Da Confederazione COBAS Roma: La Protesta Contro i CIE, a Roma si è Svolta in Due Tempi

 

La protesta contro i CIE, a Roma si è svolta in due tempi.

Il pomeriggio del 26/12 un centinaio di compagni/e hanno affratellato i reclusi del CIE di Ponte Galeria facendo sentire la loiro presenza con slogan,musciche e botti di artificio,; l’iniziativa è durata tre ore nonostante la pioggia e il freddo pungente.

Condizioni che i migranti subiscono tutti i giorni e che gli animatori della protesta delle ” bocche cucite” stanno mantenendo, respingendo le sollecitazioni dei vari tardivi politicanti di smetterla.

Il 27 mattina la protesta si è spostata presso la sede nazionale del PD, individuato tra i responsabili governativi del mantenimento delle disumane politiche di respingimento e reclusione;per tutta la mattinata è stata “assediata” la direzione del PD, che dopo avere ricevuto una delegazione di 4 migranti-asilanti ha stabilito con loro un calendario di incontri.

Di seguito, le cronache mediali, che riguardano anche le proteste a Napoli e Bari.

 

Roma 28.12.13                Confederazione  Cobas  Roma

 

 

Ad animare la protesta in via Sant’Andrea delle Fratte un centinaio di persone di tutte le età e le etnie, alcuni con la bocca imbavagliata con il nastro adesivo, dietro lo  striscione “libertà di movimento”. E’ stata chiusa la sede del Partito  democratico e presidiata dalle forze dell’ordine, gli aderenti al  presidio hanno gridato “assassini” e hanno attaccato cartelli alle  pareti con la scritta “Rottamare la Bossi-Fini e la Turco-Napolitano”.  Poi si sono mossi in direzione della fermata “Barberini” della metro A.
Secondo gli organizzatori dell’iniziativa “è necessario mettere in discussione  l’intero impianto delle politiche sull’immigrazione e sull’asilo  adottato dal nostro Paese – affermano – Un sistema fondato soltanto sul  controllo, sulla reclusione, sulla negazione dei diritti, sullo sperpero di denaro pubblico e sullo sfruttamento dei migranti nella grande  catena della precarietà lavorativa e di vita. Manifestiamo sotto alla  sede del Partito democratico perchè il disastro a cui stiamo assistendo è causato non solo dalla legge Bossi – Fini ma anche dalla Turco  Napolitano che ha di fatto istituito i Cie e agganciato il permesso di  soggiorno al contratto di lavoro. Riteniamo il Pd, quindi, direttamente  responsabile di quello che sta accadendo, per quello che ha fatto sino  ad ora e perchè anche in questo doloroso momento non è in grado di  andare oltre i proclami”.

ROMA

E’ terminata la protesta delle  labbra cucite al Cie di Ponte Galeria a Roma. Anche l’ultimo immigrato,  un marocchino che ancora proseguiva nell’atto dimostrativo, si è fatto  togliere i punti di sutura dalla bocca. Lo riferisce il direttore del  Cie Vincenzo Lutrelli. E il deputato Khalid  Chaouki, ieri nel  pomeriggio in visita al Cie con Luigi Manconi, fa sapere su Fb che “dopo due ore di colloquio, i reclusi hanno interrotto lo sciopero della  fame”. Resterebbe però un gruppetto di una quindicina di irriducibili  che hanno piazzato anche oggi materassi e tende sul cortile.
E  intanto è polemica sulla frase del vicepremier Angelino Alfano “quelli  che si sono cuciti la bocca al Cie di Roma “la metà sono spacciatori”  nell’intervista su Repubblica in cui difende la Bossi-Fini. “Vuole  aprire la caccia alle streghe” gli risponde lo stesso Chaouki che  aggiunge: “Qui è peggio di un carcere, dove almeno ci sono spazi di  socialità. Sembra Guantanamo, con gabbie altissime e grate che  esasperano la situazione”.
Già ieri, giovedì 26 dicembre, la protesta stava pian piano rientrando. Dai 17 dei giorni scorsi, un solo migrante era rimasto con la bocca cucita da  sabato sera. In un primo momento la rivolta sembrava conclusa: gli   altri, infatti, a Natale si erano scuciti le labbra perché si erano   infettati e per rispetto, dicono, al prete che è andato a celebrare una  messa nel Cie e alla festività cristiana del Natale. In molti sono  ancora  in sciopero della fame e, anche durante tutta la giornata di Santo Stefano, alcuni hanno  continuato a portare materassi e coperte fuori dalle celle, al freddo e  sotto la pioggia (dopo aver anche trascorso la notte dormendo all’aperto). Gli ospiti del Cie hanno anche scritto una  lettera al Papa “perchè  Francesco è il santo dei poveri – dicono – Venga  qui a vedere che siamo rinchiusi come animali. Il Vaticano non è molto  distante da Ponte  Galeria”. La missiva è stata consegnata ieri a don  Emanuele Giannone,  direttore della Caritas della diocesi di Porto Santa  Rufina. Una delegazione di quattro migranti è stata ricevuta da Khalid Chaouki,  responsabile Nuovi Italiani del Pd nella sede del Partito Democratico in via Sant’Andrea delle Fratte dove si è svolta la manifestazione organizzata dai movimenti per il diritto all’Abitare e dalle Reti Antirazziste per chiedere la chiusura dei Cie. “Si è impegnato ad organizzare un  incontro con la segreteria del Pd e ha ribadito che il suo è un impegno  reale e non finalizzato a farsi pubblicità – hanno riferito al termine i quattro migranti – Abbiamo chiesto un incontro con Chaouki, per capire  se a Lampedusa ha fatto solo un’operazione di immagine o c’è un cambio  di passo del Pd ,vogliamo sapere se siamo a un  cambio di passo in questo paese sull’accoglienza e l’uso dei soldi  pubblici. L’iniziativa di Chaouki a Lampedusa rischia di diventare  strumentale se non ci sono passaggi consequenziali. Serve l’abolizione  della Bossi-Fini e lo ius soli per i figli degli immigrati;abbiamo  ottenuto un incontro con Matteo Renzi :il due gennaio ci faranno sapere il luogo e l’orario”.  Durante il passaggio del corteo il traffico in via del Tritone è rimasto bloccato.

