da NEAR: Ingiustizia e sfruttamento più che razzismo

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Ingiustizia e sfruttamento più che razzismo

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Rosarno due anni dopo / Intervista ad Antonello Mangano di Giampiero Forcesi

“Ho scritto un libro intitolato Gli africani salveranno Rosarno (terrelibere.org 2009) – mi dice Antonello Mangano – perché quei braccianti hanno avuto il coraggio di denunciare i balordi che li avevano rapinati e che poi gli avevano pure sparato. Si sono messi in fila davanti alla caserma dei carabinieri e hanno descritto il rapinatore. Che poi è stato arrestato, e si è anche scoperto che era un esponente della ‘ndrangheta…”.

Un gesto di coraggio che ha dato una nuova occasione a Rosarno di alzare la testa contro la mafia locale e contro il sistema di sfruttamento che vige nelle campagne. Rosarno ha una tradizione di lotta alla ‘ndrangheta, e non è un paese razzista. Il problema, in queste zone, non è il razzismo, ma l’ingiustizia di un sistema di produzione agricola che schiaccia i piccoli proprietari, e che provoca, oggi come ieri, il ricorso al caporalato, alle paghe più infime, a condizioni disumane di lavoro.
E a fare i caporali, oggi, non sono gli italiani, ma gli stessi africani, o i rumeni, o i bulgari…

Antonello Mangano è autore di numerose inchieste sociali che pubblica su “il manifesto” e su “Carta”, sul sito www.terrelibere.org. A Rosarno era tornato anche nel 2010, aggiornando il suo libro precedente, uscito poi in una nuova edizione con Rizzoli e il titolo modificato: Gli africani salveranno l’Italia. A ottobre 2011 è uscito un suo nuovo libro Sì alla lupara, no al cous cous. Mentre la Lega vietava il kebab, la ’ndrangheta si mangiava la Padania.

Antonello, hai girato in lungo e in largo le campagne meridionali, dove lavorano ormai quasi solo gli stranieri. E in particolare hai conosciuto Rosarno. Che idea ti sei fatto?
Rosarno è un caso estremo. Ma è tutto il sistema agricolo che è malato. Distorto. Gli italiani nei campi non ci vanno più. Però esiste il fenomeno dei falsi braccianti, dei contributi europei incassati con l’inganno. Nei campi ci vanno quasi solo gli stranieri, quasi sempre in nero. Quanto ai piccoli proprietari, spesso non ce la fanno a pagare salari regolari, perché sono stretti dentro un sistema inquinato, una lunga filiera fatta di passaggi inutili, di mediazioni estorsive, di presenze mafiose che condizionano il trasporto dei prodotti agricoli e la gestione dei grandi mercati. È un sistema in cui si mescolano globalizzazione e assistenzialismo, economia mafiosa e sfruttamento. A rimetterci di più, alla fine, sono i lavoratori stranieri e i consumatori. Io vivo in Sicilia. Al mercato i pomodorini li pago 2,5 euro. Quegli stessi pomodorini vengono raccolti a pochi chilometri da casa mia per pochi centesimi.

Ho visto che sei critico nei confronti di come la stampa ha parlato di Rosarno in occasione della rivolta dei braccianti africani due anni fa. Perché?
I giornali hanno capovolto i termini del problema. Hanno incentrato i loro racconti e i loro commenti sull’immagine dell’africano che dorme in strada o nella fabbrica abbandonata. Ma non è vero che lo straniero è povero perché è straniero. Non è povero perché è africano. Lui si trova ad essere il prodotto di quel sistema malato. E mentre noi al supermercato non sappiamo niente dei prodotti che compriamo, di quel che c’è dietro, invece veniamo messi di fronte all’immagine dell’africano nel casolare abbandonato. E quel che ne viene fuori è che l’africano è povero, e che bisogna dargli una mano, intervenire con i soccorsi, la Croce Rossa, la protezione civile… In tutti i posti in cui si creano situazioni drammatiche come a Rosarno, ci si riduce a parlare di campi di accoglienza per far fronte all’emergenza. La risposta alla rivolta di Rosarno, l’anno scorso, è stato un campo attrezzato per ospitare un po’ di immigrati, tra l’altro solo quelli con il permesso di soggiorno, che non sono la maggioranza. È una cosa che succede ormai un po’ dappertutto nelle campagne del Sud. Si parla di emergenza umanitaria. Si fanno interventi umanitari. Quest’anno è arrivata persino Emergency. E c’è Medecin sans frontiere!

