da Gazzetta del Mezzogiorno: Basilicata che scompare Aggiungi un posto al tavolo dell’accoglienza
di MIMMO SAMMARTINO
30 dic 2011
Quando il Paese non cresce, quando la Basilicata fa da fanalino di coda della già sgangherata locomotiva Italia, quando il territorio lucano si svuota a causa della ripresa della emigrazione e della caduta della natalità, quando i piccoli borghi dell'Appennino si desertificano, o si è capaci di inventare qualcosa oppure ci si condanna a una lenta, inesorabile agonia. A un ineluttabile declino. I numeri, d'altra parte, sono impietosi come dimostra la situazione relativa alla popolazione presente sul territorio lucano nel 2009. Ma, in attesa di avere i dati aggiornati dal censimento in corso, l'andamento della situazione sembra scivolare verso il basso.
Lo scenario tendenziale, dal punto di vista abitativo, è quello di 99 comuni su 131 che si trovano al di sotto della soglia dei cinquemila abitanti (circa un terzo della popolazione complessiva dei lucani: 199 mila residenti). Un'ottantina con meno di tremila residenti. Ventidue di essi sono sotto quota mille, 35 sono fra i mille e i duemila, cinque affondano addirittura al di sotto delle 500 anime. E, quel che è peggio, è che questi paesi, oltre a spopolarsi, invecchiano sempre di più. I superstiti sono gli anziani, mentre i giovani partono e, a causa di una situazione che vivono con permanente incertezza, non mettono al mondo figli.
Se si va avanti di questo passo, non c'è bisogno di particolare acume per capire che, nel volgere di qualche decennio, la Basilicata rimarrà uno spazio deserto. Con paesi fantasma e nessuno che resti lì a mantenerli in vita. Come se ne esce? Sicuramente evitando immobilismi e luoghi comuni. Con un pensiero e qualche felice intuizione. Prova a seguire questa strada l’idea-provocazione lanciata sull'ultimo numero della rivista «Territorio». Una riflessione sulla possibilità di trasformare quello che comunemente è percepito come un problema, in una straordinaria potenzialità. In una autentica risorsa. In una opportunità a vantaggio di tutti.
A lanciare l'idea sono un ingegnere e un economista: Luigi Albano e Giampiero Maruggi. Il loro ragionamento, ridotto all’osso, è il seguente: se il territorio si svuota, se la popolazione è sempre più esigua e d’età avanzata, si potrebbe immaginare di dare forma a un progetto che punti a due obiettivi. Da un lato, un recupero urbanistico dei centri storici (dove crescono le case disabitate). Dall’altro ad accogliere persone immigrate.
«Spesso sono stati avviati programmi di recupero dei centri storici – spiegano Albano e Maruggi – ma quasi mai questi piani sono stati finalizzati. Il fatto nuovo potrebbe essere costituito dal collegamento di questi piani a un percorso che riguarda lo sviluppo economico. E che guardi, più che ai singoli, ai nuclei familiari».
Governare l'inserimento nelle comunità d'origine di nuclei di immigrati, venuti da altri mondi, è ovviamente un processo delicato. Che può essere concepito solo se si mostra in grado di mantenere equilibri e proporzioni. Anche sul piano quantitativo. Ma è la strada possibile per l'integrazione di donne e uomini che vengono qui a cercare un futuro. Futuro che può riguardare loro, ma anche noi stessi. Superando quelle pseudo soluzioni che passano per la reclusione dentro recinti come se i migranti fossero malfattori. Nel contempo, un simile percorso potrebbe rappresentare una nuova possibilità di esistenza per alcune realtà della Basilicata (soprattutto nelle aree più interne). Si tratta di un incontro possibile per riuscire a trovare reciproche opportunità.
Per dare concretezza all’iniziativa, Albano e Maruggi propongono di dar vita a «un tavolo dell'accoglienza» con il coinvolgimento di istituzioni e mondo delle professioni, dell'associazionismo, del volontariato. «Sarebbe utile creare un organismo del genere – con – cludono Albano e Maruggi – formato da esponenti comunali, regionali, delle associazioni di categoria (agricole, artigianali, della cooperazione) del volontariato e sindacali. Potrebbe servire a selezionare i potenziali interessati all'iniziativa, facilitare il disbrigo delle pratiche burocratiche e avviare le attività economiche».
Santarsiero (Anci): «Idea che merita un confronto»
Vito Santarsiero, sindaco di Potenza e presidente dell’Associazione dei Comuni della Basilicata (Anci), ritiene la proposta avanzata da Luigi Albano e Giampiero Maruggi «molto interessante». «Si tratta di un’idea – dice Santarsiero – che merita certamente una riflessione approfondita per come può essere tradotta in una adeguata azione istituzionale e programmatica».
