Il Piano Triennale contro il Caporalato (2020-2022) non dà certezze rispetto all’esistente.

Il Piano Triennale contro il Caporalato approvato a febbraio 2020, inizio pandemia, si pone quale strumento avanzato contro la lotta al caporalato. La sua stesura passa attraverso un lungo percorso di implementazione di strumenti finalizzati al contrasto di una pratica odiosa, che vede nel settore agricolo il perpetrarsi di azioni, le più indecenti.

Gervasio Ungolo – Osservatorio Migranti Basilicata 07/22/2021

Ghetto Mulini Matinelle – Foto Arc. OMB 2020 – Bracciante con Mascherina

Il Piano Triennale contro il Caporalato (PT) (Piano-Triennale-contrasto-a-sfruttamento-lavorativo-in-agricoltura-e-al-caporalato-2020-2022.pdf (lavoro.gov.it)) approvato nel febbraio 2020, inizio pandemia, si pone quale strumento avanzato contro la lotta al caporalato. La sua stesura passa attraverso un lungo percorso di implementazione di strumenti finalizzati al contrasto di una pratica odiosa, che vede nel settore agricolo il perpetrarsi di azioni, le più indecenti.

Molti i dispositivi messi in campo nei lunghi anni di contrasto allo sfruttamento lavorativo, al lavoro nero e al caporalato. Gli sforzi della Regione Puglia negli anni 2006 con le leggi regionali che guardavano e rendevano più forte il diritto sul lavoro, le liste di prenotazione. L’introduzione degli indici di congruità, l’istituzione della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità (2014) e non ultimo la Legge 199 del 2016 che ha ribaltato la giurisprudenza l’art. 603 del c.p. che responsabilizza anche le aziende agricole quale parte della filiera che muove i caporali.

Per cui ci si aspetta che il PT sia strumento che permette di superare tutto questo, ingloba quello che di buono è stato fatto e si concentri sui fatti che sono ostativi per la sconfitta di un cancro che rafforza le agromafie e fa del malaffare un centro di potere.

Se negli anni 80’, quando l’Italia si scopre essere luogo di immigrati e non solo Paese di emigranti, si pensava che il caporalato era la madre dello stato di sfruttamento dei lavoratori della terra e che sconfitto questo sarebbe sparito lo stato di indecenza che imperversa nelle campagne. Oggi abbiamo capito che questo è una mera espressione di degrado e che le cause del grave sfruttamento sono da ricercare in altri luoghi e l’intermediazione informale in agricoltura è solo una concausa.

Il fenomeno dello sfruttamento può essere letto quale risultato del susseguirsi di leggi in tema di ingresso, regolamentazione del mercato del lavoro, deficienza dei diritti sociali e civili, mancanza delle tutele rispetto alle condizioni di vulnerabilità dei migranti, pecunia di abitazioni per i ceti deboli, mancato contrasto al malaffare e non ultimo una filiera del cibo viziata nei processi dei mercati globalizzati della grande distribuzione.

In breve possiamo ridurre tutto questo alla mera sommatoria delle misure economiche e politiche che negli ultimi trenta anni hanno visto i mercati globalizzarsi, il lavoro precarizzarsi e i servizi primari liberalizzati.

Eppure se tre importanti dicasteri si uniscono per far fronte comune verso un tema cruciale per i diritti e per l’economia di questo Paese perché alle azioni messe in campo e alle ingenti somme economiche impiegate non si attivano azioni che sono ostative verso la cittadinanza piena, la sburocratizzazione delle pratiche di regolarizzazione, le restrizioni all’iscrizione nelle liste anagrafiche, si affronti il fabbisogno abitativo? Questo sì che aiuterebbero a ridimensionare il malaffare e le pratiche di contrattazione informale in tema di mano d’opera.

Il PT sembra mirare invece al mantenimento e potenziamento di una concezione, quella del bracciante migrante, scollegata dal corpo sociale in cui vive, aggiungendo precarietà su precarietà, ed opera dando risposte elementari e immediate proprie del sistema dell’emergenza e non quello della programmazione.

