MAI PIU CIE, Visita nel Cie di Bari Palese
MAI PIU CIE, Visita nel Cie di Bari Palese
Cie, Bari 17 dicembre 2012
Ungolo Gervasio – Osservatorio Migranti Basilicata
“ Ciao Gervasio, il 17 (di dicembre ndr) una delegazione di lasciateCIEntrare farà richiesta di poter entrare nel CIE di Bari in concomitanza con la Giornata Mondiale del Rifugiato del 18 dicembre. Vuoi partecipare? “
“Certo”, gli rispondo dall’altra parte del telefono. Sicuro che non ci avrebbero fatto entrare. Invece ecco la risposta a poter far visita ai migranti all’interno della struttura detentiva, così il 17 dic. alle 15,00 ci ritroviamo davanti al gabbiotto del Cie con documenti alla mano per le procedure identificative.
La delegazione nutrita di giornalisti, avvocati in rappresentanza di LASCIATECIENTRARE movimento sorto all’indomani dell’Emergenza Nord Africa, gli avvocati di Class Action Procedimentale, l’Osservatorio Migranti Basilicata, ricercatori universitari e l’Assessore Regionale Nicola Fratoianni in poco tempo hanno accesso al cortile interno alle alte mura di recinzione che delimitano l’area detentiva. Il Cie è situato in una zona periferica rispetto alla città di Bari e di Palese. Vicino, l’aeroporto Karol Wojtyla e la caserma della finanza, dopo solo campagna.
Un campetto di calcio l’unico segno di civiltà, appena si entra, anche lui chiuso da una fitta rete.
Ci accoglie il Direttore del CIE che è poi l’ente gestore e il Dirigente dell’area immigrazione della questura. Altri operatori ci seguono in un affannarsi di comandi.
Subito gli chiediamo il numero degli ospiti presenti, che sono 108 tutti maschi e i tempi di permanenza degli ospiti. La risposta è che in media si fermano per un massimo di quattro mesi rispetto ai diciotto mesi, il termine massimo di soggiorno in questi centri. Gli è chiesto ancora se ci sono soggetti che provengono dal carcere. “si” ci dice il dirigente della questura “perché in carcere non è stato possibile identificarli poiché spesso danno indicazioni diverse rispetto alla loro provenienza”.
Intanto ci avviamo all’interno del fabbricato di fronte a noi. Questo fa parte di un blocco centrale con un lungo corridoio all’interno del quale si affacciano le porte di ferro con annesso spioncino. Tanti gli occhi dietro quegli accessi blindati che ci guardano e hanno voglia di raccontarsi. 8 sono i blocchi di questo CIE. Dietro la porta spessa, in ferro, un altro corridoio dove si aprono altre porte, quelle delle camere da quattro letti per ognuna, finestre con grate che danno su un cortile interno aperto Finestre senza tapparelle e dalle quali la luce è attenuata da giornali, coperte e asciugamani attaccati ai vetri . Non ci sono sedie o altro mobilio solo dei loculi in muratura all’interno dei quali gli ospiti hanno pochi oggetti. Questi sono chiusi anche loro da asciugamani perché mancano gli sportelli. Ogni blocco del Cie è attrezzato di una saletta adibita a spazio comune e probabilmente a sala da pranzo con tavolini e piccole panche per sedersi. Nell’ultima visita fatta ad agosto l’Assessore Regionale Fratoianni, in un articolo pubblicato nel sito di Class Action Procedimentale, denunciava come gli ospiti erano costretti a consumare il cibo per terra. Sempre in questa sala, in alto una televisione ben protetta da un vetro spesso e la porta per uscire all’”aria” in cortile, unico spazio all’aperto consentito, in alto è protetto da sbarre che corrono verso l’interno per evitare che qualcuno provi a scavalcarlo.
Il primo blocco che visitiamo è abitato per lo più da cittadini del Marocco. L’età media degli ospiti è molto bassa. Il corridoio e la saletta comune sono stati appena finiti di essere imbiancati, altri blocchi aspettano lavori di ristrutturazione, “il 3 lo dobbiamo ancora consegnare alla ditta, adesso stiamo lavorando sul 6, 7 e 5” a detta del direttore sono in fase di ristrutturazione e quindi chiusi, ne rimane da ristrutturare “l’uno e il tre”. Questo primo blocco ha bagni nuovi in acciaio “comodi per essere puliti e disinfettati” ci dice il direttore. In fondo a corridoio tappeti per terra a delimitare l’area della preghiera ṣalāt. Gli ospiti ci vengono incontro ci salutano. A. è giovane, è stato trovato senza documenti in un paese vicino ad Avezzano un mese fa. Ha cercato di fare domanda per rimanere nel nostro paese ma il datore di lavoro gli ha chiesto seimila euro. Un prezzo troppo alto per le sue possibilità. Il suo amico di stanza invece è lì da quattro mesi, in Italia dal 2004, faceva il cuoco a Bergamo, a nero. Mestiere imparato nel carcere. “Almeno in carcere si fanno delle attività” lamentano la maggior parte di loro.
Il secondo blocco porta ancora i segni di un vecchio incendio. Il soffitto è nero.
Le storie che ci raccontano sono tutte simili tra di loro e sono segnate dal detenere o meno il Permesso di Soggiorno: “Quando non hai il documento, è facile che sia arruolato in lavori sporchi qual è lo spaccio di cocaina” a parlare è l’unico ospite albanese lì da tre giorni trasferito dal carcere dove ha finito di scontare la pena: “Ho sbagliato, ho pagato adesso non vedo l’ora di tornare a casa”. Per molti che hanno scontato la pena in carcere, la permanenza nel Cie sembra essere un ulteriore prolungamento della detenzione.
La visita Termina dietro il fragore di un blocco, il numero quattro, che ci dice essere arrabbiati perché la nostra visita ha interrotto la quotidiana partita di pallone.

