da Campagne in Lotta: Ghetto e contro-ghettizzazione?

Ghetto e contro-ghettizzazione?

Aggregazione sociale del ghetto favorisce l’intervento rispetto ai casolari isolati (anche se i rapporti sociali che si creano nella maggioranza dei casi sono mediati molto da interessi economici e “clientelari” e commerciali a vari livelli).

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  • Il ghetto nella sua apparente spontaneità si rivela in realtà molto ordinato e controllato, nella sua condizione di marginalità costante e strutturale, regolato da dispositivi che rompono la solidarietà e strumenti di ricattabilità: frammentazione della forza lavoro, salari differiti nel tempo e tra lavoratori appartenenti ad una stessa squadra.

NB: ghetto è frutto di sistemi di sfruttamento a più livelli: bisogni riproduttivi dovrebbero essere garantiti da padrone che si appropria di frutti derivati da lavoro altrui e neanche copre necessità basiche per mantenimento di attività produttiva (profitto vs cibo casa servizi trasporto).

Allo stesso tempo il ghetto è funzionale allo sfruttamento stesso perché ne mantiene la sopravvivenza in questi termini estremi.

  • Frutto anche di sfruttamento territorio con monocultura che sfalza i ritmi stagionali del lavoro agricolo: braccianti tutti insieme in stesso periodo per pomodoro, lavoro anche di notte per rapporto quantità-prezzi (filiera produttiva)

  • Isolamento é utile a celare realtà di sfruttamento lavorativo a occhi di comunità locale e di tutti in generale.

Intervento ghetto in generale:

Pratiche di rottura dell’isolamento, dando strumenti minimi d’informazione (sportello legale e rinvio a servizi presenti sul territorio), cogestione di uno spazio (rottura con tende messe dopo l’incendio della consuetudine nell’ordinamento spaziale del ghetto Il controllo dello spazio del ghetto è emerso con la fase di ricostruzione della parte frontale di servizi, camere, alimentari ecc.. che è avvenuta tale e quale a prima dell’incendio da parte di lavoratori stessi (addetti a edilizia ma anche braccianti che ci vivevano dentro). Si è verificata una rottura delle dinamiche consolidate nel ghetto per 24h dopo l’incendio: tende della caritas e 2 cene collettive cucinate da loro con nostra bombola. Allora si è verificato evidente controllo di caporali maghrebini mai visti prima che giravano in tende di io ci sto a controllare e fare azioni di disturbo, infatti alla fine sono venuti in pochi a dormirci. Ma in quel frangente si è riusciti a comunicare di più con gente che altrimenti non sarebbe stata facilmente intercettabile: avvicinamento alla radio, schede sociali per documenti prefettura.

Lo spazio utilizzato per l’intervento era situato ad una estremità del ghetto, inizialmente con una tenda per la radio, una per la ciclofficina e l’orientamento legale, ed uno spazio coperto per la scuola di italiano. Il decentramento di queste tende ha creato una sorta di isola di socialità parzialmente indipendente dal resto del ghetto, che se da un lato ha accentuato la divisione tra le attività di Io ci Sto e la vita quotidiana dei lavoratori, dall’altro ha facilitato una libertà di espressione ed una socialità più spontanea, più protetta dal controllo di chi gestisce i rapporti di potere nel ghetto e meno costretta all’interno di spazi predefiniti. Il decentramento ha infatti influito sull’affluenza dei lavoratori nel periodo di picco dell’attività di raccolta: agli inizi di settembre il numero di uomini che frequentavano la scuola di italiano e la radio era visibilmente inferiore alle settimane precedenti.

L’ incendio con cause accidentali ha rotto degli equilibri interni di gestione e controllo dello spazio su cui si fonda il controllo sociale del ghetto. In seguito all’incendio che ha distrutto un numero consistente di baracche, le tende messe a disposizione da Io ci Sto nello spazio contiguo a quello di radio e scuola, hanno costituito un’occasione di autogestione della turnazione per l’occupazione dei posti letto, e di relazioni sociali meno basate sulla diffidenza reciproca e il sospetto di quanto non si verifichi altrove nel ghetto, ad esempio nei locali dove si vendono bevande, cibo e spesso prestazioni sessuali e dove il centro di aggregazione è spesso un programma televisivo o un video musicale ad alto volume. nello spazio Io ci Sto, ad esempio, i lavoratori hanno preso parte ad un torneo di dama che, sebbene non sia stato portato a termine causa defezione degli iscritti, è sfociato in momenti di gioco spontaneo.

