“Cercavi Giustizia ma Trovasti la Legge”

Arturo Covella 29 marzo 2021

Foto Portone CPR Palazzo San Gervasio 2014 – Arch. OMB

Ci sono esperienze difficili da descrivere. Per quanto ci si sforzi, infatti, è impossibile rendere al meglio la situazione di disagio che si prova nell’assistere inermi ad una continua violazione dei diritti umani attraverso un meccanismo perversamente in linea con quanto prescritto da leggi e protocolli ma dannatamente inumano.

Quello che accade tutti i giorni presso il Centro di Permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Palazzo San Gervasio è proprio la incarnazione di quanto andava cantando De Gregori: “cercavi giustizia ma trovasti la legge”.

Ma facciamo un passo indietro. Il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Palazzo San Gervasio (Potenza) dal 22 febbraio 2021 ha ripreso l’attività. Dopo uno stop dovuto alle carenze strutturali più volte denunciate, come annunciato nelle precedenti settimane con orgoglio dalla Prefettura di Potenza, il centro è tornato ad operare “in sicurezza”.  L’Ansa addirittura, in un articolo comparso proprio il 22 febbraio, ci tiene a far sapere che la prefettura di Potenza aveva “fortemente voluto” i lavori di messa in sicurezza “sia per migliorare le condizioni di sicurezza della struttura sia per eliminare situazioni di disagio dei trattenuti”. Noi ci teniamo a rimarcare che non si tratta di una volontà della prefettura ma piuttosto di un vero e proprio obbligo, un dovere, si chiama rispetto almeno formale della legge. D’altra parte le carenze, le mancanze, i disservizi erano stati già da tempo denunciati da parte di associazioni e cittadini, da parte di avvocati, da parte di politici e, dulcis in fundo, direttamente dal Garante per i diritti dei detenuti.

Nonostante il Centro, da quanto si legge, sia diventato ormai un hotel a 5 stelle, sin da subito abbiamo dovuto fare i conti con la realtà che è molto diversa da quella che si vuol comunicare all’esterno. Al di là degli arredi e dell’area ricreativa, continua a persistere un enorme problema che riguarda direttamente il sistema di “detenzione” presso tali strutture di persone che vengono private dei diritti più elementari.

In meno di un mese abbiamo infatti ricevuto come associazione e come avvocati numerose telefonate da parte di familiari che non avevano più alcuna notizia dei loro cari. Persone prelevate nella notte nelle loro abitazioni, ci raccontano, e trasferite in fretta e furia dalla Sicilia, dal Lazio, dalla Toscana, da ogni parte d’Italia, proprio nel Centro di Palazzo San Gervasio. Persone che per giorni vengono private della possibilità di comunicare con i loro familiari e/o con un avvocato da loro scelto liberamente. Avvocati che, allertati dai parenti, provano a contattare il centro ma non riescono a farlo e, quando ci riescono, magari è già tutto fatto. Il loro assistito è già stato portato davanti al Giudice di Pace di Melfi, è già stata convalidata la loro “detenzione” forzata presso il centro e, magari, è già tutto pronto per il rimpatrio.

Formalmente nulla da eccepire. Se non puoi comunicare con il tuo avvocato, se non puoi nominare il tuo difensore di fiducia, se non puoi chiedere che a difenderti sia chi conosce la tua storia, la tua vita, la tua reale situazione, un qualsiasi avvocato di ufficio verrà chiamato ad arrangiarsi durante un’udienza che diventa una mera formalità. Ma, appunto, è tutto formalmente regolare. Peccato che la giustizia sia ben altra cosa. Peccato che stiamo parlando di persone. Peccato che stiamo calpestando i loro diritti, la loro dignità, il loro essere parte magari di un nucleo familiare che vive in Italia e si trova all’improvviso spezzato da una fredda applicazione della normativa che ha trasformato le persone in numeri e i giudici in grigi burocrati.

Questa è la semplice cronaca dalla Guantanamo lucana. Una cronaca fatta di quotidiana normalità e di tanti silenzi.

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