Invece, bisognerebbe indagare le cause di quelle situazioni. E la causa non è che lo straniero di per sé è povero, e che porta con sé la povertà come se la povertà lo accompagnasse dovunque si sposta. Non è detto che ogni raccolta nei campi fatta da stranieri debba essere considerata un’emergenza umanitaria. Non succede così, ad esempio, per la vendemmia in Piemonte. Invece nel Sud sembra che sia così. Cassibile, vicino a Siracusa, è una zona storica per la raccolta delle patate. Prima le raccoglievano i messinesi, che emigravano da Messina a Siracusa per raccoglierle. Ora invece le raccolgono gli africani. Anni fa lì c’è stato un incendio in una baraccopoli. Da allora sono arrivate le prime tendopoli con appresso la Croce Rossa. E alla fine si è introdotto dappertutto questo modello: tendopoli, controlli della polizia agli ingressi, e così via.

Dove vuoi arrivare con questo discorso?
Io dico che si dovrebbe fare in modo che la raccolta diventi una normale attività economica. Se un domani la Fiat pagasse gli operai 20 euro al giorno, che cosa si farebbe? Si va a mettere una tendopoli fuori dai cancelli di Mirafiori? Si preparano i kit di emergenza per assistere gli operai ridotti in miseria? Non credo che sia questa la risposta. Il fatto è che si affronta la questione degli stranieri come se fosse una realtà separata dalla normalità della vita. Non si tratta nemmeno di razzismo. Secondo me la questione è più a monte. C’è di più l’idea che un problema che riguarda uno straniero non abbia niente a che vedere con un problema che riguarda un italiano. Questa è una mentalità che hanno un po’ tutti, non solo i leghisti. Ce l’hanno anche persone di buona volontà, che si impegnano, ma che di fatto la pensano così.
Io non parlo di razzismo. Parlo piuttosto di “separazione concettuale”. C’è l’idea che un problema che riguarda uno straniero è un problema “altro”. Faccio un esempio. In Puglia e anche in Basilicata c’è una lunga tradizione di lotta al caporalato. È la terra di Di Vittorio. Quindi la gente sa come reagire perché l’ha già fatto. Sanno come si affronta il problema del caporalato. Lo hanno già fatto i loro padri, i loro nonni… Il sindacato sapeva e sa cosa fare per evitare che si formi questa intermediazione tra il padronato e i braccianti. Ma oggi non si fa nulla. Si è convinti che il problema che un tempo ha avuto tuo padre e il problema che adesso ha il lavoratore ghanese sono due cose completamente diverse. Invece sono esattamente la stessa cosa.

Va bene. Ma le rivolte che ci sono state hanno cambiato in qualche modo la situazione?
Sì, questo sistema di cose ha subito una forte rottura. Prima per via delle rivolte che ci sono state, poi per via degli scioperi. Se noi oggi stiamo qui a parlare di Rosarno, dei migranti e delle campagne meridionali, è perché c’è stata questa reazione. Si tratta, in sostanza, di quattro episodi. Il primo è la rivolta di Castelvolturno, in Campania, contro la camorra, dopo la strage di San Gennaro. Poi ci sono state le due rivolte di Rosarno contro la ‘ndrangheta: la prima nel 2008 e poi quella nel 2010. Infine gli scioperi. Prima quello di Castelvolturno, lo “sciopero delle rotonde”, quando i lavoratori africani si sono riuniti nei luoghi dove la mattina vengono presi dai caporali come braccianti e edili. Un vero sciopero con tanto di cartelli in cui si diceva “Non lavoro per meno di 50 euro”. E poi quello di Nardò, in Puglia, quest’estate.
Questa politicizzazione degli stranieri ha un motivo semplice. Molte di queste persone o vivono nelle campagne, ma a stretto contatto con associazioni e operatori sociali, e quindi si sensibilizzano, oppure vengono dalle fabbriche del Nord, dove, a causa della crisi, sono stati messi in cassa integrazione o hanno perso il lavoro. E chi viene dal Nord spesso è gente già sindacalizzata e quindi, quando arriva in Puglia, non accetta tutto. Negli anni passati, invece, la raccolta la faceva gente appena arrivata da Lampedusa. A Nardò era questa la situazione.