In questo senso, abbiamo assistito ad un’alternanza di momenti di effettiva co-gestione di spazi e attività sentitamente partecipate, con momenti in cui le attività venivano invece percepite come erogazione di un servizio istituzionale e retribuito, e quindi preteso da una prospettiva puramente passiva.

In generale, oltre alle attività di socializzazione ci siamo resi conto dell’importanza di momenti di confronto più collettivo e basato su specifici temi di attualità che possano stimolare però anche considerazioni più ampie, trasversali e politiche.

Per il futuro sarebbe da incrementare questo tipo d’incontri soprattutto durante il picco lavorativo, che costituisce un momento in cui è più difficile la partecipazione continua e di massa al corso d’italiano e che coincide con una maggior confidenza relazionale raggiunta con alcuni abitanti e lavoratori nel mese precedente. Si potrebbe pensare di fare proiezioni film, documentari e iniziative informative-dibattito dislocate anche in altri spazi del ghetto, non solo presso le nostre tende…soprattutto nelle giornate di picco lavorativo in cui i lavoratori tornano, mangiano e non si schiodano dai localini in cui prevalentemente muoiono davanti alle televisioni.

Scuola italiano:

La scuola di italiano era pensata come un’occasione per stabilire e coltivare rapporti interpersonali, raccogliere vissuti, informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro, e fornire informazioni sui diritti del lavoro e sui servizi legali e sanitari presenti sul territorio. L’approccio di fondo era orientato a fornire strumenti utili ad una maggiore consapevolezza ed autonomia rispetto alle questioni del lavoro, dei permessi di soggiorno, e del rapporto con chi organizza la manodopera, in particolare per far sì che il lavoratore possa stabilire un contatto diretto con il datore di lavoro. La partecipazione è stata influenzata dalla precarietà strutturale della vita del ghetto, che ha portato ad una discontinuità nella frequenza e negli orari di affluenza. Questo ha impedito al dibattito nelle varie classi di svilupparsi in maniera continua e approfondita. Ciononostante, nel corso delle settimane la scuola si è andata progressivamente strutturando con livelli più o meno definiti e riconosciuti dagli studenti stessi, e una efficace metodologia organizzativa basata sull’orientamento iniziale e l’accoglienza. Gli studenti hanno dimostrato grande interesse, tanto che frequentavano la scuola anche dopo lunghe giornate di lavoro e alcuni chiedevano il prolungamento degli orari e della durata dei corsi.

Proposte e riflessioni:

Ripensare orari ed attività differenti ( tipo film) per l’insegnamento dell’italiano nei giorni di picco lavorativo.

Cercare una maggior orizzontalità nel metodo d’insegnamento, stimolando il più possibile il confronto e il dibattito interno, orientando di più la discussione su temi d’attualità oltreché di grammatica (articoli giornale, documentari, interviste ad altri lavoratori in altri territori, documenti burocratici da compilare in vita reale…)

Pensare ad un modo per coinvolgere progressivamente i più avanzati nell’attività d’insegnamento agli alunni con livelli più bassi…e magari arrivare ad un punto in cui gli italiani supportano solamente e quelli che parlano meglio insegnano agli altri.

Pensare a corsi di lingue africane (Bambarà, wolof, pular…) per italiani…

Radio:

L’obiettivo generale della radio, come del corso di italiano, era di fornire uno strumento di comunicazione interna per i lavoratori, di intrattenimento ed espressione spontanea, e di rottura dell’isolamento del ghetto rispetto all’esterno.

Tutto questo era volto anche all’incoraggiamento di un dibattito rispetto alle condizioni di sfruttamento.

Inoltre, la radio era pensata come un mezzo per i promotori dell’intervento per conoscere la realtà del ghetto raccontata dagli abitanti stessi.

