da Corriere Immigrazione: Il villaggio globale dell’immigrazione
Il villaggio globale dell’immigrazione
Nel mondo nascono campagne per i diritti dei migranti che esprimono le stesse istanze e sarebbero più incisive se fossero coordinate. Di questo e altro si discuterà a Tunisi, in uno spazio chiamato Villaggio Globale dell’Immigrazione.
Comincia la prossima settimana il Forum Sociale in Tunisia. Tra i temi caldi anche l’immigrazione. Ne parliamo con Edda Pando, figura storica del movimento antirazzista e dell’autorganizzazione migrante in Italia. Pando collabora con l’Arci ed è stata fra le fondatrici dell’associazione Todo Cambia. «A Tunisi si confronteranno percorsi che si erano già incontrati nella giornata del 18 dicembre. Ci troveremo in uno “spazio” che chiameremo Villaggio globale dell’immigrazione con l’obiettivo di discutere in modo concreto e costruttivo sui diritti di cittadinanza, di libertà di movimento e di tanti altri elementi per poi realizzare questa assemblea mondiale».
Spesso in contemporanea, ma in luoghi diversi del pianeta, nascono campagne per i diritti dei migranti che esprimono le stesse istanze e che sarebbero ancora più incisive se si riuscisse a coordinarle: per esempio, in questi giorni in Europa si sta muovendo la Carovana dei Sans Papiers, ma un lavoro simile lo stanno conducendo alcune realtà attive nei paesi bagnati dal Mekong (Laos, Cambogia, Vietnam), mentre in Africa ci si mobilita in supporto dei cittadini maliani che hanno dovuto riparare altrove a causa della guerra. O, anche: in Italia si inizia a ragionare seriamente sulla quantità di morti nell’attraversamento del Canale di Sicilia, ma questo dibattito va legato a quello sui 60 mila che hanno perso la vita nel tentare di passare dal Messico agli Usa e ai caduti lungo le frontiere dei paesi asiatici. Da questa premessa nasce l’idea del Villaggio globale.
«Nei fatti esisterebbe già una campagna mondiale composta da tante iniziative “regionali”, ma i soggetti che le animano non si conoscono fra di loro o faticano a lavorare insieme. Lo scopo dell’assemblea è proprio quello di farli incontrare e realizzare proposte unitarie, nel rispetto ovviamente delle varie specificità. Dobbiamo provare a costruire una forza che non si limiti a battaglie di piazza e ad una lista di rivendicazioni che ovviamente vanno mantenute, ma dobbiamo portare nell’agenda politica dei nostri paesi i nostri punti di vista e farli pesare». «Vediamo cosa produrrà l’assemblea. L’obbiettivo minimo è la realizzazione di una pagina web in cui inserire autonomamente le singole campagne in maniera tale da diffonderne la comunicazione. Attualmente c’è in piedi Front Exiti contro i respingimenti che si occupa delle frontiere europee, ma deve connettersi con gli altri che seguono lo stesso problema. In America Latina si sta lavorando per il diritto di voto, dobbiamo legare la loro battaglia ad una nostra “L’Europa sono anch’io”. Fra gli obiettivi c’è anche quello di proporre un’altra giornata sul modello di quella del 18 dicembre, perché ha prospettato un modo aperto e innovativo di lavorare con tutti. Dovremo perciò partecipare a tutti gli atelier che verranno realizzati per portare le nostre proposte ed ascoltare superando ogni forma di paternalismo». Definire una nuova metodologia di lavoro collettivo e imparare a lavorare insieme sono passaggi fondamentali se l’obiettivo è incidere realmente sulla realtà circostante e contrastare la guerra all’immigrazione, che ormai sembra essere stata dichiarata ovunque. Insieme vuol dire tra immigrati autorganizzati dei vari Paesi e con gli autoctoni (anche loro in fondo potenziali migranti) che condividono una visione del mondo caratterizzata dalla libera circolazione delle persone e dalla difesa di diritti fondamentali e universali.
Pando tocca il tema mai completamente risolto del confronto fra migranti impegnati e attivisti autoctoni dei paesi ospitanti delle associazioni antirazziste. Un confronto che in passato ha visto elementi di paternalismo o di separatismo vero e proprio che hanno indebolito anche le vertenze che si mettevano in piedi. «Per quello che ho potuto vedere durante le mie ultime esperienze, da Tunisi a Manila, fino alla crescita delle forme di auto-organizzazione in Mali come nel resto dell’Africa Subsahariana e in Messico, si stanno ripetendo percorsi simili a quelli che si sono realizzati in Italia nel 2001, ma molto più accelerati. Oggi, anche se parliamo sempre di avanguardie, ci sono personalità e riflessioni soggettive che si impongono. Per questo vogliamo anche andare a ragionare rispetto a come ognuno di noi si è relazionato rispetto al paternalismo nei paesi ospitanti. Al forum sociale marocchino sono emerse le difficoltà che i subsahariani hanno dovuto affrontare per intervenire, segno che questi problemi sono molto più diffusi di quanto si creda. E poi oggi è maturato un rapporto molto più critico anche verso le Ong europee e il loro operato. A mio avviso, se entriamo in questa discussione emergeranno, e sarebbe un fatto positivo, anche gli attriti che ci sono stati e ci sono fra e con le associazioni antirazziste. Questo è solo l’inizio». Ed è vero che se potrebbero nascere delle novità al Forum, è anche perché si incontreranno generazioni nuove di immigrazione e migranti di lungo corso che hanno svolto un percorso di rivisitazione delle proprie esperienze.
Insomma, il forum tunisino potrebbe rivelarsi molto importante, accettando però che arriva da tanti paesi una produzione teorica di cui non sappiamo nulla o quasi, esistono proposte alternative che potrebbero entrare in relazione. E questa sede potrebbe rivelarsi come quella che ha una marcia in più, la globalizzazione ha prodotto anche il fatto che coloro che erano considerati terzi ora si pongono in relazione con quello che si definiva “primo mondo” in maniera paritaria.
«Le rivoluzioni arabe per gli europei dimostrano che non si dettano più i tempi se da quelle piazze arriva produzione teorica e pratica – conclude la nostra interlocutrice – in piazza Tahrir e in Tunisia, si discute anche di cosa è un paese laico. Ma non si accetta il modello francese, si cerca di definirne un altro che magari sarà anche contaminato dalla Francia, ma che alla fine diventerà altro. La stessa definizione dei concetti di universalismo va rivisto, partendo dal presupposto che le proposte non arrivano più solo dall’Europa e questo lo si deve accettare».
Stefano Galieni