Così le prime forme spontanee di nascita delle tendopoli e dell’accoglienza in vecchi capannoni con il PT diventa strutturale, non si potenziano i servizi di base reinventandoli rispetto ai nuovi bisogni, ma si strutturano servizi di prossimità e si fa accoglienza temporanea in vecchi capannoni nelle periferie del mondo.

Se seguiamo lo sviluppo delle vicende di Palazzo San Gervasio in Basilicata, nel 1998 nasce il primo centro di accoglienza per lavoratori immigrati stagionali all’interno di una vecchia fabbrica per ospitare i 1200 braccianti stagionali. L’esperienza si chiude nel 2009 e ancora nel 2020 si accolgono i braccianti in un vecchio opificio, l’ex tabacchificio, sostanzialmente senza compiere alcun passo in avanti.

Si è passati, così, a fronte di una spesa di 8 euro a posto “sacco a pelo” e tenda, come era l’accoglienza di questi lavoratori al Centro di Accoglienza prima della nascita della Task Force regionale (2014) a una spesa stimata di 4.000 euro a posto “branda”.  Una spesa notevolmente cresciuta e solo stimata in quanto non si è in grado di accedere agli atti per una determinazione puntuale.

Una accoglienza che non nasconde una politica di restrizione grave delle libertà individuali che in questi luoghi sono ridotte al limite.

Non diversamente da quanto succede a Palazzo San Gervasio sono le esperienze in tema di accoglienza e il loro sviluppo in altre parti d’Italia, tutte partite dal basso e poi rese “legali” dalla loro regionalizzazione e parlo della Masseria Boncuri di Nardò, quelle di San Ferdinando e quelle siciliane o ancora quelle di Saluzzo in cui i nuovi luoghi di ospitalità sono contigui quando non si sovrappongono ai vecchi tuguri.

In questi stabili o tendopoli regionali non si fa altro che discriminare e dividere i regolari dagli irregolari, gli immigrati dall’autoctono, lavoratori di aziende appartenente ad uno o l’altro sindacato padronale. Si tengono fuori dai cancelli la maggioranza dei lavoratori che così sono ulteriormente discriminati e facilmente criminalizzati.

In tutto questo rinnovarsi non si è riusciti neanche a mitigare quell’isolamento geografico e sociale proprio dei ghetti e degli insediamenti informali nati da esigenze particolari, anzi si sono conservate le prerogative: isolamento, chiusura delle strutture, gestioni poco confacenti. 

È tanto? E chiaro che un PT non può occuparsi di tutto questo, né tanto meno, di contro, pensare che siccome i problemi e i soggetti che entrano in gioco sono molteplici rimaniamo inermi ed abbandoniamo lo scontro contro il perdurare del malaffare, né tanto meno questo stato di afflizione può sconfiggerci prima ancora di iniziare la battaglia.

Ghetto Mulini Matinelle arch. OMB 2020 – Bidoni con Acqua a Riscaldare al Sole

Il PT, quindi, non dà risposte all’emergenza sociale di una intera categoria di lavoratori della terra, i braccianti, né tanto meno agli operatori agricoli che invece chiedono servizi, certezze nelle norme e una remunerazione giusta del proprio prodotto.

Non è certo tutto da buttare, si apprezzano il carattere di interdisciplinarietà del PT tra i diversi dicasteri del Lavoro, dell’Agricoltura e dell’Interno, così come la partecipazione sia pure non orizzontale tra i Ministeri, gli enti nazionali di controllo, le regioni e i comuni. Sembra però che tutto questo ha dei limiti nel riconoscere le competenze e soprattutto non vede coinvolti le comunità locali le quali si trovano, quando va bene, a non essere ascoltati e nella maggior parte delle volte a mero strumento di passaggio di compiti senza poter adottare misure proprie.

