Al via la campagna di raccolta del pomodoro in Basilicata

Intervista a Gervasio Ungolo, dell’Osservatorio Migranti Basilicata

Pubblichiamo l’Intervista uscita su Agrifoglio Basilicata curata da Giovanni Martemucci del 20 luglio 2020 (http://www.alsia.it/opencms/opencms/agrifoglio/agrifoglio_online/dettaglio/articolo/Al-via-la-campagna-di-raccolta-del-pomodoro-in-Basilicata/ )

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Foto Arch. OMB – Gervasio Ungolo – luglio 2020 – Montemilone
Data:20 lug 2020

A pochi giorni dall’avvio della campagna della raccolta del pomodoro in Basilicata, abbiamo intervistato Gervasio Ungolo dell’Osservatorio Migranti di Basilicata (OMB) con il quale abbiamo fatto il punto della situazione su quello che accade nella nostra regione.

Come si struttura l’attività dell’Osservatorio Migranti Basilicata?

L’OMB nasce nel 1998 tra il Vulture e l’Alto Bradano, nel territorio rurale in cui è forte la monocoltura del pomodoro da industria. Nasce inizialmente quale strumento di denuncia, per far conoscere le condizioni di vita dei braccianti che in quegli anni hanno sostituito la mano d’opera locale. Con la strutturazione dell’immigrazione in Italia, la persistenza dei ghetti rurali, le politiche restrittive dei diversi governi che si sono avvicendati, la perdita dei diritti personali e l’insorgenza dei nuovi, il lavoro svolto dall’OMB si è andato negli anni strutturando e ha spaziato nei diversi ambiti che toccano il tema dei migranti. Collabora con diverse associazioni e enti pubblici, università italiane e non, partecipa alla pubblicazione di articoli e libri, offre servizi gratuiti e sportello legale ai migranti.

La campagna del Pomodoro 2020. È tutto pronto? Il punto della situazione.

L’anomalia che investe le raccolte dei prodotti agricoli ha raggiunto livelli paradossali. Mentre le nuove varietà, dei pomodori e non solo, hanno raggiunto livelli impressionanti nella determinazione del loro ciclo vitale, di cui la certezza della maturazione dei frutti in un dato momento e assieme ad essa anche l’organizzazione dell’intera filiera di cui la raccolta e la trasformazione permettono una organizzazione della logistica impeccabile, l’organizzazione della mano d’opera invece sconta ritardi impressionanti. La prima domanda che dobbiamo porci, prima di rispondere se è “tutto pronto”, dopo un lungo quarantennio, è se questo stato di cose è voluto, determinato, o è solo il risultato di politiche che non hanno raggiunto il nocciolo del problema. Chiederci se è questo stato di cose che si vuole mantenere o è semplicemente la risultante di una mancanza di capacità a risolvere la questione. Dobbiamo, allora, anche chiederci se in effetti in questi 40 anni, si sono instaurati nuovi rapporti che stravolgono il diritto conosciuto e scritto a favore di uno nuovo, o meglio un non-diritto, che fuorvia dalla concezione di quello conosciuto a partire dalla grande rivoluzione francese e del periodo illuminista di cui siamo figli.

Volendo rispondere alla domanda postami mi viene naturale dire che è tutto pronto. Sapendo che da questo “tutto pronto” non mi aspetterei nulla. Sono pronte le case per ospitare i braccianti? Sono pronti i servizi per i braccianti? Sono pronte le tratte agricole che permettono i braccianti di raggiungere i campi al mattino e per far ritorno alla sera nelle dimore? Sono pronti gli uffici che in pochi mesi dovranno vagliare circa un migliaio di contratti a tempo determinato? Sono pronti i servizi che permetteranno i braccianti di mantenere la loro posizione di regolari? Mi verrebbe da rispondere “sì, è tutto pronto” perché in questi anni tutto è stato pronto per far in modo che il lavoro di raccolta non si fermasse, ma anzi si perfezionasse, e che l’organizzazione complessa delle operazioni di raccolta funzionassero in modo impeccabile. Allora cosa deve essere pronto? Si registrano in media oltre novecento lavoratori nell’area del Vulture Alto Bradano, se consideriamo solo i dati del Centro per l’Impiego di Melfi. E se consideriamo i servizi che la regione Basilicata fornisce a questi lavoratori in termini di alloggio vediamo che questi raggiungono solo una piccola parte di questi lavoratori. In termini di servizi al lavoro tutto funziona con un ottimo stato informale di contrattazione affidata alla filiera del caporalato e al malaffare. Per cui capire se tutto è pronto per accogliere questi lavoratori stagionali in termini umani o del diritto costituzionale non credo. L’avvicendarsi delle riunioni in prefettura al tavolo di crisi ci racconta come anche quest’anno si lavora per porre qualche toppa, ma siamo lontani da una normale regolarità tale che dia civiltà. Non posso non citare i 12 milioni di euro stanziati per affrontare l’emergenza che vedremo impegnare nelle lande sperdute di Boreano. Ma anche qui i braccianti non sono al centro degli investimenti e delle ingenti risorse. Gli interessi sono altri.

Che difficoltà ci sono in questo momento di emergenza Covid rispetto al 2019?