NAPOLI, occupata sede Croce Rossa

                                                                                                                                       Occupata per ore e poi liberata la sede regionale della Croce Rossa                                                                 Manifestanti davanti alla sede della Croce Rossa                                                                                                                         E’ stata liberata la  sede del comitato della Campania della Croce Rossa Italiana a Napoli.  Gli uffici erano stati occupati in mattinata da una cinquantina di  manifestanti – sia aderenti alla Rete antirazzista di Napoli che  immigrati – che chiedevano l’immediata chiusura dei Cie. Dopo qualche  ora i manifestanti che hanno esposto anche alcuni striscioni sono andati via.

 

CIE-Bari,perizia Tribunale”condizioni di invivibilità”

Nel Cie di Bari si vive in  condizioni non accettabili: niente tende, niente aerazione, bagni  praticamente impresentabili, nessuna attenzione alle attività sociali e  didattiche degli occupanti che, non a caso, utilizzano in massa  psicofarmaci. A sostenerlo è il perito nominato dal tribunale di Bari  che nelle scorse settimana ha depositato una perizia al giudice sulle  condizioni del Centro di identificazione di Bari: venti pagine nelle  quali spiega che “i lavori effettuati alla struttura non sono  sufficienti per un significativo miglioramento delle condizioni di vita  degli occupanti”. Si tratta della seconda relazione depositata dall’ingegner  Francesco Saverio Campanale in un procedimento nato dalla class action  proposta dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci. I legali  avevano denunciato quella che definiscono “una struttura carceraria che  costringe “gli ospiti” a un regime di detenzione”. Il presidente del  tribunale, Vito Savino, aveva nominato un suo perito chiedendogli di  verificare le condizioni all’interno del centro. L’ingegner Campanale  aveva individuato una serie di mancanze e il giudice aveva ordinato ai  gestori del centro una serie di opere per metterlo a norma. Nelle scorse settimane c’è stato un nuovo sopralluogo: il tecnico ha depositato così la nuova relazione e il giudice si è riservato di decidere sul da  farsi. “Noi  –  spiega l’avvocato Paccione  –  visto quello che ha  scritto il suo perito speriamo proprio che ordini di chiudere un centro  che viola i diritti umani”.
L’ingegner Campanale aveva disposto più di un anno fa la realizzazione di alcuni  interventi di messa a norma. Che però, spiega oggi, “sono stati eseguiti soltanto in parte: l’attuale situazione presenta ancora numerosi  elementi di criticità “. Per esempio sono “ancora troppo pochi e i box  doccia e i vasi alla turca” che vengono utilizzati come servizi  igienici. Oppure “non esiste un sistema di oscuramento, anche parziale  delle finestre delle stanze alloggio”. Non ci sono tende, quindi, ed è  difficile riposare. “Le dimensioni della sala mensa sono rimaste  inalterate, pertanto inferiori a quelle indicate nelle linee guida, così come non risulta incrementato il numero delle aule per le attività  occupazionali, didattiche e ricreative. Per quanto riguarda il  suggerimento  –  si legge ancora  –  di incrementare le strutture e  attrezzature sportive, queste sono rimaste invariate, in attesa della  realizzazione di un secondo campo polifunzionale. In conclusione  –   continua nella relazione  –  gli interventi effettuati al Cie hanno  comportato soltanto un modesto miglioramento rispetto a quanto  constatato nelle precedenti indagini, pertanto non sufficiente per un  significativo miglioramento delle condizioni di vita degli occupanti”.
La relazione dell’ingegner Campanale apre un precedente molto importante  nella storia dei Centri di identificazione ed espulsione. Quella di Bari è la prima esperienza in questo senso, con una class action presentata  dai cittadini per chiudere il centro per motivi umanitari. Ai legali si è poi unito anche il comune di Bari che ha mandato un suo tecnico a  visitare la struttura che è arrivato alle stesse conclusioni, se non  peggiori, di quelle del perito del giudice. “Le condizioni di vivibilità all’interno del centro  –  ha scritto l’ingegner De Corato  –  sono  critiche anche in relazione alla lunga permanenza degli immigrati fino a 18 mesi. La mancanza di idonee e sufficienti attività determina forti  tensioni che spesso si traducono in rivolta. La mancanza di una  biblioteca, di un computer e di un apparecchio Tv che non sia obsoleto  e, pertanto, la struttura non garantisce condizioni di vivibilità che  sono invece garantite ai detenuti nelle carceri”.

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