da La Gazzetta del Mezzogiorno: Basilicata, contrasto al lavoro nero la Regione balbetta

 

Basilicata, contrasto
al lavoro nero
la Regione balbetta
 
di MIMMO SAMMARTINO
POTENZA – In Basilicata si continua a morire di lavoro. Ed è più facile rimanere vittime di questa «guerra» non dichiarata quando non sono rispettati i criteri di tutela, i diritti essenziali dei prestatori d’opera. Quando non ci sono sufficienti garanzie di sicurezza, quando i tempi di lavoro si dilatano enormemente cosa che facilita il venir meno della soglia di attenzione necessaria a evitare i pericoli. Quando il lavoro, insomma, diventa «nero».

Intanto si aspetta la carica dei raccoglitori nelle campagne e si prospetta l’ennesima offesa: quella che assume le sembianze della mancata accoglienza (si chiede loro di lavorare duramente, ma senza neppure concedere loro uno straccio di tetto decente, i servizi minimi di civiltà, per non parlare di diritti).

Nei giorni scorsi il Governo nazionale ha approvato il decreto con il quale si incentiva chi aiuta l’emersione del lavoro nero. C’è una specie di patto che viene proposto alle stesse vittime (che sovente, per necessità, diventano loro malgrado complici di sfruttatori e «caporali») è il seguente: chi denuncia i «caporali» potrà uscire dalla clandestinità con un permesso di soggiorno («per fini umanitari») rinnovabile fino a un anno. Un provvedimento che recepisce una normativa europea.

E in Basilicata che cosa si sta facendo per sostenere l’emersione del lavoro nero? Se ne parla, se ne discute. C’è chi prende sul serio la questione ritenendola una delle cartine di tornasole del livello di civiltà di una comunità e di un Paese. Ma c’è anche chi cincischia e, appena può, gioca alla tela di Penelope. A disfare cioé quel poco che si è tentato di costruire.

La Giunta regionale di Basilicata, nello scorso dicembre, ha presentato un disegno di legge sul tema. Conteneva alcune novità in materia di contrasto del lavoro nero. I sindacati avevano sollecitato alcuni miglioramenti possibili da apportare a quella proposta. La Cgil, ad esempio, denunciava che «erano stati introdotti paletti pleonastici (come il rispetto del contratto di lavoro e l’obbligo del documento unico di regolarità contributiva) già previsti da leggi nazionali. Che mancavano strumenti concreti ai quali subordinare il riconoscimento di incentivi: in tema di indici di congruità, per l’emersione in agricoltura, mancavano strumenti per far emergere i piccoli lavori nella ristorazione, come mancava un protocollo per aumentare i servizi ispettivi». Per affiancare agli incentivi per i virtuosi, controlli e conseguenze per gli inadempienti.

Per Alessabdro Genovesi, segretario regionale della Cgil, «i primi a dare l’esempio dovrebbero essere gli attori degli appalti delle pubbliche amministrazioni». Inoltre bisogna riconoscere, come comportamento positivo, «la clausola sociale (anche perché molto lavoro nero e grigio è legato al cambio di appalto con il ricorso al massimo ribasso)». Infine la Cgil chiedeva «una posta di investimento iniziale calcolando, sulla base di dati Ocse, che per ogni milione di euro speso, la possibilità di recupero in termini di maggiore entrate fiscali e previdenziali è almeno 50 volte tanto».

Poi il disegno di legge è andato in quarta Commissione. Risultato: non solo non è stato accolto alcun rilievo sindacale, ma la legge – assicura la Cgil – è uscita molto peggiore di come era entrata. Domanda: com’è possibile che alcuni esponenti di maggioranza affossino una proposta del presidente De Filippo?
 

 

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