da Controlacrisi.org: Caporalato, la schiavitù della concertazione in Puglia
Caporalato, la schiavitù della concertazione in Puglia
Nei giorni scorsi una televisione locale leccese, Telerama, ha mandato in onda un servizio nel quale si ipotizza una collusione fra politica e mondo delle aziende e dei caporali nella zona di Nardò, dove circa un anno fa è stata condotta la prima operazione che ha portato agli arresti di caporali ed imprenditori per i reati di caporalato e riduzione in schiavitù. Secondo te dopo lo sciopero di Nardò cosa è cambiato?
Quindi, tu sostieni, che la politica abbia prodotto poco, prima e dopo quell’evento?
Assolutamente si. Io penso che mai come in questa fase si avverta l’assenza della politica su questo terreno, sia sul livello istituzionale sia sul livello di interesse generale e di discussione su questi temi. E’ del tutto evidente che la frattura politica avvenuta in seno al consiglio comunale e alla giunta di Nardò abbia un legame stretto con la vicenda dei migranti. E’ sintomatico, infatti, che sia stato proprio il partito del Presidente Vendola a subire l’effetto maggiore delle contraddizioni di un non governo del fenomeno. Ma non c’è solo Nardò.
La Regione Puglia, però, si è costituita parte civile nel processo contro i caporali?
Certamente si. Questo è apprezzabile, ma il nodo vero di tutta la vicenda sta nella volontà da parte delle istituzioni, Regione compresa, di non voler oltrepassare il confine del simbolico. Tutto ciò che attiene al livello materiale ed operativo per rompere un fenomeno che pone questioni di sistema, viene di fatto messo da parte. Ci sono tante evidenze in giro per l’Italia ed anche in Puglia, dove la situazione sulle questioni dello sfruttamento dei lavoratori migranti e fra le peggiori d’Europa. La Puglia ha imparato a giocare col sistema mediatico, ma non riesce a superare le evidenze che ormai sono davvero troppe. Naturalmente non c’è solo il livello regionale.
Le evidenze di cui parli quali sono?
Beh intanto c’è da dire che la Regione Puglia ha prodotto nel primo mandato la legge contro il lavoro nero, di fatto inapplicata in tutte le sue parti. Poi ha anche emanato una legge regionale sull’immigrazione, anch’essa avanzata, che introduce, unico caso in Italia, l’accesso al medico di famiglia per i migranti irregolari. E’ sufficiente accompagnare un migrante ad uno sportello sanitario per capire la differenza concreta fra quanto prevede la legge e quanto, di fatto, sia inapplicata. E’ a mio avviso insopportabile che le persone sparse nelle campagne pugliesi non abbiano la possibilità reale, nonostante sia previsto da leggi nazionali e regionali, di accedere al SSN. In provincia di Foggia ad esempio ci sono gli ambulatori dedicati, ma tranne quello di Foggia città gli altri non funzionano.
La realtà foggiana però è difficile per la dimensione che il fenomeno assume.
Non c’è dubbio, ma quel fenomeno esiste in quella dimensione dai primi anni novanta e nulla, dico nulla, di veramente concreto è stato fatto per rompere il sistema. Vendola è stato eletto nel 2005 e tranne la distribuzione dell’acqua, solo in alcune zone, non è stato fatto altro. Vi sono decine di luoghi in quella provincia che sono delle vere e proprie bidonville dove vivono, nel complesso, circa 20.000 persone. Di recente è diventato famoso il “ghetto” di Rignano Garganico, ma vi sono tanti altri posti simili che sono zone franche, quasi dei microcosmi di mondi paralleli. Il punto vero è che tutto ciò serve a riprodurre un modello d’impresa che la politica non vuole smantellare. Non c’è solo l’elemento della presenza di interessi legati alle organizzazioni criminale. Questo è il modello standard di lavoro e di mercato del lavoro in quel comparto. Del resto, come abbiamo potuto verificare in giro per la Puglia e anche altrove questo fenomeno parla, anche se in forme meno agressive, al bracciantato italiano. Abbiamo incontrato anche forme di sfruttamento del lavoro minorile molto pesante.
Secondo te come mai non si vuole porre rimedio definitivo a questo fenomeno?
Io credo che lo sfruttamento in queste proporzioni sia diretta conseguenza, insieme ad altri elementi,
del metodo della concertazione. C’è troppa poca differenza di interessi fra le parti istituzionalmente riconosciute. I lavoratori migranti, oggi, non sono rappresentati. Ci sono piccole e sporadiche iniziative su questo terreno, ma nel complesso le iniziative messe in campo sono inadeguate.
Sperare in una soluzione che sia lontana dal conflitto è una pia illusione. Questo lo sanno anche gli addetti ai lavori ma si guardano bene dall’incentivare un profilo di questo tipo. Del resto lo sciopero di Nardò ha dimostrato quello che sostengo. Tutto quello che è venuto dopo è stato un tentativo di riassorbire, seppur fatto talvolta con spirito positivo, la carica emancipativa prodotta da quello sciopero. Le dichiarazioni dei soggetti pubblici di Nardò se assemblate compongono, più che una analisi, una sceneggiatura da film dell’orrore. Questo significherà qualcosa!

