Boreano. Terra di nessuno. Ancora una volta, lo sgombero non sarà la soluzione!

Boreano Porta con Ordinanza di Sgombero WP_20160618_12_30_01_ProPochi giorni fa, il Comune di Venosa ha affisso un banalissimo volantino che annuncia in modo secco e lapidario lo sgombero dei braccianti presenti nel ghetto di Boreano. Una cinquantina di migranti sono stati “inviati” a lasciare il ghetto entro le 12 di mercoledì 22 giugno, pena lo sgombero forzato.

Un ghetto, quello di Boreano, che non è certo sorto per caso, sebbene non strutturato e del tutto informale, ma che vede i suoi albori dopo la chiusura del centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio nel 2009 (noto anche come “bancomat della mano d’opera”) chiesta dall’allora Presidente della Commissione Immigrazione della Regione Basilicata, Pietro Simonetti, oggi capo della Task Force regionale. Ad incrementarlo, questo luogo infernale, i successivi “respingimenti” silenziosi operati dalle forze dell’ordine nel territorio di Spinazzola in Puglia.

Boreano resta un mondo “a parte”, equidistante da Venosa, Montemilone e Palazzo San Gervasio, ma lontano quanto basta per rende totalmente invisibili i lavoratori stranieri alle comunità locali limitrofe. Quanto basta per dimenticarli.

Negli ultimi anni, l’amministrazione comunale di Venosa, in accordo e sotto la pressione della Task Force regionale (che parla a nome di Marcello Pittella Presidente della Giunta Regionale), ha provato ad attuare una politica meno drastica e non dedita agli sgomberi, intimando più volte ai proprietari dei casolari e all’Alsia (agenzia regionale dell’agricoltura che amministra il patrimonio regionale rurale) di abbattere o, quantomeno, di tenere sotto stretta sorveglianza i casolari nelle campagne. Questo ha portato alla chiusura di alcune abitazioni e all’abbattimento di altre. Ma evidentemente chiudere o abbattere un casolare non è un buon deterrente per convincere i braccianti ad andare via. E dove potrebbero andare? Ed è cosi che, ogni volta, dalle macerie, nascono e si riproducono rapidamente nuovi ripari di fortuna. Cosi come dalle fiamme dei roghi (almeno tre in questo anno), ogni volta il ghetto risorge. Quasi a farsi beffa di tutti. E la “jungle” rivive e si estende molto rapidamente.

Sino ad oggi, la macchina dello sgombero sembrava già pronta. Poi, almeno per oggi, si è conclusa con un nulla di fatto. Il capannone, presunto luogo di “accoglienza” per i braccianti, sito nell’area industriale di Venosa, è stato intanto “fortificato”. Pochissime sono le notizie che trapelano da questa sorta di “fortino” istituzionale, e purtroppo, data questa ostinata chiusura verso l’esterno, anche i contatti con i braccianti che ci vivono si sono rarefatti. A nulla sono valse le nostre richieste indirizzate al Presidente Pittella, al Sindaco del Comune di Venosa, e alla Prefettura per poter aprire uno sportello informativo-legale e continuare l’esperienza della scuola d’italiano di Boreano, che pure negli anni ha dato risultati soddisfacenti. Nessuno ci ha risposto. Persino la Campagna LasciateCIEntrare, di cui l’OMB è parte attiva, ha chiesto la possibilità di poter visitare il centro di accoglienza di Venosa, senza ottenere alcuna risposta, né dalla Prefettura, dichiaratasi incompetente, né tanto meno dalla Regione.

Terre di nessuno, queste nel Vulture Melfese, che tristemente rimandano ai luoghi chiusi di “detenzione” e a politiche segregazioniste, specchio di una Regione che negli anni non ha saputo costruire nessuna politica attiva di accoglienza e di inclusione sociale dei cittadini stranieri, e meno che mai, nello specifico, dei braccianti dei ghetti, abbandonati a sé stessi e resi invisibili.

Lunedì 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale dei Rifugiato. Tante sono state, anche in Basilicata, le manifestazioni previste a riguardo. Tuttavia, nessuno ha rivolto un pensiero, al di là delle celebrazioni pubbliche di facciata, a questi ghetti nei quali tanti migranti (forse la maggior parte) sono titolari di protezione internazionale, e vi lavorano in condizioni non umane. Tanti sono quelli che, terminato il progetto di cosiddetta “seconda accoglienza”, finiscono giocoforza nelle maglie dello sfruttamento lavorativo. Noi, la giornata di lunedì l’abbiamo fatta accanto a loro, nel loro inferno quotidiano. E con loro ci siamo e ci saremo 365 giorni all’anno.

 

 

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