Alla redazione del Piano Triennale si è giunti dopo anni di discussione tra i diversi ministeri, quello del Lavoro, dell’Interno e dell’Agricoltura e le 5 regioni meridionali quali la Basilicata, la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania (inizialmente inclusa anche la regione Piemonte) che nel 2016 firmano tutti assieme il “Protocollo Sperimentale Contro il Caporalato e lo Sfruttamento Lavorativo in Agricoltura – Cura – Legalità – Uscita dal Ghetto”, dopo l’istituzione nel 2014 del “Lavoro Agricolo di Qualità”. Molti altri sono stati i protocolli firmati tra le associazioni di categoria datoriali e in rappresentanza dei lavoratori.

Il PT si snoda attraverso tre diverse fasi, una prima di “monitoraggio”, una seconda di “intervento emergenziale” su aree ristrette ed una terza di messa a “sistema” di pratiche su tutto il territorio nazionale.

Attori coinvolti:

                        Tavolo Contro il Caporalato (dic. 2018 e Presieduto Ministero del Lavoro DL n 119/2018 – ha funzione di Indirizzo, programmazione e Monitoraggio del PT)

            1) Rappresentanti dei Lavoratori                                                                                                      

            2) Rappresentanti dei Datori di Lavoro

            3) Terzo Settore

                                            è organizzato in 6 gruppi di lavoro secondo i criteri di “priorità di interventi” e di “problemi” sviluppati nella discussione alla lotta al caporalato e allo sfruttamento:

(i) Prevenzione, vigilanza e repressione del fenomeno del caporalato, coordinato dall’INL;

(ii)Filiera Produttiva agroalimentare, prezzi dei prodotti agricoli, coordinato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali;

(iii) Intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e valorizzazione del ruolo dei Centri per l’Impiego, coordinati dall’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro);

(iv) Trasporti, coordinato dalla Regione Basilicata;

(v) Alloggi e foresterie temporanee, coordinato dall’ANCI (Associazione Nazionale Comuni d’Italia);

(vi) Rete del Lavoro agricolo di Qualità, coordinato dall’INPS;

Questi gruppi di lavoro hanno tutti contribuito al PT “analizzando le criticità”, hanno “proposto le azioni di intervento” e hanno “individuato i mezzi per farne fronte”.

Interessante è il ruolo della Regione Basilicata in tema di trasporto e soprattutto quello dell’ANCI in tema di Alloggi e foresterie temporanee.

Certamente a mio avviso la Regione Basilicata darà un contributo importante in tema di trasporto visto il sistema di mobilità implementato in questa regione, ma soprattutto non nasconde il fatto che la regia di questo PT si è largamente ispirato su quanto intrapreso in questa regione in tema di sicurezza e sfruttamento sul lavoro in agricoltura, sul sistema di accoglienza e in generale sull’idea che i braccianti non sono detentori di diritti civili e sociali al pari di tutti gli altri cittadini. Se ne leggono tutte le tracce.

Sono anni che denunciamo le politiche adottate dalla vecchia giunta regionale e dalla Task Force regionale lucana, che ha saputo, nella comunicazione e nelle sue politiche securitarie, essere vincente rispetto alla separazione sociale operata tra i braccianti e gli autoctoni. Ha sapientemente criminalizzato e allontanato le tante realtà ed esperienze maturate in tema di accoglienza e servizi ai migranti. (Comunicato Stampa: Per un’accoglienza senza lucchetti – Osservatorio Migranti Basilicata).

Si capisce bene che il lavoro intrapreso dal PT e soprattutto gli interventi previsti sono solo agli albori di una materia complessa che evidentemente mostra di non conoscere ed infatti si parte dal “monitoraggio” e dalla “mappatura” dei siti informali.

Almeno avremmo voluto vedere superata la fase di monitoraggio che richiederà tempo e risorse, perché la vera emergenza è nelle risposte che tardano ad arrivare.

