da Il Manifesto: Uomini E CAPORALI, Racconto di Anselmo Botte

Uomini E CAPORALI

 
 Anselmo Botte
 
Larby, marocchino cinquantenne, passava la giornata a radunare squadre, spostarle da un fondo all'altro, controllarle. La sera si ubriacava di birra. Una storia vera dalla Piana del Sele
«Hamed? Cosa vuol dire questo? Devo sempre lamentarmi di voi? Perché non avete finito prima da quella parte. Vi avevo detto quel filare per le otto, e invece siete qui…», disse Larby.
«Ma l'autista ci ha detto…», brontolò appena Hamed.
«L'autista!…» gridò furibondo Larby «possibile che non avete ancora capito che dovete stare a sentire solo quello che vi dico io, dare retta a me, e a nessun altro! Fate i furbi, vi siete messi a raccogliere dove ce ne sono di più. Bravi! E io vi conto un cassone in meno».
«Ma l'autista ha detto…». Un violento manrovescio si stampò sulla faccia di Hamed, la testa gli rintonò, e senza sapere come si ritrovò steso a terra; sulla schiena sentiva l'umido dei pomodori schiacciati dal peso del suo corpo. Aspetta un attimo, cosa è successo? In piedi, davanti a lui, appariva Larby: alto di statura, piuttosto massiccio, un baffetto appena accennato sotto al naso, trasandato, capelli neri, crespi, sotto un cappello di paglia sfilacciato. Hamed aveva un viso floscio, stravolto dalla fatica, sporco, la terra e la polvere gli coprivano ogni pezzo di pelle. Un filo di sangue sotto il naso, asciugò col dorso della mano, poi l'osservò meravigliato prima di mostrarlo con uno spasimo triste a Larby.
«Hai capito adesso?», disse Larby, «niente più scuse con me… una volta per tutte… Siamo intesi? Ah, un'altra cosa! Sul furgone ci sono dieci bottiglie di acqua fresca. Fanno dieci euro. Fatevela bastare».
Tolse il cappello, si asciugò la fronte con un fazzoletto di cotone e si diresse verso il furgone. Hamed si rialzò, fissò quel cranio crespo e gli venne una voglia matta di spaccarlo in due come un cocomero; con una mazza, un'ascia, non era importante l'arma. Poi la rabbia gli strinse la gola, avvertì un acuto senso di sete, dimenticò tutto e ringraziò Larby, il caporale, una bella sbornia d'acqua avrebbe cancellato tutto, anche quel filo di sangue che scendeva dal naso.
Oltre la metà del mese di agosto era passata, pomodori ce n'erano ancora tanti, almeno un altro mese di lavoro. Larby ebbe la sensazione e capì che avrebbe avuto bisogno di molta forza e di molta pazienza per arrivare fino in fondo. Hamed, con passi stanchi e il palmo della mano sotto al naso si avvicinava al furgone e alla sua bottiglia d'acqua fresca. Gli altri lo seguivano a distanza. Mentre stavano tutti la a dissetarsi, sbucò all'improvviso Larby:
«Beh? Con comodo mi raccomando! Avete intenzione di stare lì tutto il giorno? Parola mia, non trovo nessuno, se no, vi avrei mandato a spasso da tempo».
La squadra riprese in fretta a lavorare, il caporale contava il campo che gli rimaneva da raccogliere. Due tir con rimorchio erano fermi dentro il fondo, aspettavano d'essere caricati, un altro era in viaggio, faceva già caldo e fra un po' sarebbe stato un inferno: duro arrivare a mezzogiorno. Larby ritornò col passo pesante verso il furgone, aprì lo sportello, prese il telefono:
«Allò, allò… capo mi sentite? Sarà bene bloccare gli altri autisti, noi ci affrettiamo, ma dopo questi due tir e un altro che sta per arrivare facciamo le due oggi…». Fu interrotto bruscamente e il suo volto si rabbuiò nel sentire che a quello in arrivo occorreva aggiungere un altro ancora.
«Al diavolo!», disse Larby, «non facciamo in tempo, e dopo le due, con questo caldo, finisce che qualcuno crepa».