Lo spazio fisico della radio costituito da una tenda appositamente adibita ha permesso la creazione di una dimensione protetta, in cui potersi confrontare in maniera più aperta e talvolta intima, ma allo stesso tempo con una diffusione esterna, inizialmente anche molto estesa all’interno del ghetto tramite radioline distribuite nelle baracche e sintonizzazione di cellulari.

Partendo dalla descrizione e denuncia delle condizioni abitative del ghetto si è talvolta giunti a toccare anche il tema delle condizioni di sfruttamento lavorativo. Molti dei partecipanti si sono esposti molto e nella confidenzialità della tenda si sono confrontati pur nel timore di perdere il lavoro nei giorni successivi, vista la consapevolezza che ciò che stavano dicendo ad un pubblico apparentemente ristretto ed interno alla tenda in realtà si stava trasformando simultaneamente in un messaggio rivolto anche a molti altri.

Proposte e riflessioni:

Per il futuro forse ci è richiesta una maggiore delicatezza e attenzione nello stimolare e veicolare il dibattito e nel porre domande talvolta un po’ forzate rispetto al naturale sviluppo della discussione, soprattutto in tema lavorativo. Piuttosto esemplare e naturale è stato il fatto che nel picco della partecipazione sia di conduzione che di ascolto i omenti forse più interessanti e delicati sono avvenuti a microfono spento.

Sarà necessaria anche una ulteriore riflessione relativamente alla regia italiana nella conduzione sia tecnica che contenutistica della radio.

Se da un lato ci è stato fatto notare che talvolta si è data poca fiducia alle competenze acquisite dal gruppo che più ha dato continuità alla conduzione della radio, allo stesso tempo molto interessante è stato l’apporto dato nel suggerire interviste anche a distanza e confronti diretti con esperienze di vita e di lotta vissuti in altri contesti italiani (vedi saluzzo, castel nuovo scrivia, rassegna stampa su africa e altre lotte del lavoro ecc…)

Sarebbe auspicabile come per le altre attività, cercare di raggiungere un maggior livello di cogestione e partecipazione sia nei termini della programmazione del palinsesto sia nel trovare tecniche di promozione e divulgazione della radio.

Abbiamo riflettuto sul fatto che in tal senso la continuità del gruppo principale è stata data proprio da giovani che pur vivendo all’interno del ghetto non vivono integralmente una vita da braccianti, hanno lavorato loro malgrado pochi giorni e soprattutto l’esperienza al ghetto ha costituito solo una parentesi in una prospettiva di vita che si svolge per il resto dell’anno al nord , tra scuola e famiglia. Se da una parte questo li ha coinvolti nel breve scollamento finale che le attività hanno avuto rispetto ai nuovi intensi ritmi di lavoro, allo stesso tempo nella fase precedente ha costituito una elemento di forza nel dare continuità e nel proporre una prospettiva forse più cosciente e comunque intermedia fra i non abitanti del ghetto ed i braccianti più coinvolti dal circuito delle raccolte.

Anche la diffusione tramite cellulari se da un lato ha facilitato l’ascolto più capillare, dall’altra ha costituito una forma forse troppo individuale di partecipazione a radio ghetto, limitando la possibilità di discutere collettivamente e confrontarsi sulle notizie ed i programmi trasmessi. Per il futuro andrebbe valorizzato l’ascolto reale esterno soprattutto di carattere collettivo.

Far fare a Bamba e Madi che hanno seguito continuamente la radio un montaggio che possa servirci da trasmettere in varie radio militant e non e per eventuali iniziative informative e politiche di diffusione dell’esperienza e da far ascoltare ad altri braccianti durante altre stagioni di raccolta in altri territori.