In più c’è stato un altro elemento interessante: il leader di questa protesta è un giovane del Camerun che studia a Torino, al Politecnico. È andato giù in Puglia a fare la raccolta per pagarsi le tasse dell’università, come spesso facevano tanti ragazzi italiani. Quando è arrivato e ha visto che la raccolta dell’anguria era ferma e che la raccolta del pomodoro veniva pagata dieci volte di meno, ha pensato: ma che stiamo a fare qui, sotto il sole d’agosto, nel Salento, durante il mese del Ramadan, per non guadagnare nulla? E dunque ha promosso uno sciopero, che non è stato solo contro le aziende ma anche contro i caporali. E questa è stata una cosa molto importante, perché scontrarsi contro i caporali ha significato scontrarsi contro i propri connazionali.

Perché secondo te “Gli africani salveranno Rosarno”?
Ero stato a Rosarno qualche tempo prima della rivolta del 2008. C’era una violenza endemica. Due o tre famiglie mafiose avevano distrutto l’economia locale delle arance. Era una realtà impoverita, un paese abbrutito. Quando c’è stata la rivolta del 2008 è sembrato che avvenisse un totale rovesciamento della situazione.

Due persone avevano rapinato degli africani che stavano tornando alla fabbrica diroccata con in tasca la paga: gente poverissima, che d’inverno non aveva neanche le scarpe e girava con le infradito. Rapinare gente così vuol dire essere oltre la criminalità. E gli hanno anche sparato, ferendone alcuni.

È seguita una rivolta per le strade del paese, cassonetti rovesciati, ma nessuna violenza. Poi il giorno dopo tantissimi africani hanno fatto la fila di fronte alla caserma dei carabinieri, descrivendo con chiarezza l’identikit di uno dei rapinatori. Che poi è stato arrestato. Questi africani, che magari sono clandestini, hanno però dimostrato di avere il senso dello Stato, cosa che non tutti gli italiani in questa terra hanno.

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Ingiustizia e sfruttamento più che razzismo

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Rosarno due anni dopo / Intervista ad Antonello Mangano di Giampiero Forcesi

“Ho scritto un libro intitolato Gli africani salveranno Rosarno (terrelibere.org 2009) – mi dice Antonello Mangano – perché quei braccianti hanno avuto il coraggio di denunciare i balordi che li avevano rapinati e che poi gli avevano pure sparato. Si sono messi in fila davanti alla caserma dei carabinieri e hanno descritto il rapinatore. Che poi è stato arrestato, e si è anche scoperto che era un esponente della ‘ndrangheta…”.

Un gesto di coraggio che ha dato una nuova occasione a Rosarno di alzare la testa contro la mafia locale e contro il sistema di sfruttamento che vige nelle campagne. Rosarno ha una tradizione di lotta alla ‘ndrangheta, e non è un paese razzista. Il problema, in queste zone, non è il razzismo, ma l’ingiustizia di un sistema di produzione agricola che schiaccia i piccoli proprietari, e che provoca, oggi come ieri, il ricorso al caporalato, alle paghe più infime, a condizioni disumane di lavoro.
E a fare i caporali, oggi, non sono gli italiani, ma gli stessi africani, o i rumeni, o i bulgari…

Antonello Mangano è autore di numerose inchieste sociali che pubblica su “il manifesto” e su “Carta”, sul sito www.terrelibere.org. A Rosarno era tornato anche nel 2010, aggiornando il suo libro precedente, uscito poi in una nuova edizione con Rizzoli e il titolo modificato: Gli africani salveranno l’Italia. A ottobre 2011 è uscito un suo nuovo libro Sì alla lupara, no al cous cous. Mentre la Lega vietava il kebab, la ’ndrangheta si mangiava la Padania.

