Spinazzola, l’invasione
di Cosimo Forina
SPINAZZOLA – Braccia pagate dall’alba al tramonto a 4 euro all’ora, a volte 4,50 euro o 5euro quando la raccolta del pomodoro, in alcuni casi di peperoni, è fatta ancora a mano e non con le macchine. Arrivano dal Burkina Faso, Mali, Costa D’Avorio, Ghana o dal Sudan. In settanta, dicono, ma forse sono più di cento, hanno trovato “rifugio” piazzando le loro tende in una delle tante masserie abbandonate in località detta “Santa Lucia” di Spinazzola. il rifugioQualcuno si è costruito un rifugio: piccole baracche innalzate con mezzi di fortuna. Altri dormono all’interno della masseria a terra in locali in cui manca il tetto. E’ qui che attendono la chiamata d’ingaggio, alla giornata, spesso in nero, per raccogliere l’«oro rosso» raggiunto a maturazione in questo periodo. Per riempire le grosse casse di plastica da caricare sui camion. Una struttura nata a favore di questi lavoratori, grazie alla sensibilità e senso di umanità degli amministratori della città lucana che dista una manciata di chilometri da Spinazzola. Un centro munito di acqua corrente, docce, dove potersi disporre in campo in sicurezza, vicino ad un centro abitato dove fare acquisti, illuminato, quando al finire del giorno, di notte, al buio, si è costretti a piedi a ritornare alle proprie tende. Di colpo però questo luogo è stato sottratto al bisogno di questa gente, per lo più regolari, per essere trasformato, in nome dell’emergenza profughi, prima in Centro di accoglienza richiedenti asilo (Cara) e poi dichiarato formalmente Centro di identificazione ed espulsione (Cie). Per decreto, sino al 31 dicembre 2011. l’ex centro comunaleDal 15 luglio però l’ex centro comunale nato proprio per evitare accampamenti di fortuna, intorno a cui hanno innalzato alte mura di cinta, speso un mare di soldi, trasformato da campo di accoglienza a luogo di reclusione, come ha denunciato l’associazione “Articolo 21” in una interpellanza al ministro Roberto Maroni è stato serrato ed è totalmente vuoto, inutilizzato. Gestito prima dalla Croce Rossa il Cie di Palazzo San Gervasio ha ospitato circa 600 tunisini per alcuni mesi, dai 18 ai 35 anni, ed è poi diventato come ha affermato sempre “Articolo 21”: «off limits per stampa e televisioni e persino per l’Alto commissariato Onu. In seguito, a stretto giro di posta, anche la Croce Rossa è stata fatta uscire dalla struttura per essere amministrata interamente dalle forze dell'ordine e da una società privata, la Connecting People, un consorzio d'imprese con sede a Trapani che gestisce per conto del Ministero dell'interno praticamente tutti i Cie presenti sul territorio nazionale». condizioni incredibiliIl richiamo della condizione in cui versano questi cittadini giunti dal mondo, da Paesi in guerra ed in carestia, lasciati oltre il limite del tollerabile, è finalizzato a trovare la sensibilità dei sindaci, tanto di Palazzo San Gervasio che di Spinazzola, affinché con il potere a loro affidato possano intervenire per chiedere, almeno sino alla fine della raccolta dei prodotti agricoli, la riapertura temporanea del centro di accoglienza. Queste persone capaci comunque di accoglierti con un sorriso, timorose di essere mandati via, sono pronte a rinunciare a tutto ed accettano, quale fosse una sorte irreversibile, la loro condizione di precarietà inesorabile. Difficile però far finta di nulla. Diceva don Tonino Bello: «I poveri, quelli veri, hanno sempre ragione anche quando hanno torto». E sarebbe un torto girare lo sguardo altrove, per evitare di dare delle risposte, come in questo caso, su una degna accoglienza. Quella che spetta a tutte le persone. |

di Cosimo Forina