da La Gazzetta del Mezzogiorno: Migranti e lavoratori nei tuguri dei campi dell’Alto Bradano

 

Migranti e lavoratori nei tuguri dei campi dell’Alto Bradano

 

di FRANCESCO RUSSO

Il copione è sempre lo stesso per gli immigrati africani che, in estate, arrivano in Basilicata per la raccolta del pomodoro. Vivono nei casolari disseminati nelle campagne dell’Alto Bradano lucano, nella vasta zona che comprende Gaudiano, Lavello, Boreano, Montemilone, Palazzo San Gervasio. Sono sfruttati dai caporali, sottopagati, e spesso smettono di lavorare per alcuni giorni, perché i pomodori da raccogliere non bastano per fronteggiare le esigenze occupazionali di tutti.

Nei ruderi del Vulture Melfese sono almeno 600, i braccianti più o meno individuati dagli operatori sociali e istituzionali. Ma ce ne sono molti altri che non esistono per la maggior parte della gente, in condizioni di semi irregolarità; che si nascondo nell’ombra dopo una giornata di fatica al sole; che spariscono nei bui casolari senza elettricità, e privi di condizioni igieniche minimamente accettabili. «Di lavoratori ne sono arrivati tanti, diverse centinaia, e come sempre si trovano a vivere nei casolari dell’area nord lucana », dice Vincenzo Esposito, segretario regionale della Flai-Cgil.

«Il problema – spiega – è che molti di loro sfuggono alle nostre verifiche, e che la maggior parte sono semi-clandestini. L’Ispettorato del lavoro sta facendo molte verifiche, ma dagli elenchi risultata che vengono dichiarate poche giornate rispetto ad un periodo che va da agosto a ottobre. Questo significa che c'è lo zampino dei caporali, ormai tutti africani, che continuano a gestire la manodopera. Per questo motivo – continua Esposito – sarà utile la nuova legge, che assicura il permesso di soggiorno ai lavoratori che si decideranno a denunciare i caporali, e le aziende che sfruttano la manodopera». Rispetto agli scorsi anni, la situazione non è certamente migliorata. «C'è un gran lavoro delle associazioni e dell’assessorato provinciale – dice ancora Esposito -, ma non basta: le istituzioni dovrebbero essere più presenti, perché la vera emergenza continua ad essere il modo in cui i lavoratori africani continuano a vivere. Adesso viene garantita l’acqua potabile, e questo almeno è importante. Ma si può fare di più». Nel frattempo, l’ex centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio (ora Centro di identificazione ed espulsione) rimane chiuso. «Quella struttura – sottolinea Esposito – è stata ristrutturata per bene ma rimane chiusa, sotto la regia del Ministero dell’Interno. È un vero peccato: il centro di Palazzo potrebbe essere riaperto, per far fronte all’emergenza in un edificio controllato e sicuro».

 

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