A Differenza del Nord il Sud

Gervasio Ungolo — OMB 04 marzo 2019

Rispondo alle domande di alcuni giorni fa fattomi da Canio La Gala, giuslavorista, professore universitario, e soprattutto uomo della Basilicata.

Lettera a Canio La Gala….

Foto Arch. OMB – Matera 26.02.2019

   Con sorpresa, dopo anni che non ci si incontrava.. un messaggio sul cellulare mi riporta una lettera che il giuslavorista Canio La Gala scrive a Pietro Ichino: Il Sud, il Nord e il “Fare Parti Uguali fra Diseguali” datata il 14 marzo 2019.

Il tema e in auge da quando il nord ha voluto marcare le differenze territoriali con il sud a partire dai primi anni ottanta, ponendo a base di queste le differenze economiche, di sviluppo, sociali tra il nord e il sud, abbandonando di fatto così la “Questione Meridionale” che era riuscita a mantenere la tenuta tra due aree storicamente differenti.

Il tema è ritornato ed è diventato ancora più attuale dopo una serie di quarantennali provvedimenti che hanno trovato sfogo nei Referendum Consultivo per le Autonomie da parte della Regione Veneto e della Lombardia del 22 ottobre 2017 (Zaia – Maroni) così come previsto dall’Art 116 del Titolo V della Costituzione.

Dai risultati, il 60% di affluenza con la maggioranza dei votanti che si è espressa a favore, il Veneto ha presentato un Disegno di Legge con il quale ha avviato con lo Stato un percorso di Autonomia Differenziata. Lo stesso ha fatto la Regione Lombardia pur non raggiungendo il 50% dei votanti.   

Va ricordato il provvedimento dei “Sevizi Differenziati” introdotti dal governo Gentiloni secondo il quale chi partecipa alla fiscalità, differenziata per ricchezza, in modo maggiore rispetto ad uno che partecipa in modo minore ha diritto a servizi adeguati e proporzionati e quini migliori…

Non tralascio il dibattito degli anni novanta che vertevano sulla reintroduzione delle “Gabbie Salariali” (1954-1972).

Temi questi che riguardano le libertà degli uomini sui territori, parlando delle autonomie e della sua ricchezza o meglio del suo reddito se si pensa ad una contrattazione differenziata del salario che tiene conto del costo dei servizi e del costo della vita. Sostenendo così la tesi che questa differenza salariale aprirebbe a una maggiore possibilità di sviluppo di alcuni settori produttivi e di talune aree geografiche oltre che una maggiore equità.

Non a caso, riferendomi alla lettera di C. Lagala, lui cita, giustamente, i settori marginali tipici che da soli non reggerebbero il mercato se non ci si affida al lavoro precario, sia esso nero, sfruttato o grigio e che questi molto spesso sono tipici del meridione d’Italia.

Che cosa sta alla base di questa differenziata richiesta di libertà su base regionale? Una questione di opportunità per tutti che si fonda su principi sodalizzi o un maggior drenaggio di ricchezza da un’area ad un altra? Sul ragionamento che l’area produttivamente più ricca elargisce servizi più puntuali a maggiori costi e che soddisfo con maggiori paghe rispetto alle aree meno produttive? E cosa sarà l’Italia dopo che ha esaudito la richiesta in tema di autonomia differenziata? Sicuro che si avrà maggiore equità delle libertà o il divario di queste aumenterà tra i territori?

Mi scuso del parallelismo che faccio tra la differenziazione dei salari e la differenziazione delle autonomie delle materie concorrenziali, ma penso che queste apparentemente scollegate invece sono da considerarsi all’interno dello stesso tema di maggiore richiesta di giustizia sociale.

Si perché ogni regione fa una richiesta specifica riferendosi alle 20 diverse materie concorrenti, tanto che alla fine possa risultare uno spezzatino ingovernabile. Intanto anche la Regione Emilia Romagna ha avanzato la sua richiesta di autonomia così come lo ha fatto la regione Campania.

Questa differenza tra territori non trova le sue ragioni storicche di investimenti, di politiche, di opportunità mal colte? E se dai fatti dall’Unione d’Italia e poi nel dopoguerra il divario di oggi è solo un fatto collaterale di scelte politiche sbilanciate che rendono il Veneto da una regione più povera d’Italia a terra laboriosa e il meridione una terra inetta in cui la “forestazione” e le false pensioni sono state l’unica soluzione per poter riempire le pance di questi ultimi che non sono emigrati?

 E se le ragioni vere sono uno viluppo volutamente differente e concorrente tra i territori e tra le due “Italie”?

Ritorno al tema di partenza che P. Ichino pone quale necessità di “Adattabilità degli Standard Retributivi alle Differenti Condizioni Regionali di Costo della Vita, Infrastrutture e Produttività Media del Lavoro.“ (https://www.pietroichino.it/?p=52205)

La Lettera di C. La Gala apre proprio sulle differenze, nella partecipazione alla vita politica e sui contrasti che caratterizzano le due “Italie” con il quale si giustifica la possibilità di un utilizzo diverso degli strumenti per perseguire lo stesso fine di eguaglianza, giustizia e sviluppo, ma questo anche all’interno di aree diverse dello stesso nord e dello stesso sud. Per cui si critica l’ipotesi di un salario minimo per tutti i lavoratori, un Reddito di Cittadinanza uguale tra il nord e il sud o ancora gli interventi volti alla risoluzione del problema del caporalato, ricordandone il limite che hanno questi strumenti nella presunzione di poterli applicare in modo indiscriminato a territori socio culturali ed economici molto distanti tra di loro.