E come si può procedere per non ridurre l’idea a una originale trovata che però non trova riscontro nella realtà concreta. «Subito dopo le feste – assicura il presidente dell’Anci lucana – porteremo la questione in discussione nelle sedi dell’Anci, con il coinvolgimento, innanzitutto, la struttura dei piccoli Comuni ». Il mondo sta cambiando radicalmente. Il mondo che si rimpicciolisce e accorcia le distanze. Il mondo che però non riesce a superare le grandi ingiustizie e le differenze fra luoghi della ricchezza e dell’opulenza (anche se minacciati dalla crisi economica) e altri luoghi, non così distanti, nei quali permangono fame, miseria, malattie. Oltre al ripetersi di guerre e persecuzioni. Il risultato di tutto ciò è che, fino a quando queste disparità non saranno rimosse, altri uomini, donne, bambini verranno nella parte del mondo «garantita» a cercare una possibilità di futuro. È un fenomeno che non si può scegliere o esorcizzare. Bisogna solo imparare a governarlo. Semmai sarà possibile trasformare il problema in una opportunità per tutti (anche per territori e comunità minacciati di desertificazione) si sarà trovata la soluzione più saggia e lungimirante. [mi.sa.]
Un sindaco: «Non sottovaluterei una proposta di questo tipo»
L'idea di Luigi Albano e Giampiero Maruggi viene messa a misura, tanto per pensare a un esempio di praticabilità possibile, rispetto alla realtà di un piccolo paese come Castronuovo Sant'Andrea. Si tratta di una comunità che – al pari di tantissimi centri dell’Appen – ninonegli ultimi dieci anni ha visto progressivamente diminuire la popolazione residente: dai 1.435 del 2001 ai 1.189 del 2010. Tra 2006 e 2009 inoltre l'età media è salita di un anno (da 49 anni e sette mesi a 50 anni e sei mesi). Qui, a conti fatti, le persone con più di sessantacinque anni sono arrivate a «pesare» il 34,1 per cento della popolazione complessiva a fronte di un misero 9 per cento costituito dai bambini (da zero a 9 anni).
La tendenza sembra inequivocabile. In questi casi però, a parte qualche grido di dolore (che sembra più di maniera che convinto di poter fermare il «dissanguamento umano» in corso) non si va. Si bolla la faccenda come una questione di tendenza economica. Si ciancia di crisi. E neppure sembra che ci sia qualcuno (soprattutto di quelli chiamati a ricoprire responsabilità pubbliche) che ci provi a pensare. A immaginare qualche contromisura.
Che cosa pensa un sindaco come Sandro Berardone, primo cittadino di Castronuovo Sant’Andrea, della proposta di ripopolare il paese con l'accoglienza di persone immigrate? Berardone non gira intorno alle parole. All'idea di Albano e Maruggi, lanciata su «Territorio», sembra offrire qualcosa in più di una chance. «Penso che i nuovi cittadini abbiano risolto grandi problemi demografici soprattutto ai territori più ricchi – dice il primo cittadino di Castronuovo Sant'Andrea. – Basta guardare l'impatto sul sistema scolastico del nord Italia. A tutte le leggende metropolitane sugli extracomunitari bisogna rispondere che i nostri territori, che non scompariranno mai in quanto i piccoli comuni hanno retto per secoli e lo faranno ancora, hanno bisogno di una nuova idea dello stare insieme. Abbiamo aziende agricole abbandonate, centinaia di ettari incolti, patrimonio edilizio bellissimo ma condannato al degrado se non viene vissuto. Sono temi ai quali nessuno si può sottrarre se vuole il bene della propria comunità».
Certo bisogna ripensarsi. Urge superare campanili e antiche rivalità che hanno perduto ogni senso. Ad esempio i piccoli comuni devono necessariamente associare i servizi per contenerne i costi. E poi c'è bisogno di riuscire a stabilire una relazione con i nuovi arrivati al fine di sentirli (e farli sentire) parte della comunità. Ma questa, secondo Berardone, può essere la strada. «L'obiettivo della nostra attività amministrativa – assi – cura – è quello di far diventare Castronuovo di Sant'Andrea il paese dell'accoglienza in onore e secondo i principi del nostro santo».
