da Corriere Immigrazione: Piana di Gioia Tauro, effetto déjà vu

Piana di Gioia Tauro, effetto déjà vu

23 dicembre 2012 

I voltafaccia della Regione, le coperte “non commerciabili” del Quirinale  e lo smantellamento di una tendopoli in cui vivevano ammassati oltre mille lavoratori migranti. A San Ferdinando va in onda un film già visto ma sempre attuale.

Li chiamano i “fantasmi della Piana”, perché sembrano invisibili alle istituzioni. Sono quelli che si alzano ogni mattina che non è ancor l’alba, si dirigono verso l’incrocio o lo svincolo dove sanno che passerà il caporale. Lì verranno scelti come bestie a una fiera e come bestie portati nei campi a raccogliere arance e mandarini che arrivano sulle tavole di tutt’Italia. D’inverno anche nella Piana di Gioia Tauro fa freddo. Il lavoro è duro e la paga – da 25 a 35 euro al giorno, altri 5 centesimi a cassetta per le arance e un euro per le clementine – è da fame.

È cambiato poco o nulla dal gennaio del 2010, quando la rabbia dei migranti di Rosarno è esplosa in una rivolta che ha reso manifesta una delle tante sacche di schiavitù che ancora esistono in Calabria. In Italia. Da allora, è stato demolito lo stabile-ghetto dove i braccianti avevano trovato rifugio. Quei lavoratori che nel gennaio 2010 erano stati deportati in larga parte da Rosarno, sono tornati nella Piana e insieme a loro ci sono centinaia e centinaia di ex operai, buttati fuori dalle fabbriche del nord – dove hanno  conosciuto salario, diritti e sindacato — e approdati al sud dove queste parole non hanno alcun senso. Nessuno viene registrato, nessuno viene pagato secondo il contratto nazionale Flai. Qui governano padroni e padroncini. Allo scempio della Cartiera, si è sostituita lo scorso gennaio una tendopoli installata su un’area di 20.000 metri quadrati nell’ex zona industriale della città, in grado di ospitare circa 280 braccianti stranieri. A San Ferdinando c’erano 40 tende, un medico, una cucina da campo, un salone per far mangiare tutti e un appalto ad una coop del luogo per preparare i pasti. Costo totale dell’operazione: 500.000 euro.

Una soluzione provvisoria e ghettizzante – denunciano le associazioni – che sottolineano che con la stessa somma sarebbe stato possibile dare ai migranti appartamenti vuoti o sfitti – come a migliaia ne esistono nella Piana — che non solo sarebbero stati più comodi e più consoni per i  lavoratori, ma avrebbero fatto arrivare in una delle zone più depresse della Calabria, flussi di denaro non legati all’economia mafiosa. Ma nessuna soluzione alternativa alla tendopoli è stata presa in considerazione. Il nuovo ghetto è stato messo su velocemente e in pompa magna.

All’inaugurazione era presente anche il Ministro della Cooperazione Internazionale Andrea Riccardi, che all’epoca promise ufficialmente un progetto – finalmente – definitivo per l’integrazione dei migranti, chiedendo al sindaco un piano operativo. Tempestivamente realizzato, ma non accolto dal Ministero. La Regione ha ricevuto dei fondi destinati all’emergenza-profughi ma il denaro è sparito dalle casse pubbliche, e per questo la Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo. La stessa Regione ha poi dichiarato di non voler spendere neanche 1 euro per la tendopoli, e così l’associazione che si occupava dell’area è stata costretta a sospendere la propria attività, dato che da luglio nessuno dei collaboratori ha percepito lo stipendio.

In primavera sono finiti i soldi e la situazione è precipitata. Complice la crisi, i braccianti arrivati tra Rosarno e San ferdinando sono diventati più di mille.  Nelle tende dove si dormiva in sei, trovano riparo 10 o 12 persone. E tutto intorno ci sono centinaia di capanne e baracche costruite con qualsiasi cosa. L’acqua calda è un miraggio, quella corrente un lusso, i servizi minimi non esistono. Un medico volontario va al campo una volta a settimana, Emergency fa altrettanto. Ma non basta, non basta mai.

«Oggi che la tendopoli viene pian piano assorbita da un ghetto di baracche costruite nel fango, noi constatiamo che invece tutto è proprio come prima, solo che i ghettizzati sono stati deportati nel deserto della zona industriale per non disturbare. Tutto è come prima a cominciare dalla consapevole indifferenza delle istituzioni nazionali alle condizioni in cui da vent’anni in questo ed altri territori si trovano a vivere migliaia di braccianti stagionali. Gente ch’è qui per lavorare, sennò non ci verrebbe a stagione ma ci resterebbe sempre… gente che da tanti anni gira le campagne d’Italia e tiene in vita un’agricoltura che scarica sul costo lavoro le strozzature del mercato. O ancora gente che ha conosciuto altri lavori e altre condizioni di vita, altri progetti oggi spazzati via dalla crisi», denuncia in una dura nota l’associazione Africalabria, da parecchi anni impegnata in questa zona a lavorare per e con i migranti.