Si portano ad esempi le attività per il quale non è possibile affrontare i temi del lavoro allo stesso modo e porre sullo stesso piano attività che operano nel mercato rispetto ad altre marginali, molto spesso tipiche dello sviluppo economico del sud, pena la distruzione di queste o la loro completa immersione nel nero. Si fa riferimento, calzante, dell’esperienza di accoglienza del nord che richiede forti finanziamenti rispetto a quella del sud e nello specifico si cita il caso Riace.

C. Lagala ha posto in questa sua lettera, con lucidità e grande conoscenza del mondo del lavoro e della sua vitalità, i temi che questo mondo si porta dietro da molti decenni e per il quale personalmente non ho quel bagaglio culturale e professionale che mi permettono di esprimere giudizi o fare ammenda.

Però possiamo porci delle domande rispetto ad un diritto uguale per tutti della quale uno stato si deve dotare per mantenere una sua “unità” e alla possibilità che l’esecutivo debba avere per mettere in moto uno sviluppo economico e sociale comune ponendo al centro la sussidiarietà e la solidarietà tra i territori più che valorizzare le differenze.

Anche su questo differente trattamento salariale gli addetti ai lavori spesso fanno riferimento alle politiche adottate dalla Germania appena dopo la caduta del muro per omogenizzare le due germanie in cui la politica ha optato per una differenziazione dei salari. Questa disparità di trattamento economico ha determinato sostanzialmente un risparmio nella ricostruzione e tempi tecnici più veloci. Terminata questa prima fase, e considerato la dinamicità del mercato del lavoro interno alla Germania, le leggi che mitigano la predominanza di una parte sull’altra nella contrattazione mercantile del lavoro (vedi reddito di sotegno ai lavoratori che perdono il lavoro), questa fase puramente transitoria di questa disparità salariale, oggi a ricostruzione ultimata è quasi inesistente. Cosa non vera se consideriamo i lavoratori che vengono da fuori sia dai Paesi europei che non (vedi caso della raccolta delle fragole da parte dei lavoratori polacchi).

È non sono le vicende storiche che hanno determinato nuovi squilibri con trasferimenti di ricchezze da uno all’altro territorio? Posso fare riferimento al petrolio in Basilicata in cui milioni di euro al giorno sono sottratti e il poco che ritorna come royalti sono oltre che mal spesi anche generatori di corruzione politica e alterazione di settori pubblici primari quali quello della sanità regionale?   E la Questione Meridionale non è comparsa solo in seguito alle vicende che hanno voluto l’Italia Unita? Infatti prima non c’era una Questione Veneta o delle Langhe in cui la miseria probabilmente in questi territori era maggiore di quella del Regno delle Due Sicilie?

Raccolgo così queste mie perplessità senza voler tralasciare il tema dalla quale siamo partiti e provare, non volendo esaurire qui la discussione e senza voler patteggiare per l’una o l’altra tesi, forse anche per mancanza di coraggio, cosa che invece il nuovo riequilibrio delle libertà e dello sviluppo richiede.

Di certo non ritengo che “differenziare” le libertà e i salari, anche rispetto alle analisi dei differenziati costi della vita che esprimo territori diversi, possano dare più eguaglianza e più giustizia soprattutto quando lo sviluppo di talune aree è percepita o fatta a discapito di altre. E questo non lo dico per “piagneria” tipica meridionale

Né tanto meno penso si possa fare una stima pregnante rispetto al vero costo della vita o al costo reale che le imprese sostengono o alle problematiche che taluni territori incorrono.

I pochi indici (questi andrebbero meglio evidenziati e ricercati anche ai fini di questa discussione) portati a sostegno di questa tesi tengono conto sì dell’economia reale ma a mio avviso sono limitati in quanto non guardano le “difficolta” che sono fuori da questo calcolo e il valore monetario di queste.

Se è vero che paghiamo tutti il costo dell’energia elettrica in modo uguale è vero anche che il premio dell’assicurazione di un mezzo è differente con costi maggiori per le aree in cui è alta l’incidenza del sinistro. Come verrebbe valutato la mancanza o il mal funzionamento di un servizio alle reti produttive? Quanto è il costo di una mancata realizzazione di un’area industriale, portando ad esempio quella della Felandina di Bernalda, finanziata per oltre 80 milioni di Euro che deve impiegare oltre 600 lavoratori e che non viene realizzata perché si sono appropriati in modo indebito di parte del finanziamento? Oggi l’area è ancora sotto sequestro dopo un decennio. Il calcolo lo si fa solo sul danno erariale stimato per 14 milioni di euro o sul fatto che la perdita del finanziamento e la perdita dei posti di lavoro ha un valore di molto superiore al finanziamento stesso?

Se a questo aggiungiamo, e non possiamo non farlo, i costi della corruzione, della criminalità, dei furti più o meno legali (vedi vicenda del petrolio), non credo che quel gap maggiore che pagano le aree più ricche e che determina un costo della vita più alto non si assottigli rispetto alle aree marginali e poi magari scopriamo che poi questo costo è maggiore nelle aree meno sviluppate.

E chiaro che gli aspetti che prendo in considerazione necessitano ancora di essere sviscerati e non sono esaustivi. Per cui mi si potrebbe criticare la mancata visione di un altro aspetto importante che è dato dalla possibilità che possono avere le aree marginali ad attrarre investimenti nel caso di salari più contenuti così come dare la possibilità di reggere alcuni settori rispetto al mercato. Ma preferisco fermarmi e non appesantire ulteriormente questo mio scritto su temi che sono attuali e che riguarda anche la questione migrazione a me tanto cara.

Termino, ma lancio la sfida a voler continuare la discussione, ricordando che il tema dei braccianti migranti che trovano nelle basse paghe la loro punica possibilità concorrenziali di lavoro non credo porti benefici.