doppio della media nazionale. Una concentrazione che fa tendere la corda della convivenza e che è assai difficile gestire. Chi ha detto, a proposito, che qui non ci sono ghetti? Anselmo Botte ne conosce almeno un paio lungo la statale 18, quella che da Salerno arriva fino a Reggio Calabria. Prima tappa, località Campolongo, Eboli. Casa, si fa per dire, di Jabbar, 52 anni, e di altri quaranta marocchini ammucchiati in stanze con tre e quattro letti: quattrocento euro per ogni appartamento. Un tempo, queste erano villette per i turisti, con il mare che si nasconde dietro la pineta che Mussolini fece piantare al tempo delle grandi bonifiche. Ora, invece, a capitarci da soli, anche in pieno giorno, può scapparci la crisi di panico.
«Legalizzare» i caporali
Seconda tappa. Località Tavernanova. Qui, tra le macerie all’amianto di un’ex azienda conserviera, la Mellone; in una discarica nauseabonda; tra cani ringhiosi, pozzanghere e baracche di cartone, vivono anche in centinaia. Dipende dal lavoro e dalle stagioni. Ghindu e Hussuman, 25 e 23 anni, dicono di venire dal Mali. Ma chissà se è vero, e chissà se si chiamano davvero così. Sbarcati a Lampedusa e portati a Salerno, sono scappati dal centro di accoglienza. Ora eccoli in attesa di un caporale disposto a farli lavorare in nero. Attualmente, sembra non esserci alternativa ai caporali. Pare che solo loro siano in grado di spostare ogni giorno, entro le 6 del mattino, in non più di 30 minuti, 6 mila immigrati in 3-400 aziende. Usano i telefoni cellulari e i pulmini di massino 30 posti. Eppure Anselmo Botte un’idea ce l’ha. «Sto per andare in pensione, ma prima — confessa — vorrei mettere in piedi il primo collocamento pubblico per braccianti». Il progetto è di legalizzare una parte dei caporali, quelli «buoni», se così si può dire; quelli che lavorano nei campi insieme con gli altri. «Associandoli a una efficiente struttura pubblica potrebbero mettere in ginocchio i veri schiavisti, quei caporali che sono anche trafficanti di migranti», spiega Botte. Può funzionare? «Io so solo — risponde — che a smantellare la potente macchina del caporalato meridionale non è riuscito neanche Giuseppe Di Vittorio. Tuttavia o ci proviamo o qui saranno guai».

 

Fonte: Corriere della Sera