Un report dalla Piana del Sele (Salerno) che ci racconta dei braccianti immigrati al lavoro nella ricca agricoltura locale
I lavoratori immigrati nell'agricoltura della Piana del Sele.
di Gennaro Avallone, ricercatore in sociologia del territorio presso l'Università di Salerno
Alcune note di inquadramento economico, sociale e sindacale
Le note riportate di seguito presentano, a grandi linee, la situazione della presenza degli immigrati occupati nell'agricoltura della Piana del Sele, in provincia di Salerno. Sono note introduttive, che hanno l'obiettivo di offrire una rappresentazione sintetica della situazione sul piano sia oggettivo sia soggettivo. L'inquadramento degli aspetti strutturali viene accompagnato da alcuni appunti sul lavoro di organizzazione sindacale in atto, che costituisce l'elemento maggiormente critico ed il potenziale di cambiamento da sostenere nel prossimo futuro.
La ricca agricoltura della Piana del Sele
La Piana del Sele è un'ampia area a sud della provincia di Salerno, famosa per la produzione ortofrutticola e la produzione della mozzarella di bufala. L'agricoltura è un settore centrale dell'economia locale ed è caratterizzata dal fatto di essere un'agricoltura intensiva, produttiva per l'intero anno, ricca, che esporta anche all'estero. Oltre il 70% delle colture è prodotto sotto le serre (in cui si realizzano, sopratttto, le produzioni rivolte alla quarta gamma, cioè insalate e rucola), così come è continua l'attività negli allevamenti per la produzione di latte.
La presenza dei braccianti (fissi e a giornata) e dei piccoli contadini è un dato storico di lungo periodo, anche se dagli anni '80 si sono introdotte alcune discontinuità.
La prima è stata di tipo produttivo-organizzativo. Essa ha riguardato le innovazioni tecnologiche (con la diffusione delle serre) ed il parziale cambiamento delle colture, con il passaggio dalla prevalenza di pomodori e tabacco, di cui parla ad esempio Rocco Scotellaro negli anni '50, a quella di finocchi e carciofi in pieno campo e di fragole, insalata e rucola sotto serra.
Il secondo cambiamento radicale ha interessato la composizione della forza lavoro, con i primi arrivi di braccianti stranieri, che si sono accostati al lavoro delle donne provenenti dalle aree interne vicine alla Piana, dal Cilento e dall'Agro Nocerino-Sarnese. Questa compresenza è continuata fino ad oggi, anche se la componente degli immigrati è diventata, nel tempo, maggioritaria. Le stime elaborate (da me ma anche dalla Flai-Cgil) individuano da 5 a 6 mila immigrati impiegati (secondo diverse modalità di impiego) nell'intero settore primario (ortofrutta, produzione di fiori e allevamenti).
Le condizioni dei lavoratori immigrati
La forza lavoro dell'agricoltura della Piana del Sele è costituita, dunque, in maggioranza da immigrati. Essi sono soprattutto marocchini, anche se, negli ultimi anni, è cresciuta la quota di lavoratori provenienti dall'est europeo, prevalentemente dalla Romania. Negli allevamenti sono impiegati, invece, lavoratori e lavoratrici indiani e, in misura minore, pachistani.
Per quanto riguarda le forme di occupazione, tra i braccianti prevale il lavoro nero e irregolare, mentre per gli occupati negli allevamenti sono maggioritarie le condizioni di regolarità, seppure con ampie condizioni di sotto salario e una lunghissima durata della giornata lavorativa.
Per quanto riguarda la continuità dell'occupazione e, quindi, la condizione economica, si individua, anche in questo caso, una molteplicità di situazioni differenziate. Ad un estremo si individuano le condizioni di stabilità, proprie dei lavoratori occupati a tempo pieno, per l'intero anno e presso la stessa azienda). All'altro estremo ci sono le condizioni di massima precarietà, tipiche dei braccianti alla giornata, che cambiano continuamente luogo di lavoro e svolgono poche giornate al mese. La maggior parte dei migranti si trova in quest'ultima condizione, che li rende, più degli altri, lavoratori poveri.
