Voci dal CPR di Palazzo San Gervasio

La storia che segue è un estratto della testimonianza di M., una donna che da un giorno all’altro si è trovata a fronteggiare con suo marito I. un enorme scoglio burocratico, tra insidie e ingiustizie. Luoghi e nomi non sono riportati così da evidenziare la vicenda in sé.

Articolo a cura di Maria Chiara Santomauro e Gervasio Ungolo

4 nov 2022

Foto Gervasio Ungolo – Archivio OMB

Sono le 7.45 del 6 ottobre 2022, bussano alla porta.
Mio marito I. apre. Lui è un artista senegalese conosciuto in tutto il territorio, vive in Italia da ben diciassette anni e ha un lavoro, una moglie, una casa.
Dall’altra stanza gli chiedo chi fosse.
– “Sono i Carabinieri” mi risponde lui “hanno una notifica per me!”
– “ Bene” aggiungo “che te la diano”.
Ma lui ribatte “No, dicono che devono portarmi in caserma”.
Sentendo ciò mi affaccio e chiedo al carabiniere perché devono portarlo via, per quale motivo non possono semplicemente consegnargli la notifica.
– “Signora, non le posso dire nulla, suo marito deve seguirci”.

Anche dopo aver insistito e provato a fornire le mie – anzi nostre – motivazioni, loro imperterriti lo hanno portato via.

Così decido di seguirli: salgo in macchina fino ad arrivare in caserma, dove però non mi fanno salire. Aspetto in macchina. Dopo circa mezz’ora mio marito si affaccia e mi chiede di andare a casa a preparargli un sacco con qualche effetto personale e soprattutto chiede il suo cellulare. Volo a casa – che dista due minuti – e gli preparo il tutto, ma quando ritorno noto subito che la macchina dei Carabinieri non c’è più.
Panico, ansia: suono e arriva la conferma da un carabiniere, il quale mi dice che mio marito è stato portato via ma lui non sa dove e non può dirmi altro. Mi fa salire e lì mi spiega che quello che stanno facendo loro è solo applicare la legge:

– “Sì….” dico “state applicando la legge, ma così facendo andate contro la stessa giustizia e i diritti umani. La storia ci insegna che alle volte applicando la legge ci si rende complici di terribili azioni”.

Alla fine vengo accompagnata alla porta e solo allora lì mi viene comunicato che I. è in un’altra città per la visita in ospedale. Esco in fretta e furia, inizio a chiamare gli ospedali di lui non c’è traccia, così nella disperazione chiamo la questura, scrivo persino una mail al Questore implorando di non firmare il suo trasferimento in un CPR, ma la Pec torna indietro.

Provo a sentire un avvocato, che in un primo momento mi rassicura “Non possono portarlo via!”. Ma in tutto ciò io non sono tranquilla e non so ancora dove si trova mio marito.

Alle 12.00 finalmente ricevo una chiamata dal Comando e mi comunicano il luogo. Salgo in auto e corro lì. All’entrata ritrovo nuovamente il carabiniere della notifica che però mi impedisce di vedere mio marito. Insisto e alla fine mi consentono di entrare e di stare con lui per 10 minuti. I. è seduto in una stanzetta: ancora una volta devo insistere per non sottostare alla richiesta di quei pochi minuti.
Come consigliato dall’Avvocato chiedo di scrivere un esposto nel quale dichiaro che mio marito ha una casa, una moglie, una famiglia e che lo voglio con me. I carabinieri acconsentono, però mi comunicano che è un documento che però non terranno in considerazione, non ha valenza giuridica.

Alla fine, trascorso un po’ di tempo, lo portano via senza dirmi dove.
Entrando in macchina I. cerca di leggere ciò che c’è scritto sulla notifica e alla fine riesce a dirmelo attraverso il vetro del finestrino: si tratta di un CPR.
Non mi riesco a spiegare il perché di tutto ciò. Lui mi ripete che devo stare calma e che nella peggiore delle ipotesi – ovvero un trasferimento forzato in Senegal – posso seguirlo. Gli sorrido dicendogli: “Hai ragione…la mappa non è il territorio”.

Lo saluto con amarezza e inizio a cercare sul web informazioni relative al CPR: non c’è nemmeno un numero di telefono, non esiste un sito web di riferimento, solo notizie. È qui però che mi imbatto nell’Associazione “Osservatorio Migranti Basilicata”. Uno di loro, che mi piace definire angelo, mi mette in contatto con un altro avvocato. Grazie al cielo recuperiamo un po’ di tempo con il trasferimento perché non ci sono voli per il Senegal ma ora mio marito è rinchiuso in un centro di permanenza per i rimpatri dove i letti sono lastre di cemento, su cui poggia un materasso di appena 10 cm, con lenzuola di carta e coperte di fortuna. La cosa peggiore è che nei CPR non esistono regolamenti che consentono visite, neanche nelle carceri di massima sicurezza. Lascio i suoi effetti personali e senza poter fare nulla, torno. Io e I. siamo stanchi della mancanza di rispetto, dei giudizi a priori, delle sfide che la giustizia ci presenta: però continuo a ripetermi che la mappa non è il territorio. Il territorio sono montagne, fiume colline, deserti. I confini così come vengono intesi oggi sono invenzione degli uomini e un modo per stare insieme: noi, alla fine, riusciremo a trovarlo al di là delle mappe.

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