Ghetto Montemilone – Arch. OMB 2020

In tema di sfruttamento e lotta al lavoro nero e al caporalato, da parte di chi se ne occupa, spesso notiamo, nel dibattito e ai tavoli di discussione, l’introduzione di elementi fuorvianti o meglio inconcludenti o irrisolvibili quale atteggiamento che sembra voler prendere tempo, allontanare la decisione o l’efficacia del provvedimento pur mantenendo in essere tutte le tensioni emotive e politiche attorno al quale si stanziano poi le risorse. Ci si muove su un filo sottilissimo che passa dalla riconoscenza dello stato di indecenza e di sottomissione dei soggetti vulnerabili a quello di dover apparire non troppo clementi verso soggetti alla quale non si riconosce la piena cittadinanza. Si ondivaga tra la necessità a dover prendere provvedimenti e la cautela che questi possono essere visti come gratuite concessioni.

Si veda le azioni intraprese in tema di alloggio dalla Regione Basilicata a partire dal 2014 e non ultimo il bando di luglio 2020. Il tema dell’alloggio è insieme a quello dell’iscrizione anagrafica un tema particolare perché affrontarlo significa, per gli enti locali che sono tenutari della materia, mostrarsi nudi rispetto all’opinione pubblica, anche a quella meno xenofoba. Tutto questo non nasconde la riottosità delle amministrazioni regionali e locali ed una certa riluttanza al riconoscimento di una abitazione e di una residenza: “perché in fondo io non sono razzista, ma?”.

Voglio ricordare come il Tavolo Contro il Caporalato nasce da quel “Protocollo di Cura, Legalità e Uscita dal Ghetto” che ha escluso di fatto realtà che lavorano sui territori, strategicamente allontanati, ostracizzati volutamente, quando queste ne hanno fatto richiesta a farne parte. Per cui la rappresentanza si è ridotta così alle grandi major, spesso abituate a glissare il dibattito territoriale mantenendosi su quello dei principi generali (vedi articolo: Lotta al caporalato, Basilicata firmerà protocollo nazionale a Roma – Osservatorio Migranti Basilicata).

            L’”Azione di Sistema” è Strutturata su 4 Assi:

(i) Prevenzione

(ii) Vigilanza e Contrasto al Fenomeno

(iii) Protezione e Assistenza alle Vittime

(iv) loro Reintegrazione

che prevedono per questi quattro assi 10 azioni. Sette di queste azioni riguardano l’Asse Prevenzione.

Se gli Assi di Priorità sono intenti generici e ampi, le azioni “prioritarie” li superano per inconsistenza e scarsa indicazione rispetto agli strumenti da mettere in atto o a strutture da costruire.

Il PT fa una bella disanima sul quadro del lavoro in agricoltura, conosce e spiega il fenomeno del sistema caporalato ma soprattutto individua bene, grazie all’OIL (Organizzazione Internazionale sul Lavoro) i tre ambiti in cui lo sfruttamento lavorativo e il degrado sociale nasce e si sviluppa, e cioè:

– Intermediazione lavorativa

– Condizioni di Lavoro

– Condizioni di vita.

Ma di questo non sembra si tenga conto. Quelle elencate sopra sono gli effetti e non le cause che li generano. E se è vero che bisogna agire sulle cause, almeno per tamponare le conseguenze ancor più grave che ne potrebbero derivare, non possiamo o addirittura evitare di affrontarle. Si può pensare di delimitare il fenomeno del caporalato se non ci si opera alla nascita di un luogo preposto all’intermediazione tra la domanda e l’offerta delle braccia? Si possono cambiare le condizioni lavorative se una parte è resa vulnerabili e il mercato del lavoro bracciantile sprofonda sempre più a forme ultra precarizzate e scivola verso una sua “asilinizzazione”?

Non si possono cambiare le condizioni di vita se il dibattito politico, e le conseguenze che ne derivano da esso, verte ancora se i lavoratori immigrati possono o meno accedere alle misure di tutela sociale o al compimento pieno della cittadinanza. Non si può confidare nella realizzazione di una “sanatoria” (vedi Bellanova) che vincola ancor più il lavoratore al datore di lavoro.

Se il PT guarda quello che il sistema ha generato e funge da “cura” per i sintomi non sembra che abbia la voglia di eradicare la malattia che così viene solo nascosta e edulcorata agli occhi dei benpensanti.