Dal punto di vista della situazione amministrativa, molti migranti sono privi di permesso di soggiorno o in attesa (perchè truffati dopo essere giunti regolarmente in Italia oppure perchè in attesa di risposta per la sanatoria colf-badanti del 2009). Anche in questo caso le condizioni sono diversificate, si registra un ventaglio di condizioni amministrative.
La situazione abitativa è, generalmente, sotto gli standard medi, con punte di vera e propria disperazione, anche se, dopo lo sgombero della struttura di San Nicola Varco avvenuto a Novembre del 2009, molti immigrati hanno trovato collocazione in abitazioni di connazionali (seppure sovraffollate) o in altri alloggi di fortuna (casolari in precarie condizioni in affitto o occupati, garage, abitazioni nei centri storici non interessanti per gli italiani). Anche in questo caso, l'elemento caratteristico è quello della pluralità delle condizioni e della loro sostanziale povertà.
Dal punto di vista sociale, c'è da evidenziare che gli immigrati in agricoltura sono soprattutto maschi, anche se c'è una presenza femminile, specialmente di donne rumene e ucraine che si dedicano ad alcune colture, come nel caso delle fragole, o indiane, presenti con le famiglie negli allevamenti. I migranti in agricoltura sono in prevalenza maschi soli, ma sono occupati anche maschi adulti con la famiglia stabilmente residenti nei comuni della Piana del Sele. Gli immigrati sono presenti nel tessuto economico (come produttori e consumatori), ma molto meno in quello della società locale. I punti di contatto sono limitati ad aspetti funzionali (lavoro, accesso ad avvocati e commercialisti), mentre sono scarse le interazioni con i membri della società locale nel tempo libero, nella politica o in altre attività proprie della vita quotidiana.
In definitiva, si riconosce che si è costruito un proletariato agricolo migrante caratterizzato da un'ampia articolazione interna, in relazione alle condizioni occupazionali, amministrative, abitative e sociali ed alle appartenenze di genere e nazionali, che, allo stato attuale, segnano altrettante linee di divisione e scomposizione sociale e politica.
L'organizzazione sociale e sindacale degli immigrati
Dal punto di vista dei livelli di organizzazione sociale e sindacale va riscontrato che c'è una tradizione di lavoro sindacale praticata dagli anni '90 dalla Cgil e dalla Flai-Cgil, divenuta evidente soprattutto per una parte degli anni 2000 con l'impegno di Anselmo Botte, a cui si è aggiunta quella del sindacato di base USB, con l'azione organizzata soprattutto da Nicola Quagliata e Pietro De Gennaro dal 2009.
L'iniziativa sindacale si è concentrata, in prevalenza, sulle questioni della casa, della sanità/salute e dei permessi di soggiorno e ha intercettato, esclusivamente, i marocchini ed altri nord africani che lavorano in agricoltura. Gli altri gruppi di immigrati non sono stati mai interessati da azioni di rivendicazione e tentativi di organizzazione, tranne nel caso dei pachistani mobilitati per la sanatoria agli inizi del 2000. Successivamente, durante il primo decennio degli anni 2000, ci sono state mobilitazioni per il permesso di soggiorno ed alcune manifestazioni di braccianti organizzate dalla Cgil, che non sono mai riuscite ad intervenire sulla questione lavoro/sfruttamento. Le iniziative dell'USB dal 2009 si sono, anche esse, concentrate sulle questioni della casa (riuscendo anche ad ottenere risultati per alcuni gruppi di immigrati attraverso l'organizzazione della loro mobilitazione e lotta) e del permesso di soggiorno (con un presidio e incontro in Prefettura nell'Aprile 2011 e successivi incontri, oltre al lavoro di supporto legale).
