Riceviamo e Pubblichiamo: In favore di nessuna accoglienza

In favore di nessuna accoglienza

La Morte di Rocco Girasole - da web

La Morte di Rocco Girasole – da web

 Non scrivo in favore degli immigrati, né per loro conto. Scrivo come persona nata e cresciuta in Basilicata, a Venosa, che da Venosa è andata via, ormai 12 anni fa, e che ora lavora nel settore dell’accoglienza a Bologna. Scrivo per un moto di rabbia, umana e politica, nel constatare la contraddizione tra ciò che il PD regionale, nella persona del presidente Marcello Pittella, dice di voler fare in favore dei migranti “rifugiati” e quelle che, invece, sono le reali condizioni di vita dei lavoratori stagionali immigrati che transitano o abitano a Venosa e dintorni. Ancora, lo voglio precisare: non scrivo a loro nome, ma al mio. Scrivo come venosino, per protestare contro le azioni e i proclami del presidente Pittella quando parla di una “cultura dell’accoglienza” in Basilicata, riferendola ai rifugiati, e poi espelle dal centro d’accoglienza di Venosa quei “migranti” che a Venosa vengono per lavorare nella raccolta del pomodoro. Emergenzialmente e stagionalmente accolti, anche se ormai è già il secondo anno, presso gli spazi della ex-cartiera, miracolosamente trasformata dalla Croce Rossa in “campo di accoglienza per cittadini migranti stagionali”. Chiusa la stagione del pomodoro, chiusa la ex-cartiera e tutti via. Scrivo perché, rispetto a tali azioni, trovo spudoratamente ipocrita la retorica politica usata dal presidente Pittella quando annuncia, su quotidiani locali e nazionali, di rendere disponibile la regione Basilicata a “raddoppiare il numero di rifugiati e richiedenti asilo”. Questa proposta, che suona così umanitaria, la trovo brutale e cinica, dichiaratamente affarista. E il fatto che Pittella dichiari, rivendicando la propria eticità politica rispetto a quella del presidente della regione Lombardia, che “sul tema dell’accoglienza non si può giocare sulla pelle delle persone, nel maldestro tentativo di alimentare odi e divisioni, per recuperare magari consenso politico” lo rende politicamente ancor più inaccettabile.

La politica è consenso, e in Basilicata è un consenso che si è storicamente costruito sul clientelismo, che ora ha mutato forma e dimensioni, ma non sostanza: allocazione e distribuzione clientelare di risorse e posti di lavoro sulla pelle dei migranti, appunto. Ma di quali migranti si parla? È la realtà a smentire e denunciare inappellabilmente come false le parole del presidente Pittella. La realtà messa sotto gli occhi televisivi anche solo attraverso le immagini del programma Striscia la notizia, dove quei “cittadini migranti stagionali”, accolti negli spazi della ex-cartiera gestiti dalla Croce Rossa, vengono di lì espulsi perché non più funzionali alle esigenze che il territorio richiede loro di assolvere: essere cioè braccia, forza-lavoro per poco più di un mese. Eppure molti di quei “migranti stagionali” sono anche rifugiati e/o richiedenti asilo politico, sono proprio coloro che Pittella si fa vanto e fregio di voler accogliere in abbondanza. E allora cosa fa la differenza tra gli uni e gli altri migranti? Perché gli uni accolti e gli altri espulsi?

 

La parola integrazione diventa così un velo umanitario, usato dai politici di turno, tra cui il presidente Pittella, per giustificare concentrazione e accumulazione di fondi economici, quelli che i vari progetti d’accoglienza nazionali ed europei prevedono essere destinati ai rifugiati. Il discrimine tra i due tipi di migranti sta nell’essere letteralmente portatori o meno di capitale economico, cioè politico.

Vedere però imposta questa politica differenziale sul proprio territorio, esattamente alle pendici della città in cui si è nati e cresciuti, fa male e genera un moto di rivolta, un sentimento di non volersi sentire usati da chi, con la pelle delle persone, a partire da quella dei propri compaesani, mira a fabbricarsi presenti e future poltrone politiche.