Se si riuscisse a trasformarlo con un piccolo finanziamento in una specie di tirocinio formativo per loro presso qualche radio militant a nord (tipo radio blackout) accompagnati da qualcuno di noi che curi la parte contenutistica…un idea…parliamone…

Ciclofficina:

La ciclofficina è stata seguita prevalentemente da seminaristi. Dai loro racconti pare che i lavoratori non si aiutassero molto tra di loro, ma aspettavano tutti di passare dai volontari-militanti che custodivano gli attrezzi e ognuno aggiustava la propria bici in maniera del tutto solitaria e senza collaborazione reciproca nonostante gli inviti a farlo anche per risparmiare tempo ed evitare code inutili. Abbiamo ipotizzato due cause possibili:

  1. il fatto di essere spesso confusi con dipendenti del comune ha portato a richiedere assistenza più passivamente, talvolta pretendendo anche una efficienza del servizio e presupponendo una specifica competenza di coloro che supervisionavano l’attività della ciclofficina.

  2. La quotidianità dei braccianti modulata da rapporti prevalentemente economici e commerciali potrebbe averli abituati a nutrire una sfiducia aprioristica nei confronti degli altri lavoratori, magari chiedendo una mano a chi ne sapeva di più temevano che qualcuno potesse poi chiedere un compenso.

Proposte e riflessioni:

Vista la concreta efficacia della ciclofficina nell’aver dato uno strumento di autonomia ai lavoratori e avergli permesso di avere un mezzo di trasporto indipendentemente dal caporale abbiamo pensato che questa attività andrebbe valorizzata di più sia in termini tecnici che relazionali.

  • Si dovrebbe cercare di far capire meglio il nostro ruolo non stipendiato e soprattutto stimolare maggior collaborazione reciproca e usare la ciclofficina al pari del corso d’italiano in termini di raccolta di storie personali, come strumento per sviluppare rapporti più personali e di fiducia tra militanti-volontari e lavoratori, come luogo favorevole alla conoscenza reciproca e confronto diretto tra lavoratori.

  • Sarebbe interessante anche se ci fossero più donne a dare una mano..così per destrutturare un po’ di preconcetti di genere che si sono percepiti in maniera piuttosto netta da parte di alcuni abitanti del ghetto.

  • Potrebbe essere interessante, disponibilità e risorse permettendo, coinvolgere per il futuro più ciclofficine attive in giro per l’italia oltre ai ciclo amici di foggia, per provare a montare una ciclofficina itinerante, tipo con attrezzi in furgone in modo da girare anche nei casolari più distanti dal ghetto.

Per valorizzare l’aspetto di autogestione della ciclofficina e per ampliare il raggio d’intervento in modo da fornire a più lavoratori indipendenza.. L’idea potrebbe essere esportabile anche a Rosarno e dintorni?

  • Pensare anche a “lezioni a tema”, cioè giornate in cui si spiega come aggiustare i freni piuttosto che rattoppare la camera d’aria in modo da dissuadere dalla delega e fornire ancora strumenti di autonomia. Sarebbe ancor più bello se a dare queste lezioni basiche fosse qualcuno dei braccianti un po’ più esperto in materia!

Intervento donne:

Non vi era un intervento strutturato in tal senso quindi è stato soprattutto un lavoro conoscitivo e di avvicinamento quello che si è potuto notare in generale è che la prostituzione al ghetto aveva delle dinamiche atipiche rispetto a come altrove funziona prostituzione nigeriana in generale.Le donne che fossero prostitute o che si occupassero della cucina o dei posti letto (a volte entrambe le cose) sono sicuramente costrette ad un livello di emarginazione ed isolamento ancora più forte di quello dei braccianti.Instaurare rapporti di fiducia è molto difficile si è riusciti a farlo solo con poche singole

Estremamente difficile è stato entrare in contatto diretto con le donne che non lavorano nei ristorantini ma che si prostituiscono. In generale abbiamo percepito molta diffidenza e disinteresse nei confronti delle attività proposte da io ci sto. Probabilmente in parte dovuto al fatto che lo spazio di io ci sto era frequentato esclusivamente da lavoratori maschi ed in generale al ghetto la donna o sta dietro i fornelli o è una prostituta. Un giorno ad esempio è capitato che un paio di ragazze sono venute al corso d’italiano e qualcuno degli uomini si è lamentato, uno addirittura se ne stava andando affermando con stizza che quelle erano delle puttane e che se ci stavano loro lì lui se ne sarebbe andato….

Forse la scuola d’italiano non interessava anche per motivi culturali, nel senso che magari alcune donne non vedono nell’insegnamento della lingua uno strumento utile…la scuola non interessava proprio!