Non si può essere parte della malattia e allo stesso tempo dottori. Così vediamo che il PT non tiene conto ed è slegato dalla normativa che regola i permessi di soggiorno, l’asilo e la protezione internazionale, i decreti flussi, l’iscrizione alle liste anagrafiche nei comuni soggiornanti, l’alternanza di governi che fanno i disfano il quadro giuridico con grave danno verso i soggetti vulnerabili e sfruttati, l’incertezza nell’accordare i diritti civili e sociali assodati e duraturi, …

Ghetto Mulini Matinelle – Arch OMB 2020 – Segni sul Muro

Proviamo ad entrare in merito ai singoli temi/problemi così come sono stati individuati dal PT e dai tavoli che ne sono scaturiti:

problema (i)Attività di Vigilanza e Ispezione – si può ovviare solo aumentando gli operatori di controllo e migliorare gli strumenti investigativi. Questa attività ha una azione deterrente per le attività del malaffare che ruotano attorno ai lavoratori migranti.

Le agromafie, al contrario, gestiscono interi territori e segmenti importanti sia nelle produzioni al campo che pezzi dell’intera filiera. Però sarebbe un errore pensare che l’intero settore è coinvolto in operazioni illecite.

Il piagnisteo dei bassi prezzi non può giustificare quanto avviene nelle nostre campagne così come non ci sono prodotti “etici” e cioè prodotti che possono fregiarsi il marchio di legalità perché questo è un marchio della quasi totalità delle aziende.

Se questo è, allora gli agricoltori dovrebbe intraprendere azioni che guardano altrove più che prendersela con i propri subordinati.

Problema (ii) – Qualità della Filiera Produttiva – qualcuno si illude che è possibile incidere su questo fattore senza entrare in merito alla rete degli accordi tra Stati e tra agenzie mondiali extranazionali? Vogliamo solo parlare di pomodoro e quanti accordi, nazionali e internazionali, regolano il suo mercato? Dell’etichettatura dei prodotti agricoli? Della Grande Distribuzione che si muove su scala planetaria? Ci sono voluti anni per ottenere lo stop delle aste a doppio ribasso, operate dalla Grande Distribuzione Organizzata, vogliamo parlare del sottocosto? Vogliamo vedere cosa si nasconde sotto il marchio Private Label in cui il distributore fa concorrenza al produttore? Certo possiamo incidere sulla produttività spingendo sui processi tecnologici rosicchiando così pezzi di valore aggiunto probabilmente inadeguati a compensare il produttore.

Possiamo chiedere un aumento del prezzo del prodotto ma poi questa maggiore entrata siamo sicuri che andrebbe a favore del lavoratore? Invece che guardare alla filiera produttiva, che comunque necessita di restyling, perché non si guarda all’implementazione dei servizi connessi al mercato del lavoro i quali costi oggi sono tutti a carico del bracciante e che sono imputabili pari pari a quelli che prende il caporale per la transazione, per il trasporto, per la logistica, il vettovagliamento, fino alla disponibilità di un posto letto lercio in un ghetto?

Eppure l’agricoltura ha altri modi e altre risorse per lo sviluppo e il miglioramento delle produzioni. Perché non guardare alla professionalizzazione del lavoratore con corsi formativi, in buona sostanza spendersi a favore del lavoro e non dell’impresa?

Problema (iii)Intermediazione e i Servizi per il Lavoro – certo questo è il cardine per far sì che il sistema caporalato arretri o cessi del tutto, ma in questi anni nessuno si è mai preso l’onere di dare l’incarico ai Centri per l’Impiego di assolvere alla funzione dei vecchi Centri di Collocamento e cioè quella di porli al centro dell’intermediazione nel mercato del lavoro con funzione di obbligatorietà che pur avevano debellato il vecchio sistema del caporalato.

In molti non credono che rimettere in mano pubblica il mercato del lavoro questo migliori o debelli la contrattazione informale. Sono in tanti a pensare ad agenzie interinali agricole piuttosto che a Uffici di Collocamento veri e propri. Certo è che in qualunque direzione si voglia procedere qualunque decisione è ben fatta al fine di sottrarre questi lavoratori oggi nelle mani di gente senza scrupoli, che fa di questa attività una delle tante che prevaricano la persona umana, la rendono schiava e la inducono allo sfruttamento.