Antonello, hai girato in lungo e in largo le campagne meridionali, dove lavorano ormai quasi solo gli stranieri. E in particolare hai conosciuto Rosarno. Che idea ti sei fatto?
Rosarno è un caso estremo. Ma è tutto il sistema agricolo che è malato. Distorto. Gli italiani nei campi non ci vanno più. Però esiste il fenomeno dei falsi braccianti, dei contributi europei incassati con l’inganno. Nei campi ci vanno quasi solo gli stranieri, quasi sempre in nero. Quanto ai piccoli proprietari, spesso non ce la fanno a pagare salari regolari, perché sono stretti dentro un sistema inquinato, una lunga filiera fatta di passaggi inutili, di mediazioni estorsive, di presenze mafiose che condizionano il trasporto dei prodotti agricoli e la gestione dei grandi mercati. È un sistema in cui si mescolano globalizzazione e assistenzialismo, economia mafiosa e sfruttamento. A rimetterci di più, alla fine, sono i lavoratori stranieri e i consumatori. Io vivo in Sicilia. Al mercato i pomodorini li pago 2,5 euro. Quegli stessi pomodorini vengono raccolti a pochi chilometri da casa mia per pochi centesimi.

Ho visto che sei critico nei confronti di come la stampa ha parlato di Rosarno in occasione della rivolta dei braccianti africani due anni fa. Perché?
I giornali hanno capovolto i termini del problema. Hanno incentrato i loro racconti e i loro commenti sull’immagine dell’africano che dorme in strada o nella fabbrica abbandonata. Ma non è vero che lo straniero è povero perché è straniero. Non è povero perché è africano. Lui si trova ad essere il prodotto di quel sistema malato. E mentre noi al supermercato non sappiamo niente dei prodotti che compriamo, di quel che c’è dietro, invece veniamo messi di fronte all’immagine dell’africano nel casolare abbandonato. E quel che ne viene fuori è che l’africano è povero, e che bisogna dargli una mano, intervenire con i soccorsi, la Croce Rossa, la protezione civile… In tutti i posti in cui si creano situazioni drammatiche come a Rosarno, ci si riduce a parlare di campi di accoglienza per far fronte all’emergenza. La risposta alla rivolta di Rosarno, l’anno scorso, è stato un campo attrezzato per ospitare un po’ di immigrati, tra l’altro solo quelli con il permesso di soggiorno, che non sono la maggioranza. È una cosa che succede ormai un po’ dappertutto nelle campagne del Sud. Si parla di emergenza umanitaria. Si fanno interventi umanitari. Quest’anno è arrivata persino Emergency. E c’è Medecin sans frontiere!

Invece, bisognerebbe indagare le cause di quelle situazioni. E la causa non è che lo straniero di per sé è povero, e che porta con sé la povertà come se la povertà lo accompagnasse dovunque si sposta. Non è detto che ogni raccolta nei campi fatta da stranieri debba essere considerata un’emergenza umanitaria. Non succede così, ad esempio, per la vendemmia in Piemonte. Invece nel Sud sembra che sia così. Cassibile, vicino a Siracusa, è una zona storica per la raccolta delle patate. Prima le raccoglievano i messinesi, che emigravano da Messina a Siracusa per raccoglierle. Ora invece le raccolgono gli africani. Anni fa lì c’è stato un incendio in una baraccopoli. Da allora sono arrivate le prime tendopoli con appresso la Croce Rossa. E alla fine si è introdotto dappertutto questo modello: tendopoli, controlli della polizia agli ingressi, e così via.

Dove vuoi arrivare con questo discorso?
Io dico che si dovrebbe fare in modo che la raccolta diventi una normale attività economica. Se un domani la Fiat pagasse gli operai 20 euro al giorno, che cosa si farebbe? Si va a mettere una tendopoli fuori dai cancelli di Mirafiori? Si preparano i kit di emergenza per assistere gli operai ridotti in miseria? Non credo che sia questa la risposta. Il fatto è che si affronta la questione degli stranieri come se fosse una realtà separata dalla normalità della vita. Non si tratta nemmeno di razzismo. Secondo me la questione è più a monte. C’è di più l’idea che un problema che riguarda uno straniero non abbia niente a che vedere con un problema che riguarda un italiano. Questa è una mentalità che hanno un po’ tutti, non solo i leghisti. Ce l’hanno anche persone di buona volontà, che si impegnano, ma che di fatto la pensano così.
Io non parlo di razzismo. Parlo piuttosto di “separazione concettuale”. C’è l’idea che un problema che riguarda uno straniero è un problema “altro”. Faccio un esempio. In Puglia e anche in Basilicata c’è una lunga tradizione di lotta al caporalato. È la terra di Di Vittorio. Quindi la gente sa come reagire perché l’ha già fatto. Sanno come si affronta il problema del caporalato. Lo hanno già fatto i loro padri, i loro nonni… Il sindacato sapeva e sa cosa fare per evitare che si formi questa intermediazione tra il padronato e i braccianti. Ma oggi non si fa nulla. Si è convinti che il problema che un tempo ha avuto tuo padre e il problema che adesso ha il lavoratore ghanese sono due cose completamente diverse. Invece sono esattamente la stessa cosa.