L'impegno sindacale dell'USB si è diretto a promuovere l'organizzazione degli stessi migranti. Ad esempio, durante il periodo Settembre 2010 – Aprile 2011 sono state realizzate diverse assemblee e riunioni, in molteplici punti del territorio, per discutere di diversi temi (tra i quali si è sempre affermato quello del permesso di soggiorno). Questa mobilitazione, all'interno della popolazione marocchina che lavora nella zona, è sfociata nel presidio sotto la Prefettura e, soprattutto, nella costruzione di un coordinamento di immigrati, articolato su base territoriale. Il coordinamento, composto interamente da immigrati e da dirigenti dell'USB, svolge la propria azione, seguendo un andamento carsico, che si sta concentrando anche su aspetti ed iniziative di tipo culturale. Contemporaneamente, il sindacato sta continuato a seguire singole situazioni e a sostenere l'iniziativa legale relativa ai permessi di soggiorno.
Sul tema lavoro/diritti/sfruttamento è, invece, molto difficile (soprattutto, paradossalmente, secondo alcuni degli immigrati più attivi) pensare, per ora, ad interventi organizzati che, almeno sul piano sindacale, mettano in discussione gli alti saggi di sfruttamento (dovuti all'estrazione sia di plusvalore assoluto, con l'allungamento della giornata lavorativa, sia di plusvalore relativo, con l'intensificazione dei ritmi attraverso, ad esempio, la diffusa pratica del cottimo), oltre a tutte le irregolarità (relative a salario, orari, esposizione a pesticidi) in cui i lavoratori immigrati sono coinvolti. La difficoltà è anche dovuta ad altri due fattori. Da un lato, agiscono la crisi e il cambiamento delle forme della militanza, legate sempre più a singoli momenti o eventi, mentre l'impegno sindacale (che riguarda la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori) richiede una partecipazione continua e un'assunzione di responsabilità non episodica. Dall'altro lato, c'è il dato relativo alla soggettività degli immigrati ed alla loro definizione della situazione. Tra i nord africani presenti nella Piana del Sele, come tra molti immigrati non comunitari in generale, il principale problema/bisogno da affrontare (spesso soltanto in modo individuale o di piccolo gruppo) è quello del permesso di soggiorno. Tutto il resto, compreso la lotta allo sfruttamento per la riappropriazione della ricchezza sociale prodotta, diviene (o viene definito come) secondario.
Per concludere…
In conclusione, non c'è da fare alcun proclamo o presentare auspici 'a parole'. La mobilitazione locale sui temi del lavoro appare una possibilità lontana. Questo non vuol dire, però, abbandonare l'iniziativa in atto, ma significa sapere che si svolge nel lungo periodo e richiede processi che costruiscano, prima di tutto, appartenenza e riconoscimento reciproco. Uno dei problemi principali sta proprio in questo elemento: l'idea di essere singoli individui, singole lavoratici e singoli lavoratori, privi di riferimenti collettivi che non siano la comune provenienza geografica e, magari, la religione. Ciò che manca è proprio il riconoscimento della comune appartenenza e, quindi, della possibilità di agire come classe per mettere in discussione lo stato dei rapporti sociali. Questa mancanza si accentua, a sua volta, a causa della percezione, da parte dei migranti, di rapporti di forza svantaggiosi. A questa consapevolezza, ma anche alle mancanze ad essa collegate, l'azione sindacale (o, più ampiamente, l'azione collettiva) può rispondere? E, in che modo?
La necessità che emerge è quella di costruire un lavoro sindacale e di organizzazione di tipo plurale, affrontando la questione centrale della libertà (dunque, dei permessi di soggiorno) e, insieme, la dimensione culturale e politica dell'auto riconoscimento e del riconoscimento sociale, basi fondamentali, non aggirabili, da cui aggredire il nodo lavoro/sfruttamento/giustizia sociale nell'agricoltura della Piana del Sele, così come nell'agricoltura italiana ed europea più in generale.
