Ancora un bracciante morto nei tuguri istituzionali dei “luoghi comuni”

Ancora un bracciante  morto nei tuguri istituzionali dei “luoghi comuni”   

Di Gervasio Ungolo – Osservatorio Migranti Basilicata 10-06-2016

Ancora una vittima nei tuguri chiamati “tendopoli”, dislocati e allestiti nelle campagne del Sud Italia. Questa volta tocca a quello di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro, punto nevralgico per la raccolta degli agrumi, luogo che da diversi anni dovrebbe essere predisposto ad accogliere i numerosi braccianti che ogni anno li si recano. Una tendopoli, quella alle porte di Rosarno, che nasce dopo la nota rivolta dei braccianti, e che, negli anni, da un primo nucleo voluto dal Ministro Maroni e dall’allora Presidente della Regione Campania, destinato ad ospitare solo poche centinaia di uomini (al massimo 250), si è ingrandita man

da CSOA Angelina Cartella

da CSOA Angelina Cartella

mano con tutta una serie di strutture informali, sotto la scarsa consapevolezza del problema, fino ad arrivare ad ospitare ben oltre mille lavoratori.

In questi luoghi (o forse meglio “non luoghi”), non è importante come si muore: vuoi per il caldo insopportabile quando si raccolgono i pomodori, o per il freddo quando si raccolgono le arance; o ancora perché investiti, quando si va a piedi o  in bicicletta, di sera al ritorno da lavoro; oppure perché il padrone ti ammazza perché non vuole darti quanto stabilito o perché un carabiniere si deve difendere.

In questi luoghi, quando si muore non fa differenza, perché il torto sta solo da una parte: perché si è neri, braccianti e immigrati. Ed è “luogo comune” additare chi muore spesso come uno che ha perso il senno della ragione, così come era “fuori di testa” il cittadino ghanese suicida l’estate scorsa a Boreano, così come sicuramente lo sarà il bracciante che ha accoltellato il carabiniere, se l’autopsia non proverà la presenza di alcool nel suo corpo.

Ma come si fa a non perdere la testa in questi “luoghi comuni”?  Luoghi costosi e non osmotici, chiusi alla società civile che ne rimane tagliata fuori,  e aperti solo a chi ci vive dentro, che non ha altre alternative.

La morte di questo giovane cittadino del Mali riaccende il dibattito (e i timori) anche in Basilicata. A seguito della manifestazione del 12 aprile scorso, i braccianti di Boreano erano riusciti a strappare un accordo che, in pochi giorni, è stato tristemente disatteso dalla stessa Regione Basilicata e dal Comune di Venosa. Ora la situazione potrebbe infiammarsi anche qui.

Che possa comunque riposare in pace il bracciante, sperando in una inchiesta seria per accertare le responsabilità dell’accaduto.