OSSERVATORIO MIGRANTI BASILICATA
Lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno alla Proposta di Marrugio e Albano
… mi permetto di prendere più dei 1000 caratteri concessi per i commenti all’articolo di Sammartino sullo Spopolamento della Basilicata e il suo Ripopolamento. Me ne scuso per gli autori della proposta per eventuali iprecisazioni o ripetizioni non avendo ancora letto il documento e poggiando le mie riflessioni solo sugli articoli pubblicati dalla Gazzetta del Mezzogiorno.
Leggo l‘articolo di Sammartino e non posso non fare alcune considerazioni su un argomento che l’OMB e la comunità tutta di Palazzo San Gervasio ha ormai discusso e ragionato da molti anni.
Non per questo più bravi degli altri ne tanto meno poco preparati su un argomento che ci colpisce direttamente a partire dalla metà degli anni ottanta.
Noi come OMB abbiamo provato a fare delle ipotesi in un convegno tenutosi Venosa anni addietro (https://www.osservatoriomigrantibasilicata.it/?cat=29) in cui alle nostre se n’è aggiunta una quarta grazie al contributo di Alfonso Pascale e della Rete delle Fattorie Sociali. Una di queste riguardava l’adeguamento dei Centri Storici a partire dai comuni in forte spopolamento di cui Palazzo San Gervasio. Si perdono in questo Comune circa 100 residenti l’anno e forse in questo momento, mentre scrivo abbiamo raggiunto i 5000 abitanti.
Quindi anche lo spopolamento è una tematica alla quale si è provata di tenerla assieme a quella dell’alloggio ai migranti. Ma ciò sappiamo non essere sufficiente se non si arresta l’emorragia della migrazione verso l’esterno delle popolazioni locali ma anche di quelle dei migranti in entrata.
La nostra regione, migrante tra i migranti, presenta un fenomeno tutto locale rispetto ai flussi interni nazionali e cioè quello di assistere alla regolarizzazione dei migranti che accedono alle quote assegnate dei flussi regionali e appena in possesso del Permesso di Soggiorno questi vanno via verso altre regioni. La popolazione migrante in Basilicata pur se tende ad aumentare, portandosi al 7% nell’ultimo anno (Dati Caritas/Migrantes 2010), è interessata anche lei da quel fenomeno di abbandono dei luoghi regionali.
Per cui, così come mostrata, la proposta Marrugio-Albano non può sortire quelle speranze di ripopolamento dei comuni e delle terre in quanto agisce su uno solo dei fattori importante per l’integrazione, e non agisce su altri fattori che non provo ad elencare ma che altri lettori hanno ben espresso nei loro commenti, e che probabilmente sono anche interni alla proposta su detta. Alcune vicende sui comuni di Riace e Caulonia devono indurci a pensare che l’alloggio e un argomento determinante quando nell’area ci sono momenti di sviluppo significativo altrimenti ci ritroviamo a ripercorrere comuni rifatti ma che non trovano corrispondenza con le esigenze di un territorio. Si veda i comuni interessati dalle ristrutturazioni fatte con i soldi delle royalti petrolifere.
L’OMB in questi lunghi anni ha auspicato che almeno i migranti-braccianti fossero degnamente ospitati nei centri abitati mettendo in moto quelle azioni sinergiche che non interessano solo l’ospitalità per i tre mesi occorrenti alla raccolta del pomodoro ma che riguardano nell’insieme la rivitalizzazione dei centri e dei territori lucani.
Ad appendice di questa lettera, ma non lontano rispetto a quello che è la discussione mi viene in mente le ultime vicende riguardanti l’accoglienza degli esuli scampati prima dalla Tunisia e poi dalla Libia e tenendo lontano le vicende riguardanti le politiche nazionali per le quali sappiamo essere di tipo securitarie e concentrazionali e per il quale le istituzioni regionali non sono responsabili vediamo che nella nostra regione centinaia di migranti sono spostati e traghettati da un Motel all’altro o da una statale piuttosto che ad una Zona Industriale nella completo abbandono a loro stessi con la negazione, anche se non fatta in modo coercitiva, dei diritti basilari di assistenza. Così come proprio all’indomani dell’apertura del CIET a Palazzo San Gervasio l’Anci si riuniva nella Sala Consiliare di questo comune portando la sua solidarietà al Sindaco Pagano con l’Impegno da parte di molti comuni lucani di attivare strumenti che sostenevano l’Accoglienza Diffusa.
Purtroppo e con rammarico possiamo solo registrare anche su questo versante la totale inconsistenza di una politica regionale tendente quanto meno a limitare i fenomeni di cui nell’articolo ma anche e solo da un punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Il rammarico e maggiore visto i pochi numeri alla quale siamo abituati anche in campo delle migrazioni.
Per l’OMB Gervasio Ungolo
Palazzo San Gervasio 31 dic 2011
