DA EUROPA-L’International Herald Tribune mette gli insulti a Cécile Kyenge in prima pagina

 STAMPA

Il primo ministro di colore della storia italiana, dice il quotidiano americano, costringe l’Italia a confrontarsi con la diversità

L'International Herald Tribune mette gli insulti a Cécile Kyenge in prima pagina

L’infilata di iinsulti razzisti indirizzati al ministro per l’integrazione Cecile Kyenge nelle prime sette settimane del suo incarico finiscono nell’apertura dell’International Herald Tribune. Che piazza sotto la testata una foto del primo ministro di colore della storia d’Italia e titola: “L’Italia alle prese con la diversità, le parole d’odio stimolano il dibattito razziale nel paese”. Un fatto certificato a cui la versione internazionale del New York Times fornisce la rilevanza che merita, diversamente da quanto capita per i principali media italiani.

L’articolo di Elisabetta Povoledo racconta la storia, citando anche altri episodi, come quelli che hanno riguardato l’attaccante del Milan Balotelli, e ricostruisce l’ordine degli eventi, dal manifesto di Forza Nuova esposto fuori da una sede del Pd di Macerata («Kyenge torna in Congo») in poi. Perché, come si sa, non è finita lì. Lì è solo cominciata, con una deriva progressiva nel linguaggio – e parliamo di linguaggio pubblico –  che va anche oltre la dimensione dell’insulto.

Come nel caso del post su Facebook dell’(ex) consigliere leghista di un quartiere di Padova Dolores Velandro: «Ma mai nessuno che la stupri, così tanto per capire cosa prova la vittima di questo efferato reato». Che tiene insieme, oltre all’elemento razzista, la sovrapposizione concettuale fra stupratori e persone di colore e il riferimento, fatto peraltro da una donna, a un reato particolarmente odioso per le donne. Velandro, poi espulsa a seguito dell’esternazione, ha provato a fare marcia indietro, con una toppa peggiore del buco: «È stata una battuta in un momento di rabbia, le chiedo scusa. Non è che io penso quando ho un momento di rabbia. È un mio modo di sfogarmi». Superfluo sottolineare che la regola minima che vale per tutti, il rispetto, vale a maggior ragione per chi riveste, a qualsiasi livello, un incarico pubblico. E che dovrebbe peraltro sapere di aver il dovere di restituire, quando parla, il senso dei valori fondanti di una comunità.

Ma poi ci sono le scritte che spuntano qui e là sui muri, le minacce di morte sui social network. E l’ultima uscita, sempre su Facebook, di un circolo della Lega di Legnano: «Vattene a fare il ministro in Congo, ebete». Spiega all’International Herald Tribune il direttore di Fieri Ferrucio Pastore che «Kyenge è diventata ministro in un momento molto difficile per il paese» e che si tratta di «un test di maturità del sistema politico e degli italiani». Che si trovano ormai inesorabilmente immersi in una società multietnica – nel 2011 gli immigrati costituivano il 7,5 per cento della popolazione – con tutti i costi e i benefici sociali che la cosa comporta. E che devono fare i conti con la cosiddetta Seconda generazione, i figli – nati in Italia o arrivati nel nostro paese molto piccoli – degli stranieri. Rispetto ai quali da tempo si parla (e anche autorevolmente, con il presidente della repubblica) di facilitare l’accesso alla cittadinanza. Cosa su cui Kyenge insiste e su cui si è di recente insediato a Montecitorio un gruppo di lavoro che tiene insieme tutte le forze politiche, dal Pdl al Movimento Cinque Stelle, per spingere su una legge di cui si sente il bisogno.

Rimane vero che il primo ministro di colore della storia italiana riesce, anche solo con il suo esserci, a tirare fuori elementi di pancia di una società affaticata. Si vedrà presto se rimarranno confinati nel recinto dell’estrema destra o della Lega. Ai cui vertici, peraltro, si registrano timide aperture sullo ius soli, come quella espressa dal governatore del Veneto Zaia appena qualche giorno fa: «Sono contrario al fatto che sia senza paletti. Sollevo però il tema dei bambini nati qui, che vanno a scuola qui e sui quali un ragionamento deve essere fatto, anche perché spesso il dialetto veneto quasi meglio di me. Sono bambini che in molti casi hanno un’identità veneta e non più quella del paese d’origine dei loro genitori».

E rimane anche vero che, salvo rare eccezioni, ad accorgersi di quanto l’intera questione sia di una certa importanza per noi è un auterevole quotidiano straniero.

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