Problema (iv) – Potenziamento della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità –  Questo punto merita una discussione a parte in quanto bisogna prenderci del tempo per riportare al giusto livello la discussione l’uso di uno strumento sul quale le aspettative sono molte ma che probabilmente serve a poco ai fini della lotta allo sfruttamento e che piuttosto sembra essere uno strumento di distrazione.

Che cosa è la Rete del Lavoro Agricolo di Qualità? Si legge dal sito dell’INPS: “La Rete del Lavoro Agricolo di Qualità è stata istituita presso l’INPS al fine di selezionare imprese agricole e altri soggetti indicati dalla normativa vigente che, su presentazione di apposita istanza, si distinguono per il rispetto delle norme in materia di lavoro, legislazione sociale, imposte sui redditi e sul valore aggiunto.”

Si legge nel PT: ”La Rete del Lavoro Agricolo di Qualità e le sue Sezioni Territoriali svolgono un ruolo chiave nell’attivazione di misure di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo e di interventi mirati alla protezione, assistenza e reinserimento socio-lavorativo.” Però il PT non ci dice come questo strumento dovrebbe assolvere a tutto questo. Quali i mezzi e quale le competenze.

L’INPS ospita la Cabina di Regia (La Rete del lavoro agricolo di qualità (inps.it)) della rete e attraverso il suo sito le aziende agricole e non che hanno determinati requisiti possono accedere dopo averne fatta domanda. Dallo stesso sito si possono visualizzare le aziende che ne fanno parte.

La rete del Lavoro Agricolo di Qualità nasce con la Legge 116/2014 (art_6_DL_91_2014_novellato.pdf (inps.it) ) subisce cambiamenti con la Legge 199/2016 che all’art 8 include i criteri per entrare nella rete oltre a dare possibilità ad altri soggetti a poter entrare oltre le aziende agricole e l’art 9 che invece affida al Ministero del Lavoro e dell’Agricoltura, al ministero del Lavoro e a quello degli Interni la predisposizione di un Piano di Interventi per non specifiche attività per gli stagionali. Mai pervenuto.

Né la prima né la seconda legge interviene sulle risorse all’INPS per la Cabina di Regia.

Nulla ci perviene dalle Sezioni Territoriali.

Ghetto Montemilone – Arch. OMB 2020 – Ruderi con Panni Appesi

Nulla si dice sui benefici che avranno gli agricoltori e le loro aziende iscritte alla rete, è di questo solo un lontano chiacchiericcio. Intanto si costruiscono liste di aziende virtuose in tema di lavoro, sicurezza e tasse con una semplice autodichiarazione. È sufficiente questa dichiarazione per uscire dalla zona d’ombra che gravita su tutto il settore primario? Se in tema di salari, sicurezza e tasse queste aziende sono in regola, come la mettiamo in tema di alloggi? Che pure la Bossi Fini impone? Sia chiaro che le aziende o sono legali e quindi attuano produzioni all’interno del rispetto della normativa tutta assieme compresa quella del lavoro, della sicurezza e dei diritti o sono illegali e per le quali queste ultime vanno sanzionate. Non serve inventarsi scorciatoie per il quale il soggetto migrante è il tramite di altre operazioni che non portano benefici né a lui né alla risoluzione dei problemi.

Problema (v) – Trasporti – questo è un punto nevralgico in mano ai caporali, uno strumento efficace che mantiene il sistema del caporalato vivo. Avere un pulmino in un territorio o in regioni in cui la mobilità va a rilento fa la differenza. Tra il lavoratore che ha la necessità di recarsi nel campo prima e poi nel ghetto a fine giornata e un lavoratore che invece è in grado di spostarsi autonomamente c’è un salto di affrancamento da chi determina la sua qualità della vita non indifferente. Un tema che tocca i servizi in generale di una regione, la sua modernità e competitività rispetto alla sua arretratezza.