Visto che le donne di giorno non vanno nei campi ma restano a fare le “faccende” necessarie al mantenimento della vita nel ghetto, comunque venire a scuola magari ha rappresentato una perdita di tempo necessario a far altre cose tipo cucinare, pulire, ecc…Le donne sono come le baracche del ghetto, ne mantengono la struttura necessaria alla riproduzione continua del sistema sociale ed economico che vi si svolge dentro. Chissà magari molti ruoli sono anche stati introiettati, o si è prostitute o domestiche e allora perché andare al corso d’italiano o alle tende degli italiani..a fare cosa?

Probabilmente è anche questione di vissuti di tratta, di violenza ripetuta: la sfiducia è interiorizzata, la diffidenza legata all’esperienza di un contesto di vita perennemente difficile fa passar la voglia di mettersi ancora una volta in gioco e rischiare. Per cosa poi?

Come descritto nei report inoltre il contesto del ghetto ha evidenziato un sistema di prostituzione, se così si può chiamare per semplicità, molto diverso da quello conosciuto nelle strade di altre grandi città d’italia, meno strutturato, con più “libertà d’impresa” e soprattutto con una dimensione temporale più precaria in cui molte vanno e vengono passando al ghetto ma senza risiedere nel foggiano oltre un tempo limitato. Chi si prostituisce magari non ci tornerà più e chi invece torna è proprio chi gestisce le case e le stanze in affitto e che quindi ha un rapporto quantomeno ambiguo nei confronti di quelle che si prostituiscono…

Un giorno solo sono venute due donne al corso d’italiano, ma con un approccio assolutamente arrogante e provocatorio, probabilmente per verificare cosa si facesse lì, non a caso è avvenuto il giorno seguente ad una tentata distribuzione di preservativi in uno dei bordelli più evidenti del ghetto.

Onestamente questo contesto generale ha un po’ scardinato il modello classico di approccio con distribuzione di preservativi ed informazioni di carattere sanitario e promozione di servizi sanitari accessibili sul territorio che alcune di noi erano abituate ad usare per avvicinare le donne ed entrarci in relazione per capire, informare e proporre qualsiasi cosa.

Così è mancato uno strumento di relazione più approfondito che potesse creare un rapporto di maggior fiducia nei confronti del progetto io ci sto in generale.

Proposte:

Formalizzare attività rivolte al femminile per non rendere marginale questo tema all’interno dell’intervento al ghetto: corsi d’italiano nel primo pomeriggio o in mattinata, radio mista con diffusione informazioni di salute sessuale per parlare anche d’altro. In prospettiva si dovrebbe pensare ad un intervento parallelo a quello con i braccianti che possibilmente si intersechi con esso. …pensiamoci

Staffette su territorio:

Per quanto non si sia riusciti a farne moltissime se ne riconosce il ruolo fondamentale per comprendere dinamiche e territorio, proprio perchè il ghetto è il simbolo di una situazione molto più estesa e diversificata mappare la capitanata resta una delle pratiche da strutturare in futuro.

E’ mancato totalmente il contatto con lavoratori non africani. Abbiamo individuato alcuni “ganci” da cui poter partire a capire quantomeno il sistema di organizzazione dei lavoratori provenienti dall’est-europa (vedi mensa caritas di san severo) ma richiede un lavoro di staffette orientato e soprattutto più continuativo (servono più persone e preferibilmente rumeno-parlanti).

Si è girato poco per casolari, perché per farlo bene è necessario avere una parvenza di motivazione (si è tentato con distribuzione acqua, ma la ciclofficina potrebbe essere un metodo più interessante). Soprattutto ci è mancata la presenza di qualcuno che conoscesse meglio i braccianti che son passati da Rosarno o altri territori di raccolta. Infatti è molto probabile che i braccianti di lungo ciclo (che seguono le stagioni in vari territori) siano proprio quelli che stanno nei casolari, essendo “veterani” del circuito alloggiano in casolari dove non si paga affitto del posto letto o comunque ci arrivano tramite conoscenti o caporali. Il ghetto di fatto è un grande centro per l’impiego in cui arrivano i “novizi” della professione: chi è appena arrivato in italia, chi è irregolare o richiedente asilo da poco tempo o con diniego, chi ha perso il lavoro altrove. Tutte queste persone non hanno contatti pregressi col lavoro agricolo e arrivano al ghetto un po’ per passaparola e perché si sa che lì ci sono i caporali che ti danno lavoro.

