Migranti, LasciateCIEntrare a Sassari nel CAS di Via Planagia: dis-accoglienza, MSNA e donne in promiscuità

Migranti, LasciateCIEntrare a Sassari nel CAS di Via Planagia: dis-accoglienza, MSNA e donne in promiscuità

Report redatto da Yasmine Accardo, Francesca Mazzuzi, Maria Grazia Krawzyck, Daniele Pulino

 

Una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare ha visitato in data 18 febbraio il CAS sito in Sassari, via Planagia 14, gestito da SDP Servizi Soc. Coop. Sociale a r.l.
Si tratta di un vecchio palazzo fatiscente, che nonostante il degrado ha ricevuto l’agibilità in seguito a controllo dei vigili urbani.
Al nostro arrivo fervono le pulizie in ogni piano. Nel lavoro di pulizia sono impiegati alcuni dei richiedenti asilo che indossano una divisa da inservienti. Il gestore ci dice di aver assunto alcuni richiedenti asilo, con contratto part-time a tempo determinato.
Le porte delle stanze sono mal ridotte, in legno. Nessuna possiede serrature o chiavi. Alcuni ospiti ci dicono, infatti, che non lasciano mai oggetti importanti in camera: portano tutto con loro per timore di furti. Il gestore del Centro ci conferma che, di norma, non offrono più il servizio di custodia degli effetti personali degli ospiti, a causa di problemi occorsi in precedenza.
Ci sono bagni su ogni piano: in alcuni di essi le pareti sono piene di muffe per perdita dai piani superiori che risalgono a mesi visto il colore e la consistenza. I bagni non sono dotati di porte e sono organizzati in un ambiente unico dove ci sono sia le docce sia i water, senza alcun tipo di divisione. In alcune stanze abbiamo rilevato forte odore di feci e urina proveniente dalle stesse, in una delle stanze dei minori i ragazzi ci mostrano una mattonella bucata dietro la quale passa il tubo di scarico del wc, è chiusa con palline di carta per evitare l’emissione dell’odore.
Le stanze sono sovraffollate, con una media di meno 2 m² di spazio vitale a persona, con letti singoli o a castello, prive di armadi. Benché ci siano termosifoni piatti per il riscaldamento in ogni piano, non tutti funzionano.
Il cibo e la distribuzione dei pasti sono gestiti da un catering esterno e gli ospiti lamentano la scarsa quantità di cibo loro offerto, affermando non essere sufficiente a sfamarli. Alcuni minori ci mostrano le razioni del cibo: in un bicchiere di plastica servono un po’ di latte e 5 biscotti per la colazione, “se chiediamo del tè, ci dicono che non ce n’è!”, il pasto è servito in un piccolo piatto di plastica, con due cucchiaiate il riso è finito, le verdure sono un optional, la carne (di pollo) è disponibile soltanto il sabato e la domenica.
Tutti gli ospiti si lamentano di non possedere alcun documento, fatta eccezione per una carta di residenza della struttura, che non ha alcun valore giuridico, ovviamente. Quasi tutte le persone all’interno, nonostante siano qui da oltre 6 mesi non hanno ancora formalizzato la richiesta d’asilo. Sono quindi privati di qualsiasi diritto e sono preoccupati anche quando escono dal centro: “se ci fermano, cosa diciamo?”
Nessuno sta preparando o ha mai preparato l’intervista in Commissione, che rappresenta una delle basi fondamentali nel percorso d’accoglienza, necessario a produrre, eventualmente, tutta la documentazione necessaria a dimostrare la veridicità della propria storia personale.
Nessuno di loro è informato rispetto all’accesso al sistema sanitario pubblico. Tutti infatti si recano all’ambulatorio Emergency o dal medico che è presente in struttura due volte a settimana e che si occupa di seguire i singoli casi.
“Avete carta sanitaria?”. “Non abbiamo niente”. Ci hanno detto che avremo tutto dopo la Commissione.
Secondo quanto ci racconta il gestore del centro, tutte le pratiche amministrative relative all’emissione di carta d’identità e tessera sanitaria nazionale sono rimandate a dopo la Commissione. “Bisogna essere sicuri di inserire i dati corretti” – dice il responsabile del centro. La normativa, però, non trova riscontro in quanto dichiara: la residenza infatti rappresenta un diritto di ogni persona (Art.16 Cost.) ed il richiedente asilo deve riceverla, a partire dai tre mesi di permanenza nel centro (art. 6, co. 7, testo unico delle leggi sull’immigrazione, emanato con d. lgs.n. 286/1998). In caso di errori nel nome, la carta d’identità può essere facilmente modificata, presentando il permesso di soggiorno definitivo, con i dati corretti in sede di Commissione Territoriale.
Riguardo invece l’assistenza sanitaria, gli ospiti del centro hanno codice STP, ma non sono a conoscenza del suo significato, non avendo mai usufruito del servizio e non avendo mai avuto accesso agli ambulatori STP di medicina generale per l’assistenza sanitaria di base. Una della basi dell’accoglienza dovrebbe essere la costruzione di percorsi di autonomia, che comprendono anche la conoscenza del sistema sanitario nazionale e l’accesso alle cure.