E così nel giro di poche ore la mattina al sorgere del sole e la sera al suo calare migliaia di lavoratori scorribandano per i presidi territoriali dove la contingenza lavorativa di una forte domanda di mano d’opera la fa da padrone.

Non ci sono numero di braccianti che bastano quando in un determinato distretto iniziano e operazioni di raccolta. E lì che allora il brulicare di uomini e donne si concentrano richiamati dai datori di lavoro e dai loro capò. Bisogna fare in fretta anche perché questa rapidità non è solo sinonimo di una buona raccolta del prodotto ma anche, per i caporali, guadagnare di più in tempi rapidi. Ed ecco allora che dai ghetti si esce solo con i mezzi dei caporali. Più viaggi si fanno dal ghetto al campo più braccia si portano nei campi più casse si riempiono, più si guadagna.

Avere una mobilità pubblica ed efficiente significa permettere che gli abitanti di quella regione (il servizio è regionale) possono raggiungere i presidi produttivi e altri centri in tempi ragionevoli rispetto al lavoro, alla famiglia, allo svago. Il sud non c’è li ha. Non ci sono quelli pubblici e non ci sono quelli privati. In Basilicata non tutti i comuni sono collegati con le 2 province e molti sono mal collegati con il capo luogo di provincia. Per cui è inutile inventarci liste di pulmini che si iscrivono a registri fantomatici perché i primi che lo faranno saranno i caporali. Interessante invece è il sistema delle “tratte agricole regionali”.

Problema (v) – Alloggi e Foresterie Temporanee – Questo è il tema, dopo l’intermediazione di mano d’opera e il trasporto, che il PT dovrebbe affrontare con più coraggio. Disporre di un alloggio significa disporre e avere accesso a molti dei diritti civili e sociali che oggi sono negati ai braccianti, oltre che di un tetto. Diverse le iniziative messe in campo dalla Regione Basilicata ma le raccomandazioni e i bandi fatti per la ricerca di alloggi sono sempre venuti meno. Il tema si confronta e spesso si scontra con le realtà locali che non vedono, ancora oggi, di buon occhio la presenza dei braccianti africani. Le comunità rimangono sostanzialmente chiuse e legate a vecchi pregiudizi cavalcati alla buonora dal piccolo “dittatore” di turno. Scarsa capacità di concordare con le autorità locali e con il terzo settore strategie vincenti di accoglienza si scontrano con l’indolenza di un mercato della casa sostanzialmente fermo.

All’abitazione è legato il tema dell’iscrizione anagrafica e il primo decreto sicurezza del primo governo Conte, grazie alla mano sovranista di Salvini, conoscevano bene il valore poi negato che ha, appunto, l’iscrizione all’anagrafe per ogni persona che vive in un dato territorio italiano.

Chi ha una abitazione ha garantita la sua iscrizione all’anagrafe e quindi la possibilità di avere una propria carta di identità, il lasciapassare che gli permette di avere accesso ai suoi diritti, anche se non ancora di piena cittadinanza. Eppure nell’immediato basterebbe l’istituzione della via fittizia per i richiedenti asilo e per chi detiene una protezione internazionale. Ma questo nel PT non c’è. Così come non c’è l’eventuale costruzione di case popolari, così come non ci sono misure che permettono una mediazione alla casa per quelle private che potrebbero essere immesse in un ipotetico mercato dell’affitto, strumenti di autoristrutturazione o autocostruzione di un riparo. Anche qui non si intravede un percorso che affronti il problema se non in termini di foresteria temporanea appunto.

Risorse per l’Attuazione del P.T. Contro il Caporalato:

            Ministero del Lavoro                         89 milioni di Euro

            Ministero delle Politiche Agricole     520 milioni di Euro

            Ministero dell’Interno                        94 milioni di Euro

            ANPAL                                              600 mila Euro

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About Gervasioungolo

Da anni lavora sui temi delle migrazioni, del black mediterraneo, dei diritti dell'uomo. Scrive spesso su sito dell'Osservatorio Migrante Basilicata e su altre riviste.