Territorio, sindacati e orientamento legale:

Difficilissimo coinvolgere nelle nostre attività o coordinarci effettivamente con le associazioni, individui o servizi pubblici presenti sul territorio. Probabilmente c’è a monte una certa diffidenza ed incomprensione reciproca fra associazioni differentemente impegnate nel territorio ( come accade ovunque d’altronde) e un diffuso disinteressamento al tema. Pochi individui ( alcuni giovani sparsi) si sono interessati in maniera scostante, ma non siamo riusciti a coinvolgere nessuno in maniera più strutturata e continuativa.

Con emergency non siamo riusciti a stabilire nessun tipo di confronto reale, così come con alcune associazioni attive sul territorio in tema di prostituzione e sportello migranti siamo solo riusciti ad interloquire sporadicamente ma senza poter creare realmente legami duraturi.

Per quanto riguarda ( lo spettro…ups…) l’aspetto sindacale non si è riusciti a individuare un riferimento stabile e fidato. La Cgil ha fatto i fatti suoi diffondendo informazioni false e confuse.

Al nostro orientamento legale ha collaborato un ex-cisl, che ci ha aiutato in via del tutto personale ma comunque coloro che richiedevano informazioni venivano poi rimandati all’Anolf, Associazione nazionale oltre le frontiere – Immigrati- cisl. Sarebbe necessario prendere contatti quantomeno per capire meglio come lavorano sul territorio. Così come abbiamo fatto per la Cgil

Al di là delle caratteristiche personali di chi ha fornito informazioni e seguito pratiche burocratiche di permessi di soggiorno o questioni più lavorative, sarà importante poi discutere in assemblea sull’approccio più politico e sociale che il nostro sportello legale ha espresso. Sono emerse alcune perplessità, anche a partire da racconti dei lavoratori stessi…tenendo in considerazione che comunque questo è ciò che offre il territorio.

C’è stato un interessamento-avvicinamento da parte di un appartenente all’Usb, ma non siamo riusciti a capire quanto alle intenzioni potranno seguire anche azioni concrete e continuative dell’organizzazione sindacale. Sarebbe comunque importante provare a seguirne la pista in futuro perché per certe azioni più vertenziali relativamente ad esempio contratti falsi e finte buste paga sarebbe necessario avere un riferimento sindacale visto che non abbiamo assolutamente intenzione di sostituirci al territorio, né competenze per farlo e che comunque qualche lavoratore inviperito ed interessato ad approfondire la questione e magari ricorre a vie legali c’era e ce lo ha chiesto (casi tipo su un mese di lavoro, 15 giorni pagati a nero, 1 giorno in busta paga e il resto fregato…).

Riparliamone…

Promemoria sulle pratiche in generale:

  • Importante fornire strumenti di autonomia e non sostituirsi a lavoratori in processo di rivendicazione ecc…

  • Mantenere prospettiva d’intersettorialità di sfruttamento e lotte nel mondo del lavoro.

  • Agire nel reale, per restare in contatto diretto con le contraddizioni e ricordarsi di prospettiva transitoria delle pratiche che sono solo passaggi in lungo processo di lotta a sfruttamento…io ci sto ma per andare oltre! Contro la normalizzazione dello sfruttamento…

  • Mantenere ottica di prassi-teoria-prassi: analisi fondamentale a modulare intervento, che non può essere umanitario ed assistenziale ma sempre espressione di analisi politica di partenza…così come l’analisi non può esulare dall’esperienza pratica piena di contraddizioni e complessità che ridefiniscono continuamente la declinazione più attuale e concreta dell’ottica teorica sottostante (gestione mondo del lavoro da parte delle istituzioni come emergenza costante, leggi immigrazione come leggi per mercato del lavoro….)

 

 

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