“Il pavimento oscilla” – continua K. – ”questo è un palazzo vecchio. Sarà sicuro?”
Mentre continuiamo a parlare con alcuni ospiti, gli stessi ci dicono che sono presenti minori all’interno, di varia nazionalità. Si tratta di circa trenta minori, presenti nel centro da oltre 5 mesi. Tutti al momento senza Tutori. Il sistema d’accoglienza prevede percorsi diversificati per minori ed adulti. In Sardegna sono pochissimi i centri in cui non vi sia promiscuità. Una prassi tollerata e accettata come se fosse cosa normale. Siamo di fronte ad una violazione costante e colpevole in tutta la Sardegna rispetto ai diritti dei minori, che necessitano di essere accolti in luoghi sicuri e protetti, come da Art. 2, 3, 29, 30, 31, 37 della Costituzione; Convenzione ONU sui diritti del fanciullo 1989; Direttiva 2003/9/CE del Consiglio dell’Unione europea del 27 gennaio 2003;Art. 403 del Codice Civile; T.U 286/89 e rego. Att. D.P.R. 394/99; D.P.C.M. 535/99; Art. 10 l.n. 184/83 nonché art.42 della Legge 218/1995 che tutela dall’adozione di provvedimenti che possono essere gravemente lesivi di tali diritti.
“Avete mediatori?” M. risponde “c’è chi parla inglese e francese, ma sono italiani. Non ci sono mediatori del nostro paese”. M. mi guarda un po’ perplesso, come se la parola mediatore non avesse un significato definito. “Vi sono stati conflitti tra comunità diverse? Come li risolvete?”. La mediazione all’interno del sistema d’accoglienza non è un optional, ma è previsto dai bandi e rappresenta una necessità, per molti mediazione equivale a traduzione ed il servizio viene affidato spesso solo a chi conosce un po’ di inglese o francese, appunto, senza che abbia alcuna conoscenza delle culture e tradizioni di provenienza dei richiedenti asilo. Se poi tra essi vi è chi parla altre lingue e non inglese o francese, questo sarà destinato all’isolamento e all’impossibilità di far comprendere le proprie esigenze oltre che il luogo in cui si trova.
Mentre continuiamo il giro nelle stanze, osserviamo le pareti con i fili scoperti e continuiamo a confermare l’assenza di possibilità di chiudere le porte.
Il gestore nel frattempo, racconta sulle attività di inclusione/integrazione degli ospiti del centro con la popolazione locale, attraverso attività sportive, di pubblica utilità e lavorative, insieme ad altre associazioni e istituzioni locali.
Arriviamo al primo piano dove vi sono di fronte a una stanza di uomini, tre ragazze nigeriane di 17 anni. La porta è aperta. Anche qui non vi sono chiavi. B. ci fa entrare, stanno dormendo, ma B. è palesemente stordita da qualcos’altro, notiamo una lattina di Malto, una delle bevande energizzanti che vengono utilizzate per stordirsi, per dimenticare. B. risponde con calma e alla domanda, “Vorresti andar via da questo centro?”, ci risponde “Sì” – un po’ incredula.
Le chiediamo delle docce: “È un teatro, tutti possono guardare. Anche quando vado alla toilette”.Questa, infatti, si trova di fronte, in mezzo a camere sempre con altri uomini adulti. Così tutti possono guardare. Una violenza costante, inaccettabile.
Dietro un lenzuolo, che funge da tenda, si affaccia B. che intanto ascolta musica e cerca di riposare. Sono entrambe molto provate. Parlano poco.
“Riuscite a chiudere la porta?”. “No, ma qui entra solo chi bussa”. Peccato che dopo pochi minuti entra spalancando la porta uno degli ospiti.
Dopo tutti gli abusi subiti durante il percorso per arrivare in Italia, anche qui. Non è cambiato nulla. La terra dei diritti offre miraggi: diritti, tutela, possibilità di ricostruirsi una vita. È una farsa. Grazie al nostro sistema di accoglienza stiamo riuscendo a perpetrare violenze e abusi. Rappresentiamo un prolungamento delle sofferenze vissute in Libia. Una reiterazione.
Donne e minori si ritrovano a riaffrontare le stesse minacce, la stessa paura con un’aggravante: la disillusione.
B. ci guarda con gli occhi assenti, ci guarda da dietro la curva del dolore. Muta.
Usciamo da questo centro storditi, arrabbiati. Abbiamo inviato tutte le richieste del caso e chiesto i trasferimenti urgenti agli organi competenti per i minori (in una Regione dove nemmeno c’è un Garante per i Diritti dei minori), per le donne. Il giorno 22/02/2017, grazie al nostro intervento, le tre ragazze minorenni sono state trasferite in un altro centro ad hoc per minori non accompagnati.
Andremo avanti a oltranza. Fino al prossimo caso. Correndo dietro alla catastrofe di questo sistema di dis-accoglienza, una situazione al di fuori di ogni controllo, costruita per generare vittime e sfruttamento e rabbia.
Per quanto tempo ancora la faranno franca le nostre istituzioni colpevoli e del tutto incapaci di dare spazio a un’accoglienza diffusa affidata agli enti locali e non a organi di “sicurezza” come le Prefetture, che non hanno alcuna “visione” sulle dinamiche di inclusione?​
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