L’indignazione, che è umana e politica, non è solo reazione nei confronti di retoriche e provvedimenti adottati verso gli immigrati, ma ancor prima verso una terra sentita come propria, che si è imparato a vivere ed amare nuovamente proprio assieme a quegli stessi immigrati che ora si espelle. E farebbe sorridere, ad avere sufficiente ironia, la farsa del PD locale di presiedere all’apposizione della targa in memoria del bracciante venosino Rocco Girasole, ucciso dalla polizia scelbista durante uno sciopero nel ’56. Farebbe sorridere se ora quelle lotte bracciantili, di cui si vuol tracciare un improbabile continuum istituzionale con le recenti leggi contro il caporalato, non avessero volti e corpi di braccianti immigrati che protestano e rivendicano, di fronte l’ingresso della ex-cartiera, non già un’accoglienza, ma delle condizioni abitative degne del lavoro che ogni giorno affrontano sulle terre della Basilicata, come lo facevano esattamente i nostri nonni.

Ma, evidentemente, questi immigrati, tra cui lo ricordo molti sono i rifugiati, non portano entrate dirette, economiche e politiche, al presidente della regione, o almeno non quanto le portino i rifugiati delle nuove emergenze attorno a cui Pittella dichiara ci siano “opportunità di investimenti di grossi imprenditori di livello mondiale, sui servizi essenziali e su un’avanzatissima capacità di accoglienza e integrazione dei migranti”. Parole vuote, o meglio, parole molto piene di senso affaristico e senza alcuno scrupolo. A che tipo di “agricoltura sociale, turismo eco-sostenibile, industria creativa e servizi innovativi” allude il presidente Pittella? E in che modo egli pensa che i rifugiati possano diventare risorsa per questi settori? Ancora una volta come nuda forza-lavoro, quasi gratis? Voglio che vengano fatti gli esempi reali e comprovati dell’“avanzatissima capacità di accoglienza” di cui la Basilicata è dotata, accoglienza di persone e non di fondi economici intendo.

Quale mercato, quale nuova filiera, quali profitti si vuole estrarre da questa nuova risorsa economica chiamata accoglienza? Perché, molto più facilmente, se l’intento politico vero e reale è quello di dare protezione, accoglienza e integrazione agli immigrati, perché tutto ciò non lo si fa già con coloro che, invece, sono stagionalmente relegati nella ex-cartiera di Venosa a gestione della Croce Rossa, quasi fossero dei terremotati da quattro anni? Come e per quale ragione dovrei accettare questa ripugnante retorica e ingiustificabile speculazione politica?

 

Da persona nata, cresciuta e vissuta in Basilicata penso che, al momento attuale, i migranti “rifugiati” abbiano lo stesso valore che ebbero un tempo i contributi economici europei sul grano, lo stesso valore che hanno avuto fino a non molto tempo fa gli incentivi nazionali sulle energie rinnovabili, con progressiva sostituzione di campi di grano con campi di pannelli solari e pale eoliche che, probabilmente, adesso verranno sostituiti da altri campi, quelli di accoglienza dell’“Emergenza Sbarchi”. Valore economico, non già per i diretti interessati, e per i loro percorsi di integrazione, che in Basilicata c’è poco da integrarsi, se non con i campi di pomodoro; ancora meno valore avranno per il territorio e per i sempre meno autoctoni che vi rimangono; valore lo avranno sicuramente per il PD e il presidente Pittella che sulla categoria dei rifugiati e la loro umanitaria accoglienza costruisce legittimazione e potere politico. Valore di scambio lo avranno, certo, per quelle poche briciole di posti di lavoro destinati ai rimanenti giovani lucani che, pur di campare, accetteranno quello che il foraggio clientelare regionale passa: un’occupazione da operatore dell’accoglienza in un paesino sperduto sulle più sperdute montagne della Basilicata o in uno dei tanti nuovi campi d’accoglienza che sorgeranno proprio di fianco a campi di pomodoro. Un esemplare “laboratorio socio-economico di integrazione” per azzerare qualsiasi aggregazione sociale col rischio, purtroppo già avvenuto, di ritrovarsi nelle mani solo suicidi.