Yvan Sagnet: «Se arresti un caporale ne arriva un altro. Il problema sono le aziende»

Yvan Sagnet: «Se arresti un caporale ne arriva un altro. Il problema

sono le aziende»

Sfruttamento nelle campagne tra assistenzialismo e ricatti

18 giugno 2013
Yvan Sagnet, 28 anni, originario del Camerun, ha guidato la prima rivolta dei braccianti stranieri contro i caporali e lo sfruttamento. Ora gira l`Italia per organizzare le lotte degli stagionali. `L`ignoranza e l`isolamento sono i nostri nemici. Oggi arresti un caporale e domani ne arriva un altro. È la Bossi – Fini che ci rende ricattabili e non funziona. I responsabili non sono i caporali ma i datori di lavoro`.
 

ROMA – “Il caporalato fa leva  sull`ignoranza e l`isolamento. Per combatterlo i lavoratori devono  conoscere i propri diritti e prendere coscienza della propria forza”. Yvan Sagnet, 28 anni,  originario del Camerun, non ha smesso di lottare. Nell`estate del 2011 a  Nardò, in provincia di Lecce, si è ribellato ai caporali e ha guidato  il primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia. Oggi a bordo di un  vecchio furgone della Flai-Cgil percorre l`Italia in lungo e in largo  per incoraggiare e sostenere gli stagionali impegnati nelle campagne di  raccolta. “Ovunque vado, quando parlo di contratto nazionale del lavoro,  raccolgo stupore e sorpresa: i lavoratori stranieri non conoscono i  propri diritti e i caporali ne approfittano. Sono loro a dettare le  regole e se vuoi lavorare sei costretto a rispettarle, devi vivere dove  dicono loro, mangiare quello che vendono e pagare una tassa per arrivare  nei campi a bordo dei loro furgoni”.

Sono passati due  anni dalla rivolta di Nardò e la condizione dei braccianti stranieri non  è migliorata. Eppure a quello sciopero non sono seguite altre forme di  protesta. Perché?

“Le istituzioni hanno lavorato in modo che  lo sciopero e altre iniziative non potessero più ripetersi. Con la  scusa della crisi, dopo la rivolta, la masseria Boncuri, il luogo in cui  è scoppiata la protesta, è stata chiusa e i lavoratori che si erano  ritrovati a lottare insieme per i propri diritti sono stati allontanati.  I riflettori sullo sfruttamento che produce il caporalato si sono  spenti e gli stagionali sono tornati a dormire sotto gli alberi e nei  casolari abbandonati, hanno perso la loro forza e i caporali hanno  potuto continuare ad agire nell`ombra indisturbati”.

Il Ghetto di Rignano in estate conta oltre 800 persone eppure non c`è mai stato alcun episodio di protesta.

“I  motivi sono essenzialmente due: nel Foggiano il caporalato è colluso  con la criminalità organizzata e il Ghetto è un luogo totalmente  isolato. Per fare qualsiasi cosa, per arrivare in città, andare in  farmacia devi rivolgerti al caporale. Lo Stato è assente. Il caporale è  vicino e controlla ogni cosa nel Ghetto. Ribellarsi è quasi  impossibile”.

Foggia, Trapani, Rosarno e Nardò. In queste  terre di nessuno i diritti fondamentali vengono sistematicamente  violati sotto lo sguardo delle istituzioni: al Ghetto di Rignano è il  Comune di San Severo a portare l`acqua potabile.

“Le  istituzioni non si adoperano per risolvere il problema, si muovono nella  logica dell`assistenzialismo. Portano l`acqua e raccolgono i rifiuti ma  non fanno nulla per evitare che i lavoratori stranieri vengano  sfruttati. La verità è che i datori di lavoro oltre a gestire un pezzo  dell`economia locale, riescono a condizionare la risposta dello Stato.  Gli ispettori non vanno nei campi, nessuno li ha mai visti. E quando lo  fanno i datori di lavoro vengono avvisati per tempo”.

Il  governo ha recentemente varato due provvedimenti per contrastare lo  sfruttamento dei lavoratori stranieri: a settembre 2011 il caporalato è  diventato reato penale e da luglio 2012 i lavoratori che denunciano i  propri sfruttatori possono ottenere un permesso di soggiorno temporaneo.

“Non  credo che la legge sul caporalato possa risolvere il problema perché  non colpisce i veri sfruttatori. I responsabili non sono i caporali ma i  datori di lavoro. Oggi arresti un caporale e domani ne arriva un  altro.È l`intero impianto normativo a non funzionare. La legge  Bossi-Fini permette la presenza in Italia ai soli stranieri provvisti di  documenti: i lavoratori irregolari hanno paura di andare a denunciare  gli sfruttatori perché si esporrebbero al rischio di essere espulsi. Per  di più i braccianti  non conoscono i propri datori di lavoro né hanno  mai firmato un contratto, i soli referenti di cui dispongono sono i  caporali. E nei pochi casi in cui si rivolgono alle forze dell`ordine,  anziché essere tutelati, accade che i poliziotti contattino  l`imprenditore, mettendo in pericolo la sicurezza o addirittura la vita  dei lavoratori”.

Per risolvere questa situazione, secondo Yvan  Sagnet “bisogna agire dal basso: quando a Nardò abbiamo scioperato i  nostri datori di lavoro, persone che non avevamo mai visto prima, sono  venute a pregarci di andare a raccogliere i pomodori che stavano  marcendo sulle piante. Quel giorno ci siamo resi conto della nostra  forza. Ma anche lo Stato deve fare la sua parte: uno strumento efficace  potrebbe essere quello del collocamento pubblico – soppresso in Italia  all`inizio degli anni 90 in seguito alle liberalizzazioni -, che  renderebbe più trasparente l`incontro tra domanda e offerta di lavoro  nel settore agricolo, togliendo in un colpo solo gran parte dei  braccianti dalle mani dei caporali”.

Fonte originale

Formato per la citazione: , “Yvan Sagnet: «Se arresti un caporale ne arriva un altro. Il problema sono le aziende»“, Repubblica.it  terrelibere.org, 18 giugno 2013, http://www.terrelibere.org/4651-yvan-sagnet-se-arresti-un-caporale-ne-arriva-un-altro-il-problema-sono-le-aziende

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