Ma forse la situazione è anche degenerata rispetto ad alcuni anni fa. E ci sono stati i primi morti. Un giovane travolto mentre tornava dai campi qualche settimana fa e un altro ucciso in una rissa scoppiata per futili motivi a settembre. Vittime – sostiene Africalabria – non solo della mano che materialmente li ha uccisi, ma «soprattutto delle circostanze che quel fatto hanno reso possibile e di chi quelle circostanze ha determinato, tanto più quando sono circostanze nient’affatto inevitabili e fatali, anzi evitabilissime, se solo lo stato, in entrambi i casi, avesse adempiuto ai suoi doveri. Vittime dello stato, questo sono. Delle leggi che ne determinano la condizione legale di precarietà e dell’indifferenza verso le condizioni di vita di chi in questa precarietà è costretto a muoversi e, quindi, a vendersi». Mille migranti vivono in condizioni che definire precarie sarebbe solo un eufemismo. Vivono nel fango, senza acqua e senza servizi igienici. E le istituzioni stanno a guardare o – nel caso del sindaco di San Ferdinando, Domenico Madafferi – sono costrette a farlo.

Negli ultimi mesi ha bussato alla porta di tutti. Provincia, Regione, Ministero, ma tutti hanno risposto picche. «L’ultima riunione del tavolo istituzionale per l’emergenza immigrati è stato pochi giorni fa. C’era la Regione – racconta —  Ma il direttore generale Franco Zoccali ha detto che non è un problema loro. Il prefetto è rimasto a bocca aperta. Solo pochi mesi fa avevano promesso due milioni di euro». Da Roma, le risposte arrivate sono – nella misura del possibile – anche peggiori. «La Presidenza della Repubblica ci ha mandato poco meno di 500 coperte, costo 5 mila euro e 17 centesimi. Sono coperte di “materiale di seconda scelta, non commerciabile”, così c’è scritto nella fattura. Lo sa cosa significa? Che quel che non va bene per la gente normale può andar bene per questa gente. Come se non fossero persone come tutte le altre».

Domenico Modafferi si è arreso. Dopo una pesantissima relazione fatta arrivare al comune pianigiano dalla responsabile del servizio ispettivo sull’igiene sanitaria dell’Asp Beatrice Forchì, che certifica l’assoluta inadeguatezza del campo di accoglienza e soprattutto evidenzia i grandissimi rischi igienico sanitario in zona, il sindaco ha firmato l’ordinanza di sgombero. Una provocazione forte ed un grido di allarme misto di vergogna rivolto allo Stato e a chi lo rappresenta o forse non riesce a rappresentarlo, dicono dall’entourage del sindaco. «Il mio − ha detto Madafferi – non è un atto di vigliaccheria nei confronti di questi uomini disperati, perché io per primo da mesi cerco aiuto e nessuno, tranne il vescovo Milito e il prefetto Piscitelli, mi ha voluto prestare attenzione. Ho gridato per mesi, ho bussato a tutte le porte, ma nessuno mi ha aperto. Oggi l’Asp (Azienda sanitaria provincale) mi mette con le spalle al muro ed io non posso fare altrimenti anche a garanzia dei migranti che si sono stanziati». E ancora: «non sono razzista, non voglio cacciare i migranti. Questa è una battaglia di civiltà. Sto lottando per dare loro condizioni di vita migliori». Ma il rimedio rischia di essere peggiore del male, perché in mancanza di intervento da parte del governo centrale, lo sgombero dovrà diventare esecutivo.

Molto duro il giudizio di Africalabria, l’associazione forse più di tutti conosce la loro situazione dei migranti. «Se oggi c’è un’emergenza è perché questa è stata creata. Se oggi la Piana è abbandonata, quest’abbandono è pianificato. Se i braccianti africani vengono ignorati, è perché li si vuole invisibili – tuona ancora −. Se loro vengono qui, è perché ora non c’è altro dove andare e qui, anche quest’anno, le loro braccia continuano a servire. Se l’agricoltura è in ginocchio è perché c’è un sistema che di questa crisi si giova, contando che le clementine si vendano a 20 centesimi e che i disperati continuino a restar tali per essere disposti a raccoglierle a 20-25 euro al giorno». Duro, ma anche lucido e chiaro. Le istituzioni però guardano altrove.

Alessia Candito

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