La Polonia Membro dei Paesi Visegrad (1991)

Gervasio Ungolo OMB 3 febb. 2019

Foto Arch. OMB – Varsavia 31 genn. 2019 – Mercatino – “Da Germania”

Il Partito Legge e Giustizia, oggi al governo in Polonia, “sovranista” non fa ammenda di quando ad emigrare erano i polacchi al tempo di Solidarnosc e Papa Woytila. 

La Polonia di oggi, sorta durante la rivoluzione democratica dovuta all’implosione del blocco sovietico appena dopo la caduta del muro (1989) ha dovuto recuperare in fretta per mettersi al pari dei Paesi dell’Europa Unita mantenendo al suo interno un sistema monetario nazionale chiuso. La moneta locale non è stata sostituita con l’Euro

Oggi la sua capitale Varsavia non ha nulla da invidiare alle altre capitali europee che hanno prosperato nella parte occidentale del Vecchio Continente. 

La Polonia, come l’Italia, è nell’Unione Europea (dal 2004) un Paese di confine nella cui regione si gioca l’ultima partita tra quello che rimane della ex Unione Sovietica e la Russia di Putin, questa senza più colore ideologico e piena di contraddizioni in cui i conflitti si riscaldano quando di mezzo ci sono i temi che riguardano la gestione delle risorse naturali e temi religiosi. 

Questi confini orientali europei sono interessati dai flussi migratori attivi con le popolazioni armene, bielorussi, georgiani, moldavi, russi e ucraini, eppure la cattolicissima Polonia non sembra preoccuparsene e va diritta per la sua strada di chiusura rispetto alla possibilità di accogliere e di concordare politiche di ricollocazione dei richiedenti asilo provenienti dallo spazio Schengen. 

Anche se ha una lunga tradizione di apertura verso alcune popolazioni oltreoceano di cui i filippini e i vietnamiti, questa retaggio di vecchie amicizie, quando la materia dell’asilo e della protezione internazionale era motivata da altre ragioni. 

Con la caduta del Muro di Berlino e la necessità di dover risollevare una economia che da socialista diventa liberista, con l’apertura delle frontiere, favorita anche dalla chiesa di Woytila, molti cittadini polacchi si riversano nell’allora Comunità Europea.

Questi popoli diventano negli anni ottanta i nuovi “untori” degli Stati Nazione europei e in Italia in particolare anche gli inventori del lavoro di “lavavetro” alla fermata dei semafori. 

Si spostano nello spazio della Comunità Europea a 16 con visti turistici, non potendo entrare come lavoratori, ma molti in questi mesi di permanenza si adoperano per lavorare. Arrivano in autobus, con pulmini e camper e si accampano anche loro come possono in quelli che solo dopo chiameremo “ghetti”.

Gli stessi Sovranisti italiani dell’epoca, ascrivibili nello schieramento politico attuale urlavano e si dimenavano affinché si chiudessero le frontiere per fermare l’orda dell’Europa Orientale e slava… poi è toccato ai Ru(o)meni….

Dopo un trentennio quell’area politica conservatrice vicino alla destra e al movimento leghista ansima per poter entrare nel club dei “cattivi” quelli del Visegrad Group. 

Ma alla fine conviene far parte del “blocco nero”?

Queste popolazioni di immigrati provenienti dall’est, in Italia fanno da apripista al circo dello sfruttamento che interessa le campagne, e soprattutto nel sud Italia li troviamo vittime del caporalato.

Siamo a cavallo tra gli anni ottanta e tutti gli anni novanta, quando la popolazione bracciantile stagionale immigrata era costituita in prevalenza da popoli provenienti dalla regione del Maghreb e dall’ex Unione Sovietica di cui la Polonia e l’Ucraina erano le due nazionalità principalmente presenti. 

In questi anni l’Italia si scopre essere xenofoba e salta alla ribalta il fenomeno del caporalato nella sua eccezione moderna… per anni abbiamo inseguito fatti di cronaca efferati tanto che nel solo foggiano si contano un centinaio di morti bianche, braccianti polacchi non più ritrovati. 

L’allargamento dei confini della Comunità Europea e la sua emancipazione dai confini interni (Trattato di Schengen), l’uso impeccabile dei nuovi finanziamenti europei, la necessità a dover ricostruire in aree poco sviluppate nel senso liberista del termine, l’impulso favorevole di regole quali la Bolkestein[1] che ha favorito i lavoratori specializzati dei paesi in via di ricostruzione, l’inclusione di lavoratori extra europei a basso costo, hanno determinato un mix che ha permesso a queste economie di vedere la loro ricchezza stabilizzarsi ad un ritmo che si aggira intorno al 5 per cento del PIL e una disoccupazione al di sotto del 5 per cento.

Tutto questo ha generato e genera un flusso continuo di lavoratori interni che migrano in territori più ricchi e l’arrivo di nuovi lavoratori extracomunitari disposti a lavorare con salari, tutele e diritti più bassi al fine di sostenere la crescita.

Se questi Paesi, compresa l’Italia del periodo “pentaleghista” aspirante componente del ristretto club, fanno la voce grossa contro lo straniero in realtà promuovono sistemi economici che non tutelano i cittadini interni alle nazioni che a loro volta questi sono spinti ad abbandonare il paese nativo.


[1] La direttiva adotta il Principio del Paese di Origine, secondo il quale un prestatore di servizi che si sposta in un altro Paese europeo deve rispettare la legge del proprio paese di origine

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