L’emergenza conosciuta ad inizio inverno è scoppiata in Italia alla fine di febbraio non ha visto coinvolgere le comunità dei migranti in termini di focolai o forme epidemiche grazie all’attenzione che i braccianti hanno posto già alle prime avvisaglie. I luoghi più critici sono stati certamente i ghetti e i piccoli insediamenti rurali in cui i servizi sono precari o inesistenti. Se i provvedimenti adottati dal governo a sostegno dei lavoratori hanno interessato i braccianti immigrati stanziali e quindi in possesso di una “residenza”, per cui hanno potuto accedere ai contributi in termini di cassa integrazione, ciò non è stato possibile per i lavoratori che abitano nei tuguri sparpagliati nelle campagne o nei ripari costruiti nei ghetti. L’impossibilità a poter accedere alle liste anagrafiche non ha permesso a molti, pur in possesso di un contratto di lavoro in atto, di accedere a questi sussidi così come sono rimasti fuori dal poter ricevere il pacco di alimenti perché nelle diverse ordinanze comunali i sindaci non hanno potuto segnalare la presenza dei braccianti ai servizi sociali perché non accertabile un loro domicilio, nei casi dei provvedimenti più aperti, o alla residenza, nel caso di interpretazione della legge più restrittiva. Comunque alcuni pacchi sono arrivati, ma per pura azione di carità. Dal punto di vista sanitario le strutture di salute pubblica non hanno compiuto alcun intervento in questi presidi. 

Quali sono i numeri dei migranti impegnati nella raccolta del pomodoro?

La coltura del pomodoro per i notevoli investimenti richiesti e per le dotazioni strutturali delle aziende agricole ha una estensione rigida in termini di superficie impegnata così in termini di domanda di manodopera. Il basso prezzo che viene contratto impone alle aziende agricole per poter meglio ottimizzare in termini economici la redditività della coltura, di impegnare una superficie tale che alla fine se ne ricavi un reddito adeguato. Oggi la superficie media stimata per azienda si aggira attorno ai 10 ettari. Negli anni la produzione del pomodoro “lungo” per la produzione di pelati e cubettati ha la prevalenza rispetto alla produzione del “tondo” da industria, meno pregiato è destinato alla produzione dei concentrati. Questi sono tutti elementi che per ovvietà tecniche impongono e determinano l’uso della mano d’opera raccoglitrice a discapito della macchine. Da qui la presenza quasi costante nei numeri dei braccianti impegnati nelle diverse operazioni di piantumazione, cura e raccolta della coltura. Nei momenti di massima presenza che coincide con la raccolta si stimano circa 1500 immigrati di cui un migliaio impegnati direttamente nell’operazione di raccolta e alcune centinaia impiegati nella logistica del lavoro e del ghetto. Dal 2014, da quando si sono implementate le azioni della task fece regionale, si registrano circa 900 lavoratori contrattualizzati. 

Quali le principali difficoltà che i migranti incontrano?

Elencare le difficoltà tutte di uomini e donne costrette a vivere in condizioni indicibili è un esercizio che richiederebbe molte ore. Di certo quello che salta agli occhi è la ricerca continua di mantenere o raggiungere la regolarità. Perché questa, da sola potrebbe risolvere molti dei loro problemi. Se alcuni elementi sono anche acquistabili, al fine della regolarizzazione, ad esempio il contratto di lavoro adeguato, più difficile è raggiungere l’iscrizione alle liste anagrafiche per la quale si richiede una permanenza stabile sul territorio, una casa adeguata, un contratto di fitto. Sono anni le richieste fatte alle amministrazioni comunali per l’istituzione di una via fittizia o di un elenco anagrafico per le persone temporaneamente presenti. Ma nulla si è fatto. In alcuni comuni si e istituita via dell’Accoglienza presso la sede municipale, ma oggi questa possibilità e del tutta inattesa. 

Il Decreto sulla Regolarizzazione dei migranti a 6 mesi sta funzionando?

Più che il decreto per la regolarizzazione dei migranti io la chiamerei sanatoria per le imprese agricole che utilizzano mano d’opera irregolare. Perché non si può intitolare un decreto con la regolarizzazione un qualcosa che ti normalizza per solo sei mesi e invece sana per sempre un illecito per aver utilizzato lavoratori irregolari tenuti a nero e magari sottopagati. Ad oggi, dati del ministero, sono sessantamila le domande pervenute. Personalmente non ritengo che sia un fallimento probabilmente perché conosco il valore che ha per un invisibile, fino ad oggi privo di un qualsiasi documento, potersi fregiare di avere un tesserino plastificato in cui si indica il proprio nome e la sua provenienza, e un codice fiscale che ti permette di fare molto. Certo sono lontano le cifre prospettate all’inizio durante la preparazione del decreto così come sono risultate allarmanti le dichiarazioni fatte da alcuni sindacati di categoria agricola sulla mancanza di mano d’opera per effetto del covid. In realtà c’è da segnalare una presenza di gran lunga superiore che lavora nelle aziende agricole totalmente invisibile e quindi non censibile.

Che criticità riscontrate?

Il Decreto regolarizzazione non funziona nel suo articolato perché lega in modo stringente il tema del lavoro a quella della possibilità di regolarizzarsi. Questo ha ancora una volta ribaltato il paradigma di chi è lo sfruttato e chi sfrutta. Fa passare appunto la regolarizzazione preminente rispetto alla sanatoria, per cui si pubblicizza la legge come un qualcosa a favore dei migranti quando invece favorisce le aziende agricole. Per cui dal nostro punto di osservazione possiamo dire che ad oggi le situazioni che ci pervengono sono ascrivibili a due categorie. La prima è quella in cui il migrante lavora o ha lavorato in azienda per cui il datore di lavoro gli chiede di pagare le 500 euro e le eventuali altre ammende, ed è questa la situazione migliore. Una seconda categoria è quella di una vera e propria compravendita della regolarizzazione per il quale si chiede al migrante bracciante dai duemila alle cinquemila euro per essere regolarizzato. Superato questo i braccianti non sembrano essere molto interessati perché non ne vale la pena sborsare tutto questo per solo sei mesi per cui i richiedenti asilo o chi ha in essere un procedimento diverso di regolarizzazione continua a perseguire questo.

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