Va bene. Ma le rivolte che ci sono state hanno cambiato in qualche modo la situazione?
Sì, questo sistema di cose ha subito una forte rottura. Prima per via delle rivolte che ci sono state, poi per via degli scioperi. Se noi oggi stiamo qui a parlare di Rosarno, dei migranti e delle campagne meridionali, è perché c’è stata questa reazione. Si tratta, in sostanza, di quattro episodi. Il primo è la rivolta di Castelvolturno, in Campania, contro la camorra, dopo la strage di San Gennaro. Poi ci sono state le due rivolte di Rosarno contro la ‘ndrangheta: la prima nel 2008 e poi quella nel 2010. Infine gli scioperi. Prima quello di Castelvolturno, lo “sciopero delle rotonde”, quando i lavoratori africani si sono riuniti nei luoghi dove la mattina vengono presi dai caporali come braccianti e edili. Un vero sciopero con tanto di cartelli in cui si diceva “Non lavoro per meno di 50 euro”. E poi quello di Nardò, in Puglia, quest’estate.
Questa politicizzazione degli stranieri ha un motivo semplice. Molte di queste persone o vivono nelle campagne, ma a stretto contatto con associazioni e operatori sociali, e quindi si sensibilizzano, oppure vengono dalle fabbriche del Nord, dove, a causa della crisi, sono stati messi in cassa integrazione o hanno perso il lavoro. E chi viene dal Nord spesso è gente già sindacalizzata e quindi, quando arriva in Puglia, non accetta tutto. Negli anni passati, invece, la raccolta la faceva gente appena arrivata da Lampedusa. A Nardò era questa la situazione.

In più c’è stato un altro elemento interessante: il leader di questa protesta è un giovane del Camerun che studia a Torino, al Politecnico. È andato giù in Puglia a fare la raccolta per pagarsi le tasse dell’università, come spesso facevano tanti ragazzi italiani. Quando è arrivato e ha visto che la raccolta dell’anguria era ferma e che la raccolta del pomodoro veniva pagata dieci volte di meno, ha pensato: ma che stiamo a fare qui, sotto il sole d’agosto, nel Salento, durante il mese del Ramadan, per non guadagnare nulla? E dunque ha promosso uno sciopero, che non è stato solo contro le aziende ma anche contro i caporali. E questa è stata una cosa molto importante, perché scontrarsi contro i caporali ha significato scontrarsi contro i propri connazionali.

Perché secondo te “Gli africani salveranno Rosarno”?
Ero stato a Rosarno qualche tempo prima della rivolta del 2008. C’era una violenza endemica. Due o tre famiglie mafiose avevano distrutto l’economia locale delle arance. Era una realtà impoverita, un paese abbrutito. Quando c’è stata la rivolta del 2008 è sembrato che avvenisse un totale rovesciamento della situazione.

Due persone avevano rapinato degli africani che stavano tornando alla fabbrica diroccata con in tasca la paga: gente poverissima, che d’inverno non aveva neanche le scarpe e girava con le infradito. Rapinare gente così vuol dire essere oltre la criminalità. E gli hanno anche sparato, ferendone alcuni.

È seguita una rivolta per le strade del paese, cassonetti rovesciati, ma nessuna violenza. Poi il giorno dopo tantissimi africani hanno fatto la fila di fronte alla caserma dei carabinieri, descrivendo con chiarezza l’identikit di uno dei rapinatori. Che poi è stato arrestato. Questi africani, che magari sono clandestini, hanno però dimostrato di avere il senso dello Stato, cosa che non tutti gli italiani in questa terra hanno.

 

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