Aveva voglia di bestemmiare, ma si trattenne, si limitò a battere un pugno sul cruscotto, ascoltò ancora in silenzio sillabando dei deboli «sì, sì»; quando riagganciò era furibondo, prese a calci il parafango. Anche le mani avevano voglia di darsi da fare, attaccò a menare pugni sul cofano, si dovette trattenere al suono dell'allarme. No, non avrebbe potuto pretendere, dalla sua squadra di faticare con il barometro a quaranta gradi e novanta di umidità. Puntò lo sguardo su quelle schiene piegate e sulla fila di cassoni che attendevano d'essere riempiti e così pensò:
«Ma ditemi un po', mi avete preso per uno stupido. Ho la faccia dello stupido? Come si fa a pretendere cassoni, sempre più cassoni, con meno gente, sempre meno gente? O così o sei fuori! I guai non sono mai abbastanza. Guarda un po' che capita: cerchi di fare il tuo dovere e fare contenti tutti – chi la vuole cruda, chi la vuole cotta – e alla fine a nessuno va bene niente. E io qui che per tirare avanti neppure mi lavo, sporco dalla testa ai piedi, indosso quattro stracci per confondermi con loro: dov'è il caporale? Boh! Di chi è quel furgone? Boh! Ssst…ssst…, ragazzi non fiatate. Al diavolo tutti! Attento qua, attento la. Se mi fermano per strada sono rovinato, si va a finire in galera adesso, non te la cavi più con una multa, e addio reputazione di uomo forte e generoso. Torno a casa, giuro che dopo questa stagione torno in Marocco. Un po' di soldi li ho messi da parte, faccio contenta mia moglie, rivedo i mie figli che neanche conosco più. Tutti mi vogliono così male: quelle bestie con la schiena piegata invece di ringraziarmi perché ogni giorno li faccio lavorare e guadagnare qualche centesimo, che fanno? Se potessero mi spaccherebbero la testa in due come un cocomero. Bravi! Voglio vedere poi… Così va la vita! E quell'altro maiale del padrone… difficile accontentarlo, mai contento di quello che faccio. Dice: i pomodori sono maturi, un altro giorno e si perdono, li faccio pagare a te. Deluso, sempre deluso; l'unico pensiero della sua vita: una sfida continua contro il tempo e contro il sole, una sfida primitiva contro la natura che gli marcisce i pomodori. E io che ci posso fare? Lavoratori rudi, padroni irragionevoli, poliziotti attenti; qualche anno ancora e qualcosa succederà in queste terre calde: una rivoluzione sociale. Qualche anno ancora e leviamo le tende, la facciamo finita con questo sporco gioco. Torno a casa, cara moglie mia, con una macchina carica come un uovo, mi dovranno tremare le mani per lo sforzo di scaricarla. Me ne vado, al diavolo tutto! E poi voglio vedere quelli che hanno una cattiva opinione del mio lavoro come se la caveranno: trenta ragazzi per domani mattina, mi raccomando all'alba; dopodomani venti qua e venti là; quelli non mi piacciono, trovane altri. Correre su e giù per strade impolverate… buche… sassi. Ne vedremo delle belle di certo. Un giorno, una settimana, un mese al massimo, e rimpiangerete i tempi antichi, e cercherete altra gente che abbia la nostra carne e il nostro sangue. Alla fine sarete stanchi, sarete voi a cercarci. Peccato che non ci sarò a rallegrarmi quel giorno! Sarà penoso per voi ammettere che senza di noi la giostra si ferma».
Così la pensava Larby Benkadir, marocchino sotto i cinquanta, di professione caporale; camminava rapido nei campi della Piana del Sele da oltre vent'anni. Passava la giornata a radunare squadre, spostarle da un fondo all'altro, controllarle, e la sera al bar a ubriacarsi di birra e a sgranocchiare semi di girasole tostati. Era stanco di quella vita, stava consumando la sua esistenza sfruttando quella dei suoi fratelli, ma questo lui non lo ammetterà mai. Convinto com'era che la sua fosse una missione per fare del bene, la faceva con dignità, alla luce del sole, assolveva a un dovere sociale trascurato dallo stato. La sua vita scorreva sempre uguale: storia avventurosa dall'alba al tramonto, quando le ombre sono pronte a confondere la mente. E nessuno aggiunge a questa strana autobiografia almeno tre anni di galera.

 

 

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